È entrato nelle nostre case e ha agitato cuori e coscienze: il desert-blues non è più un emerito sconosciuto. L’ingresso del terzo millennio sarà infatti ricordato dagli storici della musica rock occidentale soprattutto per lo sdoganamento di una realtà artistica pregante e vitale come poche.
Tamikrest,
Tinariwen,
Songhoy Blues, Imarhan,
Kel Assouf,
Bombino sono solo alcuni dei tasselli di una scena ricca di personalità artistiche ben definite e originali.
Chitarrista di raro pregio, Mahamadou Souleymane, noto come Mdou Moctar, è un artista nato nella città di Agadez, situata nel cuore del Niger, già noto a qualche lettore più attento delle nostre pagine grazie all’argomentato encomio per l’album del 2019, “
Ilana: The Creator”, progetto che avrebbe meritato una maggiore attenzione da parte di pubblico e critica.
La band di Mdou Moctar è un affiatato quartetto composto, oltre che dal leader, da un secondo chitarrista Ahmoudou Madassane, dal batterista Mazawadje Aboubacar Ibrahim e dal bassista Mikey Coltun, musicista jazz americano noto per aver collaborato con
Steve Gunn. “Afrique Victime” giunge dopo ben quattro album, una colonna sonora e un film autobiografico sullo stile di “
Purple Rain”, ed è il primo progetto destinato a una diffusione su larga scala: un contratto con la Matador.
Per Mdou Moctar non è stato facile essere musicista in una terra come il Niger: era comunque giovanissimo quando, di nascosto dai genitori, ha costruito una chitarra con un pezzo di legno e cinque cavi dei freni della bicicletta, suonando occasionalmente a feste e matrimoni.
Scoperto dal manager dell’etichetta americana Sahel Sounds, il giovane del Niger ha coltivato il proprio talento imitando i grandi chitarristi occidentali, fino a raggiungere una certa notorietà, consolidata recentemente dalla partecipazione all’ultimo album di Matt Sweeney e Bonnie “Prince” Billy (“
Superwolves”). Il pregio dei Mdou Moctar è quello di trascinare il desert-blues in una dimensione più popolare e universale. Le vibrazioni del rock anni 70, della psichedelia, del blues di John Lee Hooker sono la materia principale di “Afrique Victime”, ma più che
Jimi Hendrix, è
Van Halen il riferimento creativo dell’irruenza creativa del musicista.
Alla radice della trascinante formula sonora c’è lo stile
takamba, la tipica musica popolare che in Niger accompagna feste e matrimoni. La formula di Mdou Moctar, però, non volge lo sguardo solo al passato, ma assorbe al suo interno un linguaggio giovanile e rivoluzionario che ha profonde connessioni con quell’attitudine che noi occidentali chiamiamo punk e che si traduce musicalmente nella commistione di funk, space-rock ed elettronica.
Il passaggio d’etichetta non allenta né stempera l’energia e il vigore della band, al contrario, “Afrique Victime” è l’album più diretto e aspro nei confronti del violento e crudele imperialismo francese, che non solo ha depredato la ricchezza del popolo, l’uranio, ma ha massacrato con ferocia bambini, donne e uomini, radendo al suolo intere comunità e ammucchiando cadaveri come si usa fare con le foglie morte. Ed è nella
title track che tutta questa energia mista a rabbia esplode, forgiando un capolavoro di ben sette minuti ritmicamente trascinanti, tra tamburi rotolanti nonché incendiari e selvaggi assolo di chitarra che traducono in note la potenza della parola.
Tanto vigore è in verità già dispensato dalla prima traccia “Chismiten”, un affilato desert-rock-blues che detta le coordinate dell’intero album, con policrome divagazioni sul tema che si nutrono di ipnotica psichedelia (“Ya Habibti”), di inquietudine (“Untitled”) e di ritualità pagana (“Asdikte Akal”).
Mentre la dolcezza del dialogo tra chitarre di “Taliat” resta ardente e impetuosa, la magia del
fingerpicking e dell’acustica che permea la poetica “Tala Tannam” scivola nella profondità dell’anima, anticipando il misticismo della preghiera di “Bismilahi Atagah”, che chiude le danze di un disco destinato a segnare indelebilmente l’anno in corso.
“Afrique Victime” non è solo un progetto concettualmente e politicamente forte, ma è anche un vivido diario di un’umanità che ancora brama amore, pace e libertà, conquiste che noi occidentali diamo per scontate e che sono altrove negate, ed è giunto il momento di rivendicare questi diritti per chiunque sia vittima di soprusi e delitti impuniti. Siamo un po' tutti africani.