Non è solo un ritorno alle origini, il nuovo album di
Fionn Regan. “Cala” è la dimensione creativa più naturale e profonda di uno dei più ispirati
folksinger contemporanei.
Sempre schivo e poco incline ad associare il suo operato a uno scenario stilistico predefinito, il cantautore irlandese continua a modellare le proprie opere seguendo un flusso di suggestioni che hanno il profumo della terra e la leggerezza dell’aria.
Sono infatti il riverbero del chiarore della sabbia, le increspature delle onde marine, il calore avvolgente del sole e il chiarore della luna riflesso nell’acqua le immagini evocate con forza dalle dieci nuove poesie in musica di Regan: un omaggio dell’autore al fascino del mare.
E’ un quadro iperrealista, “Cala”, il primo dei suoi album che è stato interamente concepito nella città natia, Bray (dove pare abbia trovato illuminazione anche
Robert Smith per l’album “
Disintegration”), nonostante il titolo rimandi alle coste spagnole (
cala è il termine ispanico per insenatura), una terra che ritorna nell’immaginario dell’artista, che aveva trovato l'ispirazione per “
100 Acres Of Sycamore” proprio durante un soggiorno nell’isola di Maiorca.
Nudo e crudo, il nuovo album dell’irlandese si veste di armonie ariose e flessuose, le quali adorano un raffinato e minimale
fingerpicking, quest’ultimo materia prima di autentiche meraviglie acustiche che sembrano dialogare con il silenzio (“Collar Of Fur”, “Under The Waves/Tokyo”), o con il brusio del mare (“The Ocean Wave”), arrivando a descriverne perfino gli antri più segreti (“Hunting Dog”).
“Cala” conferma che la dimensione più congeniale a Regan resta quella del poeta
folksinger-troubadour, non è un caso che i due tentativi di normalizzazione sonora di “
The Shadow Of An Empire” e “
The Meetings Of The Waters” si siano alfine dimostrati parzialmente inadatti alla natura contemplativa e limpida del musicista.
Sono i dettagli a renderne preziosa la narrazione sonora, come il delizioso e originale dialogo tra arpeggi, percussioni ammorbidite e stratificazioni vocali eteree di “Head Swim”, o il cupo minimalismo intinto in sonorità
noise e ricche di riverberi della
title track.
Pur se armonicamente complesse e articolate, le canzoni conservano un tocco artigianale e vivido che ne rende immediato il fascino. E’ infatti antico e fragile il
mood acustico di “Brass Locket”, quasi evanescente nell’eterea nella romantica “Volca”, avvolgente e colto nella splendida ballata “Riverside Heights”, e perfino algido e imperscrutabile nello strano ibrido elettronic-folk di “Glaciers”.
Fionn Regan si conferma autore di razza, uno dei pochi abili nel tenere saldo un suono monocromatico senza mai cadere preda della monotonia, adorabile e rassicurante anche quando è preda della malinconia, al punto che viene difficile pensare a un album più genuino e intenso di “Cala”.