Korn

The Nothing

2019 (Elektra/Roadrunner) | nu-metal, industrial-rock, dark

Tornano i Korn per un nuovo capitolo della loro rinnovata saga contemporanea: "The Nothing". L'uscita è anticipata da un dramma familiare per Jonathan Davis: la sua ex-moglie Deven è morta di overdose nell'agosto 2018. I due avevano divorziato relativamente da poco a causa dei problemi di lei con alcol e droghe, e proprio nello stesso giorno del fatto lui l'aveva anche denunciata per violenze domestiche chiedendo un ordine restrittivo nei suoi confronti per tutelare i figli (a riguardo, anche perché la causa del decesso è stata rivelata ufficialmente solo alcuni mesi dopo, sono circolate per la Rete alcune congetture spesso di natura "complottistica" e decisamente non rispettose della privacy e del lutto della famiglia). Queste vicende si ripercuotono ora nel suo apporto al disco e ne sono una chiave d'interpretazione importante.

Generalmente, questa volta il gruppo sembra riallacciarsi maggiormente alle distorsioni digitali claustrofobiche di "Untouchables", con un suono massiccio sostenuto da atmosfere che oscillano tra l'opprimente e l'onirico (ma è più un incubo tipicamente korniano), riallacciate alle contaminazioni di "See You On The Other Side" e alle tinte dark moderne del disco solista di Jonathan Davis pubblicato nel 2018, "Black Labyrinth". Da parte sua, troviamo una prova vocale particolarmente cupa e disperata, che mostra che lui è ancora un eccellente e versatile vocalist.
Contemporaneamente, Davis tende a essere staccato dagli arrangiamenti, per esempio eccedendo con linee vocali melodiche quando il brano sembra chiamarne di aggressive, oppure viceversa ruggendo ferocemente in momenti più distesi. Ciò verosimilmente è dovuto al fatto che, proprio per gli avvenimenti prima descritti, Davis si è rinchiuso in solitudine nel suo studio a incidere le sue linee vocali angosciate, senza interagire con il resto del gruppo.
Non è un dettaglio di minore importanza, perché in primo piano ci sono proprio la voce di Davis e la sua sinergia con le atmosfere dell'album, mentre il lato chitarristico è più diluito nell'insieme pur mantenendo una componente pesante.

A livello di canzoni, il disco alterna alti e bassi, soprattutto nella prima parte che risulta un po' più discontinua, mentre la seconda appare più coesa e a fuoco, anche se meno variopinta. Generalmente, comunque, il gruppo mostra una discreta consistenza. Il disco è pulito e iperprodotto, ma questo non è necessariamente un fattore che farà breccia in tutti gli ascoltatori, perché molti degli episodi più riusciti nella carriera del gruppo sono stati travolgenti anche grazie a un suono ruvido, sporco e caldo, e probabilmente molti fan di vecchia data lo avrebbero preferito così.

Tra i brani più convincenti, "You'll Never Find Me" (gotica e allucinata, seppur con un ritornello fuori posto), "The Darkness Is Revealing" (oscura e pesante, con efficace coda semi-rappata su distorsioni dissonanti), "Idiosyncrasy" (mix di riff groove-metal, effetti industriali, melodie catchy), "Can You Hear Me" (darkeggiante e guidata dalle tastiere, con un ritornello che non avrebbe sfigurato su "Issues"). Tra quelli meno incisivi, l'iniziale "The End Begins" che è solo un breve fanservice introduttivo (ma in generale in tutto il disco sono ancora una volta disseminati cliché giovanili), la centrale "Finally Free" (inizia come power-ballad d'atmosfera per poi esplodere con riff sguaiati e feroci che però stonano col resto del brano) e la conclusiva "Surrender To Failure" (idee melodiche efficaci ma tagliate troppo presto).
I rimandi al resto della discografia sono abbastanza diffusi: oltre all'intro di cornamusa che ribadisce l'intento nostalgico che negli ultimi album ha accompagnato la formazione americana dopo il ritorno del chitarrista Brian Welch, il ritornello della mansoniana "This Loss" riporta alla mente le tonalità eteree di "Hollow Life" con un tocco più gothic-rock nel contorno, mentre "The Ringmaster" ricorda troppo l'incedere a vuoto del riff industrial/nu di "Prey for Me".

Non siamo ancora ai livelli dei classici del passato, ma ciò è tutto sommato comprensibile e giustificabile, dato che ripetersi è sempre un'ardua impresa, soprattutto dopo tanti anni. È certamente apprezzabile che in questo nuovo corso i Korn sembrino evitare le sbrodolature di dieci anni fa, e un disco di mestiere anche senza lode e senza infamia è sempre migliore dei tentativi mal congegnati di sperimentazione degli album meno riusciti del gruppo. Ma si tratta indubbiamente di un album per fan, ed è molto difficile che possa conquistarne di nuovi tra chi non ha mai gradito la proposta musicale della formazione statunitense.
Si può azzardare che il disco piacerà soprattutto a chi ha già apprezzato molto le tonalità di "The Paradigm Shift" (che dopo il ritorno di Welch è tutto sommato il disco più simile per attitudine e suono, più del precedente che è maggiormente d'impatto) e soprattutto il lavoro solista di Davis, nonché le contaminazioni e le tendenze più "wave" e alternative di quest'ultimo.

(17/10/2019)



  • Tracklist
  1. The End Begins
  2. Cold
  3. You’ll Never Find Me
  4. The Darkness is Revealing
  5. Idiosyncrasy
  6. The Seduction Of Indulgence
  7. Finally Free
  8. Can You Hear Me
  9. The Ringmaster
  10. Gravity Of Discomfort
  11. H@rd3r
  12. This Loss
  13. Surrender To Failure
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