Tigran Hamasyan

The Call Within

2020 (Nonesuch) | jazz

È cerebrale - per non dire cervellotico - certosino, monomaniacale. Maestro del ritmo, dei giochi d’incastro sbattuti in primissimo piano senza in alcun modo rifuggire barocchismi, manierismi o ventate di pura tamarraggine. Sulla sua ultima opera, uscita da pochi giorni, già fioccano fan theory e video che ne analizzano la struttura in ogni dettaglio.
No, non si sta parlando di Christopher Nolan e del suo chiacchieratissimo "Tenet", ma dell’altrettanto funambolico pianista armeno Tigran Hamasyan, trentatreenne giunto il 28 agosto al suo nono Lp da solista, come il precedente edito dalla prestigiosa etichetta Nonesuch e masterizzato da Nate Wood.

Chi segue il personaggio da un po' ha assistito negli anni recenti a un deciso allontanamento dallo stile ipercinetico che aveva animato le sue uscite fino al magistrale "Mockroot", camaleontico ma scrupoloso ed estremamente personale nella rielaborazione della musicalità tradizionale armena. Complici il transito sulla seriosissima Ecm e la collaborazione coi mostri sacri Arve HenriksenEivind Aarset e Jan Bang, le sue prove più recenti avevano sposato una formula più diradata e impressionista, che aveva senz'altro incuriosito gli amanti della modern classical dalle tendenze più ambient ma aveva anche indotto i fan storici a domandarsi: ma quand'è che tornerà a fare sul serio?

"The Call Within" è la chiara risposta. Non solo si reinserisce con determinazione nel solco math-prog-folk-jazz (toccava scriverlo, prima o poi nella recensione) che ha fatto il nome di Hamasyan, ma trova anche il modo di integrare nella ricetta la dimensione ambientale, ora attraverso brevi interludi che puntinano la tracklist ("At A Post-Historic Seashore", "Old Maps", "37 Newlyweds"), ora come elemento costitutivo di composizioni più eclettiche (si veda la caleidoscopica "Our Film").
Il piatto principale, però, torna appunto a essere il labirintico e quintessenziale jazz-prog a base di scale mediorientali e tempi ultracomposti. Pur rinunciando ad alcuni degli sconfinamenti espliciti in territorio metallico, che avevano fatto storcere il naso a qualche ascoltatore in passato, Hamasyan riesce a incrementare la potenza sonora dei pezzi: il risultato è ottenuto non tanto spostando il centro stilistico del suo pianismo - che alterna con coraggio durezza estrema e lucente vaporosità - ma lasciando mano libera ai suoi collaboratori, su tutti il batterista svizzero Arthur Hnatek, già suo compare ai tempi di "Mockroot". È infatti la grazia da maniscalco di Hnatek, dirompente anche per chi fosse abituato all'irruenza di Joey Baron, a controbilanciare con granitica robustezza l'imprendibilità dei continui voltafaccia melo-ritmici di Hamasyan. D'altra parte, per sua ammissione, il pianista armeno si è avvicinato al jazz improvvisando sui dischi dei Led Zeppelin di suo padre: non c'è da stupirsi se i suoi arzigogoli sono a loro perfetto agio su una base clamorosamente pestona.

Descrivere i pezzi forti del disco puramente come jazz virtuosistico su mazzate di batteria sarebbe però alquanto riduttivo. L'articolazione ritmica dei brani di Hamasyan eguaglia infatti — e forse qui perfino oltrepassa — i più arditi contorsionismi poliritmici di pilastri dello djent come Tool e Meshuggah, già da tempo evidenti ispiratori del musicista. Dalla sua l'armeno ha la provenienza geografica, che, unita allo studio delle tradizioni, gli consente di muoversi su schemi metrici alieni al canone europeo con una naturalezza e un'espressività impensabili per intere schiere di aitanti parvenu dei tempi dispari.
Valga come esempio "Levitation 21", monumentale tour de force posto in apertura del disco e da tempo in circolazione come teaser dell'album. In cinque minuti di continui capovolgimenti, il brano disseziona in una panoplia di composizioni additive l'impensabile tempo di 21/8. Il diagramma poligonale raffigurato in copertina, oltre a evocare un qualche non meglio precisato immaginario mistico-esoterico, vuole proprio essere una rappresentazione visiva della pluralità di strutture ritmiche esplorate dal pezzo.
Su traiettorie simili si muovono anche gli otto minuti di "Ara Resurrected" (dedicata alla "rivoluzione di velluto" del 2018, con un titolo che riprende il nome di un semidio dell'Armenia pre-cristiana), "Vortex" e "New Maps", ma ogni brano rappresenta un'odissea musicale a sé: se in "Vortex" compare come ospite il guru della chitarra djent Tosin Abasi (Animals as Leaders), in "New Maps" risplende in particolar modo la versatilità bassistica di Evan Marien, terzo e nuovissimo membro della formazione dietro all'Lp. Accompagnata da una poesia scritta dallo stesso Hamasyan, la traccia conclusiva del disco è forse quella che più deliberatamente esplora una molteplicità di paesaggi sonori ed emotivi: sospensione, leggiadria, ma anche concitazione, brutalità, luce, ombra, estasi, conclusività.

È in fin dei conti proprio la limpidezza con cui emerge la dimensione emozionale, e l'ampio ventaglio di quest'ultima, a rendere la musica di "The Call Within" radicalmente diversa dai più capziosi — ma sostanzialmente anche monotoni — esperimenti math. Tra le dita di Hamasyan, la complessità è in ogni momento strumento espressivo per dar forma a una varietà di sentimenti e sguardi.
Anche quando i brani si avventurano in territori inusuali per l'autore (sia "Our Film" che "Old Maps" esplorano beat grassocci di stampo glitch-hop) restano fortissime le connessioni con quelle parti della sua musicalità che più platealmente arrivano dal cuore: il fischiettio, le cantilene che doppiano le note del piano, gli inserti corali.
Sta forse proprio nella quasi disarmante trasparenza espressiva ciò che raccorda la rocambolesca estetica math-jazz che prepotentemente ritorna al centro in "The Call Within" con i toni più slavati dei dischi degli scorsi anni: comunque scelga di attrezzare la sua tavolozza, sempre e comunque Tigran Hamasyan vive la musica come cangiante trasposizione dei suoi stati d'animo. Anche dove l'artificio parrebbe predominare, ad avere la meglio è sempre la sua insopprimibile spiritualità.

 

(02/09/2020)

  • Tracklist
  1. Levitation 21
  2. Our Film (ft. Areni Aghbabian and Artyom Manukyan)
  3. Ara Resurrected
  4. At a Post-Historic Seashore
  5. Space of Your Existence
  6. The Dream Voyager
  7. Old Maps (ft. Varduhi Art School Children's Choir)
  8. Vortex (ft. Tosin Abasi)
  9. 37 Newlyweds
  10. New Maps




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