Morrissey

California Son

2019 (BMG) | pop, songwriter

Nessuno come Morrissey! Sì, nessuno come Morrissey è riuscito a marchiare a fuoco la new wave, pur non essendo un artista tipicamente new wave. Nessuno come Morrissey ha cantato il disagio della middle class senza mai schierarsi politicamente a suo favore. Nessuno come Morrissey ha gettato alle ortiche un seguito fatto di fan devoti, pronti a perdonargli molteplici derive creative. Nessuno come Morrissey ha giocato la carta dell’album di cover version, proprio nel momento in cui l’appeal nei confronti di critica e pubblico rasenta lo zero: soprattutto dopo aver messo in bella mostra una spilla del partito d'estrema destra For Britain durante uno show televisivo. 

Con queste premesse, discorrere di “California Son” è quasi uno spreco d’inchiostro o di parole via web, ma prima di liquidare questo nuovo album come un inutile esercizio di stile, o addirittura come il punto più basso della carriera dell’ex-Smiths, è opportuno fare un piccolo passo indietro.
Dopo cinque anni di assenza, il ritorno del musicista nel 2014 con l’ottimo “World Peace Is None Of Your Business” ha accompagnato il passaggio dalla consapevolezza dell’età adulta alla rassegnazione della terza età, anche se solo in questi giorni l’artista ha raggiunto il margine dei 60 anni. “California Son” sancisce quindi l’ingresso ufficiale in quella fase di cambiamento fisico e psicologico che più di altri terrorizza noi comuni mortali, ed è forse questo il motivo che ha spinto Morrissey a volgere lo sguardo al passato, mettendo insieme un elenco di canzoni che fanno sorridere o piangere, ma soprattutto riflettere.

La produzione sontuosa, e forse a volte sovrabbondante, di Joe Chiccarelli (si ascolti il tripudio di archi e fiati in “Lady Willpower”) non è forse la più adatta per riconciliare il musicista inglese con il pubblico, ma è anche l’unica possibile per un progetto che celebra le suggestioni ideologiche del giovane Morrissey, svelandone alcune inedite incongruenze.
Non sorprende che l’artista abbia affidato a un brano di Roy Orbison (“It’s Over”) l’anticipazione del disco, e che ad aprire "California Son” sia una eccellente versione di un brano di Jobriath “Morning Starship”: due punti di riferimento stilistici ben noti ai fan del musicisti.
La sorpresa più rilevante è quella concernente la presenza di molte autrici femminili: una scelta che sembra smentire la ben nota misoginia di Moz. Una rispettosa e piacevole lettura di un brano di Joni Mitchell (“Don't Interrupt The Sorrow”), una potente versione di “Suffer The Little Children” di Buffy Sainte-Marie (il titolo ovviamente a molti ricorderà un brano degli Smiths) riconciliano l’immagine del musicista con la sensibilità femminile. Ma è la superba interpretazione di “Some Say I Got Devil” di Melanie a stupire, al punto da sembrare scritta dallo stesso Morrissey in stato di grazia.

Sul versante ideologico e politico, l’album offre ulteriori spunti di riflessione: un brano di Phil Ochs, “Days Of Decisions”, reso gentile e grazioso, e un’affilata versione di “Only A Pawn In Their Game” di Bob Dylan mescolano le carte quasi a smentire le recenti prese di posizione politiche. Fa storia a sé la sofferta “Lenny’s Tune” che Tim Hardin dedicò a Lenny Bruce, qui proposta con malinconico rispetto.
Una lunga lista di ospiti di rilievo (per molti versi impercettibile), ovvero Billie Joe Armstrong dei Green Day, due membri dei Grizzly Bear, Ariel Engle dei Broken Social Scene, Lp e Petra Haden, oltre alla natura pop di canzoni come “Wedding Bell Blues” (un brano di Laura Nyro portato al successo dai 5th Dimension) e “When You Close Your Eyes” di Carly Simon, confondono ancor di più le acque.

Il coro di dissensi critici che si è sollevato non lascia comunque molte speranze (Exclaim 1/10, The Guardian 2/10, Independent 4/10): la redenzione di Morrissey è rimandata a data da destinarsi, mentre dal punto di vista musicale non può essere taciuta la sapiente scelta delle canzoni incluse nel progetto, sottolineando il gusto middle of the road che colloca “California Son” a metà strada tra “These Foolish Things” di Brian Ferry e “Reload” di Tom Jones; ma anche "Pin Ups" di David Bowie, con tutti i pregi e difetti che ne conseguono. Dopotutto: nessuno come Morrissey.

(27/05/2019)



  • Tracklist
  1. Morning Starship
  2. Don't Interrupt The Sorrow
  3. Only A Pawn In Their Game
  4. Suffer The Little Children
  5. Days Of Decisions
  6. It's Over
  7. Wedding Bell Blues
  8. Loneliness Remembers What Happiness Forgets
  9. Lady Willpower
  10. When You Close Your Eyes
  11. Lenny's Tune
  12. Some Say I Got Devil




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