Félicia Atkinson

The Flower And The Vessel

2019 (Shelter Press) | experimental, sound art

Oltre la superficie quieta e meditativa, ogni album della sound artist Félicia Atkinson dà l’impressione di avventurarsi su un terreno instabile, sinistro e vagamente inospitale. È il confine ultimo tra natura e artificio – come una pianta radicata in un pavimento modulare – un orizzonte distopico ove non filtrano luce o aria e si ha la costante impressione di vivere sotto l’effetto di una leggera anestesia.
Negli ultimi anni abbiamo saggiato la coerenza della sua ricerca estetica, anch’essa all’insegna dell’ibridazione multidisciplinare tra poesia, collage sonoro, minimalismo elettronico e field recordings. Dopo il secondo fruttuoso dialogo con il noiser “romantico” Jefre Cantu-Ledesma, la sperimentatrice francese torna su Shelter Press con un’opera originata dall’esperienza della maternità, e che appare da subito come la più estesa e ambiziosa del suo catalogo.

Con “The Flower And The Vessel” Atkinson tenta di dar voce – sempre in maniera obliqua e anti-didascalica – alle sensazioni corporee e alle riflessioni sorte durante il processo di gravidanza: l’artista e futura madre si trova infatti a “essere una parete all’esterno ma anche una superficie interiore” (“L’Après-Midi”), laddove il ventre rigonfio rappresenta un nuovo e sottile confine tra due mondi, tra una vita inconscia e una da esperire e razionalizzare in tutta la sua complessità.
Così il mutevole paesaggio sonoro non si presenta più soltanto come un diorama animato dal potere effimero della parola (oltre a Robert Ashley, tra le ispirazioni attuali è indicata la poesia improvvisata di David Antin), ma assume le fluide nuances di un microcosmo amniotico entro il quale perdere l’orientamento è non soltanto fatidico ma anche auspicabile.

Trovandosi a viaggiare lontano da casa, transitando da una camera d’albergo all’altra, Atkinson sfugge all’apatia e al disorientamento sforzandosi di ritrovare un contatto col mondo, attraverso “piccoli gesti: registrare la mia voce, gli uccelli, una semplice melodia”; da un lato, dunque, la forza creatrice diretta – il gesto musicale –, dall’altro un’appropriazione del reale e del suo carattere transeunte al fine di renderlo “tangibile” e duraturo.
Ambientazioni sintetiche di pianoforti, percussioni tonali e inserti elettronici discreti, assemblati secondo armoniose giustapposizioni di livelli sonori, hanno qui una lieve ma inedita preminenza rispetto alla verbalità, ridotta a una sequenza irregolare di frammenti (non)narrativi autoriferiti, recitati nella consueta modalità asmr (“Un Ovale Vert”, “Joan”, “L’Enfant Et Le Poulpe”).

La genesi “itinerante” di gran parte dell’album è controbilanciata dalla suite finale, realizzata in studio assieme al guru drone Stephen O’Malley: “Des pierres” prende spunto dall’ampio saggio illustrato di Roger Caillois (“La lecture des pierres”), una ricognizione mineralogica dedicata ai motivi astratti celati all’interno delle pietre preziose; toni continui, soffici riverberi e feedback prodotti dalla stessa chitarra elettrica in clean si confondono tra loro in un intarsio sonoro inafferrabile, per diciotto minuti di chiaroscurale onirismo.
È l’ideale sigillo di un’opera che, anche in questo caso, conserva gelosamente il proprio velo di enigmatica alterità, come se qualunque forma di esplicitezza potesse di per sé sola comprometterne l’irripetibile singolarità.

(05/08/2019)

  • Tracklist
  1. L’Après-Midi
  2. Moderato Cantabile
  3. Shirley to Shirley
  4. Un Ovale Vert
  5. You Have To Have Eyes
  6. Linguistics Of Atoms
  7. Lush
  8. Joan
  9. Open / Ouvre
  10. L'Enfant Et Le Poulpe
  11. Des Pierres
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