Se la musica di
Steve Gunn aveva da sempre avuto un carattere prettamente inquieto, ribollente, questo “The Unseen In Between”, forse perché segue la morte del padre a cui era molto legato, è invece il tentativo del chitarrista di Brooklyn di dare forma più stabile, meno caotica, alla sua musica.
Rimane certamente la qualità nelle tessiture del
guitarwriting puro e degli arrangiamenti di complemento, che costituiscono sempre una delle maggiori attrattive degli album di Gunn, ma il tutto è calato in canzoni e ambientazioni meno dispersive – più
Ryley Walker e meno
Kurt Vile, verrebbe da dire (“New Moon”).
Senza scomodare altri artisti che giocano nella stessa lega, “The Unseen In Between” è sicuramente un disco di Steve Gunn, prima di tutto: in “Paranoid” e “Lightning Field” (questa rappresentazione musicale della classica tempesta delle Grandi Pianure) si avverte il respiro esploratore ma sicuro di sé degli ampi spazi creati dal suo stile chitarristico, anche se mancano probabilmente i devastanti
riff acustici della sua precedente carriera.
Il ruolo di “prua” dell’album è affidato invece all’insolita “Vagabond” (con
Meg Baird alla seconda voce), che ricorda una versione più adulta e country dei
Real Estate, coi suoi cambi d’accordo e di ritmo repentini e lo stile contemplativo, pensieroso. Le qualità, prima di tutto, di interprete sublime di Gunn gli rendono semplice presentare un brano tormentato, alla
Jackson C. Frank, come “Stonehurst Cowboy”.
Grande interprete, ma purtroppo mai grande cantautore, Steve Gunn pubblica un nuovo disco che lo colloca ancora nello “stato dell’arte” dell’Americana contemporaneo, delineando sempre di più i contorni del suo stile e differenziandolo perlomeno dal vecchio compagno di band, Kurt Vile, verso l’Americana “da auditorium” degli
Wilco di “
A Ghost Is Born” o “
Sky Blue Sky” ("New Familiar"), ma ormai sembra difficile che trovi nel suo bagaglio l’ispirazione per il vero disco definitivo.