Sometimes I fuck shit up
Just to check that I’m breathing
(da “Lose Control”)
Il 2018 sarebbe dovuto essere per i Pumarosa l’anno della consacrazione. “The Witch” del 2017 è un gran bell’album e quel magnifico estratto intitolato “Priestess” (sette minuti e mezzo di pura trance ieratica per elettronica e sax) era finito in cima a moltissime playlist alternative, la stampa specializzata aveva tessuto loro numerose lodi e i Nostri erano pronti a scatenarsi sui palchi di numerosi festival estivi, nonché a fare da opening act una porzione del tour dei Depeche Mode.
Insomma, si prospettava loro un futuro roseo come la copertina del loro debut. Sennonché alla talentuosa Isabel Munoz-Newsome (chitarrista e sensazionale vocalist della band) venne diagnosticato un cancro al collo dell’utero. La lotta al male, il lungo decorso post-operatorio, ma soprattutto la difficoltà ad abituarsi alle trasformazioni subite dal proprio corpo sono al centro di “Devastation”, che è negli intenti e nel risultato (un sonoro dodicesimo posto nella classifica Uk degli album) un disco della rinascita.
I testi della Munoz-Newsome sono sinceri e non nascondono incertezze e paure. A prevalere nelle lyrics di “Devastation” sono però un senso di controllo, di riappropriazione del proprio destino e la forza strabordante della propria autrice – che ha dato prova di gran personalità anche sui social, dove ha mostrato le proprie cicatrici in un post di supporto al sistema sanitario pubblico inglese e ai laburisti. In questo sophomore anche la musica è molto più diretta che in passato; “Lost In Her” a parte, i brani presentano un minutaggio contenuto e tendono ad arrivare subito al dunque, mediante melodie e ritornelli catchy, mentre quelli di “The Witch” si sviluppavano lentamente per culminare in turbini psichedelici.
Diretto non vuol però dire semplice. Le canzoni presentano repentini cambi di ritmo, stacchi fugaci e melodie che cambiano continuamente sapore, introducendo all’occorrenza tastiere graffianti (“I Can Change”) e chitarroni minacciosi (“Fall Apart”, “In To The Woods”). Certamente due pezzi come “I See You”, con in mezzo un ritornello da Kate Bush postmoderna, e “Lose Control” e il suo gustoso intermezzo di dance celestiale in “The Witch” sarebbero state fuori posto. È ambientata tra le nuvole e tutta da ballare anche “Heaven”, divisa tra abbozzi di ritmi house e tiepidi vapori; mentre per incontrare toni più cupi bisogna abbandonarsi al lamento per sax di “Adam’s Song”.
Tuttavia, non tutto gira alla perfezione. “Virtue” e la seconda parte di “Lost In Her” falliscono, infatti, nel costruire la tensione che vorrebbero generare con il loro lavoro di accumulo, finendo con il risultare un pelo noiose.
La rinascita dei Pumarosa rimane comunque godibile, in alcuni frangenti imperdibile. Tanto da far pensare che se la band avesse fatto il suo esordio anche solo sei o sette anni prima, quando sound simili al loro erano in voga, avrebbe fatto veri sfracelli di pubblico. Non è un caso che due produttori come Dan Carey e John Congleton, tra i più esperti in fatto di voci femminili, abbiano voluto mettere le mani rispettivamente sul primo e sul secondo disco della band.
05/12/2019