Mdou Moctar

Ilana: The Creator

2019 (Sahel Sounds) | tishoumaren

Mdou Moctar è un cantante e chitarrista nigerino, di etnia tuareg, scoperto dalla Sahel Sounds, etichetta indipendente di stanza a New York, gestita da Christopher Kirkley. Kirkley, come sempre, fornisce un’ampia biografia dei musicisti che distribuisce, senza tuttavia rendere del tutto chiaro il contesto in cui operano.
 
Nel caso di Moctar, per esempio, sappiamo che è vissuto in un piccolo villaggio del Niger centrale, schiacciato da un forte tradizionalismo religioso di matrice islamica. Ha imparato a suonare la chitarra di nascosto con uno strumento in legno, costruito in proprio. In seguito, una volta che ha potuto comprare una chitarra elettrica (alimentata tramite generatori), è riuscito a convincere le figure del proprio villaggio della bontà della sua musica, grazie a testi poetici che parlano di amore e rispetto, ma anche delle regole dell’Islam. In breve divenuto richiesto musicista per matrimoni, ha quindi iniziato a registrare le proprie creazioni: dapprima con elementi di fortuna, in seguito con mezzi sempre maggiori, grazie anche all’appoggio di Kirkley. 
Una volta andato in tournée negli Stati Uniti, insieme ad altri musicisti nigerini, ha deciso di approfittarne per registrare per la prima volta in uno studio professionale con l’accompagnamento di una band al completo: è così che è nato “Ilana: The Creator”.

Sembrerebbe tutto quello che basti sapere per comprendere il contesto, ma in realtà molti spazi rimangono bianchi. Una buona parte della mitologia di etichette come la Sahel consiste infatti nel dipingere i propri artisti come fondamentali della propria scena, ma spesso è proprio sulla scena che mancano le informazioni maggiori. Per questo motivo è arduo, pur conoscendo il vissuto dell’artista, metterlo in relazione al proprio spazio d’azione.
Il Niger ha una scena musicale organizzata? Se sì, Moctar ne fa parte, contando che secondo lo stesso Kirkley, inizialmente la sua musica si è diffusa in maniera pirata, di cellulare in cellulare, via bluetooth? E di che diffusione effettiva si parla? In un sito si legge di “underground”, in un altro di brani divenuti veri e propri “successi locali”, ma senza alcuna fonte verificabile.
Altrove si parla del Niger come di un paese dove suonare ai matrimoni è l’unica maniera di fare soldi con la musica e sembra che non ci sia un mercato ufficiale di distribuzione della musica. Tuttavia, si può anche leggere di hit parade locali, benché impossibili da rintracciare in Rete (che siano legate ai passaggi televisivi?), di festival che nascono a getto continuo (ma anche che muoiono, laddove si verifichino recrudescenze conservatrici legate alla religione), e della presenza di innumerevoli cover band.

In un tale dedalo di informazioni, non di rado in conflitto fra loro, sorgono dubbi e interrogativi. Che neanche chi viaggia in loco e vive quella realtà si premura di chiarire nel momento di distribuire gli artisti indigeni in Occidente. I più maliziosi potrebbero pensare che meno informazioni si forniscono sul contesto, più è facile raccontare i propri protetti come perni fondamentali dello stesso, anche qualora ciò non rispondesse alla realtà. È però più sensato ritenere in buonafede di chi tanto fatica per rendere noti i musicisti di realtà non sempre facili da rintracciare: le carenze di cui sopra sono quindi probabile conseguenza del fatto che non è ritenuto necessario informare così a fondo i propri ascoltatori. Ascoltatori che del resto sono spesso disinteressati a conoscere i dettagli delle scene che vengono loro proposte, forse anche per scarsa educazione nell’approccio alle culture estranee alla propria. 

Dopodiché, Moctar rimane un musicista formidabile e uno dei chitarristi più singolari in circolazione: sapere quanto sia socialmente rilevante o meno non ribalterà le opinioni in merito alla sua proposta. Tuttavia, sarebbe piacevole poterlo collocare in maniera corretta e completa, anche per puro amore dell’informazione. Lo accompagnano due nigerini – il chitarrista ritmico Ahmoudou Madassane, suo allievo, e il batterista Mazawadje Aboubacar Ibrahim – e un newyorkese, il bassista jazz Michael Coltun, peraltro ingegnere del suono del disco. I brani sono stati registrati per la maggior parte in presa diretta a Detroit, pur con l’aggiunta di alcune sovraincisioni dopo il rientro in Niger. 
 
Moctar è il cantante principale, benché spesso accompagnato dagli amici, per formare linee vocali ora all’unisono, ora polifoniche, che rappresentano bene il senso di comunità che si abbina alla musica di quei luoghi, spesso a uso e consumo matrimoniale. Il punto forte sono però le ritmiche, reminiscenti – come riporta lo stesso Kirkley – delle cadenze ipnotiche dei cantori di takamba (musica appartenente al folclore tuareg), e ovviamente la chitarra del leader, che si alterna fra loop insistenti e svisate che, tradotte nel linguaggio del musicista occidentale moderno, si piazzerebbero da qualche parte fra blues e space rock.
Fra gli artisti catalogabili come parte del tishoumaren, il cosiddetto “blues del deserto”, Moctar è probabilmente quello maggiormente proiettato verso il cosmo e il più memorizzabile a livello melodico: solo Bombino è paragonabile a lui per carica e talento.

Da jam appena accennate come “Inizgam” alla cavalcata “Tarhatazed” (fra psichedeliche sfuriate di tapping e botta-e-risposta corali), passando per l’armoniosa “Anna” (con una chitarra che sembra ipotizzare un universo parallelo dove il surf rock è nato nell’Africa precoloniale), Moctar svela una visione della musica al contempo travolgente e incantevole. 
Non incontaminata, però, perché è evidente che conosca la musica occidentale, benché dall’esterno, magari con un interesse distaccato parente di quello che provano gli antropologi occidentali per la musica dei suoi luoghi. Al netto del fatto che quest’ultimi osservano da una posizione privilegiata e non da abitanti di una terra vampirizzata (la title track, ci racconta Kirkley, parla proprio dello sfruttamento dell’uranio nigerino da parte della Francia). 

(06/12/2019)

  • Tracklist
  1. Kamane tarhanin
  2. Asshet akal
  3. Inizgam
  4. Anna
  5. Takamba
  6. Tarhatazed
  7. Wiwasharnine
  8. Ilana
  9. Tumastin
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