Quel che rende interessante un luogo, un racconto, una canzone è lo spirito con il quale l’artista osserva, descrive o mette in musica quell’attimo fuggente chiamato ispirazione. Una dote che non è mai mancata a Michael Chapman.
Con una vena artistica dal tono disincantato e a volte rassegnato, ha marchiato a fuoco una discografia tanto ampia quanto ignorata dai più, fatta eccezione per i due capisaldi targati 1969, “Rainmaker”, e 1970, “Fully Qualified Survivor”.
Il primo album americano “50”, supportato dalla produzione di
Steve Gunn (al banco di regia anche in questo nuovo capitolo), ha avuto il compito di ristabilire, dopo quasi cinquant’anni di carriera, la reale portata dell’opera del musicista, ponendo al centro dell’attenzione dei media un talento troppo spesso offuscato da strategie di mercato, poco inclini a valorizzare artisti meno convenzionali.
La storia del rock è ricca di personaggi per nulla avvezzi alle lusinghe dello show business. Non è dunque un caso che le affinità elettive di Michael Chapman siano riscontrabili con artisti del calibro di
Roy Harper,
John Fahey,
John Martyn, o Ralph Mc Tell, e non sorprende l’ammirazione di
Steve Gunn,
Ryley Walker e
Thurston Moore per il chitarrista inglese, autentico esempio di coerenza e integrità artistica. E’ già successo per
John Prine,
Bill Fay e altri celebri
outsider di ritornare sotto i riflettori con opere intense e delicatamente autobiografiche, quasi dei potenziali testamenti spirituali e artistici. Ed è quello che avviene con “True North”, un album che Chapman ha scelto di incidere nei Mwnci Studios in Galles, con il solo ausilio di altri due chitarristi e il violoncello di Sarah Smout. Sembra quasi che il musicista voglia rimarcare con forza quelle anomalie artistiche che lo hanno tenuto lontano dal successo: una voce calda e avvolgente ma non particolarmente originale, una scrittura sobria ma mai banale, testi che difficilmente dominano la materia musicale sottostante.
La vera forza di queste undici canzoni è racchiusa nell’autenticità e nella profondità con la quale raccontano di ricordi e rimpianti, sfiorando il pensiero e toccando l’anima, non solo di quella generazione alla quale l’artista appartiene, ma di tutte. Alla veneranda età di 78 anni, Chapman non ha smarrito quella magia che trasforma il prevedibile in inaspettato, il già vissuto in un’esperienza nuova.
Lo sguardo che rivolge al passato è si colmo d’indulgenza, ma il trascorrere del tempo non è un peso o un ostacolo: quello che interessa è poter ancora raccontare il proprio vissuto senza ricorrere all’enfasi ingannevole e fuorviante dell’imperante giovanilismo.
E’ tutto racchiuso nella consapevolezza del tempo che passa, il senso di “True North”. Non è un caso che ad aprire l’album sia un brano intitolato “It’s Too Late” e che nei testi siano disseminate frasi spesso sfuggenti e malinconiche: “Se solo il tempo fosse dalla mia parte“, “c'erano così tanti futuri e ora non ce ne sono più”, “la gioventù è sprecata per i giovani”, “ci sono così tante cose che avremmo potuto fare”, “non mi sono mai interessato di tutte le miglia, sembra che io sia nato per vagabondare”, “ho trovato altri sogni da perseguire ... ma ricordo tutta la tua gloria, e hai lasciato qualcosa nel mio cuore”.
Con fermezza e onestà Chapman non cerca di rinnovarsi sotto le mentite spoglie di rocker. La scelta di affidare a tre chitarre e un violoncello l’intera struttura degli arrangiamenti la dice lunga sulle reali intenzioni dell’autore. Anche la presenza del maestro della
pedal steel B.J. Cole e il discreto apporto vocale di Bridget St John ai cori sottolineano la predilezione per un tono introspettivo e poco urlato.
Una descrizione dettagliata dell’album diventa a questo punto poco rilevante, dopo centinaia e centinaia di canzoni scritte non c’è molto più da inventare per Chapman. E infatti sono solo quattro i brani nuovi inseriti in “True North”, gli altri sono raccolti dal passato dell’autore, ma sono tutti funzionali a un racconto unico, caratterizzato da un passo lento e dalla voce aspra che tradisce un po’ di fatica.
Che la già citata “It’s Too Late” sia una meraviglia armonica e poetica, che la struggente “After All This Time” resti una delle sue composizioni più belle (dall’album “The Twisted Road” del 1999), o che i due strumentali (“Eleuthera” e “Caddo Lake”) sfiorino la perfezione sono solo elementi in più per i curiosi e gli amanti delle statistiche di Rym.
“True North” è l’ennesima confessione a cuore aperto di Chapman, un diario personale che scivola tra brani in
spoken word (“Vanity & Pride”), canzoni nuove che graffiano come se fossero parto di un esordiente (“Bluesman”) e classici dell’autore che non hanno perso né smalto né attualità (“Youth Is Wasted On The Young”). Ora chiedetevi quanti musicisti possono vantare una gamma espressiva così forte dopo oltre mezzo secolo di vita
on the road, e comprenderete perché album come “True North” siano un ascolto obbligato, al di là della loro rilevanza storica puramente temporale. Il nuovo album di Michael Chapman non è un capolavoro, ma arriva al cuore dell’ascoltatore senza trucchi né stratagemmi.