Deftones

Ohms

2020 (Warner) | alt-metal

Se ne parla dal 2017, del seguito di “Gore” (2016) degli statunitensi Deftones, formazione fondamentale del nu-metal, nel quale si distinguono per qualità e creatività. Opera numero nove, che potenzialmente poteva arrivare già nel 2019, ma approdata nei nostri timpani solo sul finire di questo 2020, è un ritorno atteso, peraltro prodotto dallo stesso Terry Date che non era in cabina di regia per la band dai tempi dell’album, poi mai pubblicato, “Eros” (2008). La suggestiva copertina, firmata da Frank Maddocks, prosegue invece una collaborazione ormai ventennale, visto che sua è l’iconica grafica di “White Pony” (2000) e di tutte le opere successive. Tutti elementi di continuità, e non solo mera aneddotica, che ci permettono di inquadrare l’opera ancor prima di premere il fatidico tasto "play". La questione non è poi così scontata, visto che eventi luttuosi e qualche tentativo di modifica a livello di sound ci sono pure stati, nel corso della lunga carriera.

Questa volta, invece, i Deftones proseguono con l’assestamento già intravisto in “Gore”, cercando di declinare la loro peculiare miscela di violento e malinconico, distorto e melodico, muscolare e intimista. Tagliate ormai le tendenze più esplosive, quelle che portavano l’intensità dalle parti dell’urlo e del frastuono e che qui si ascoltano soprattutto in “This Link Is Dead”, gli statunitensi non fanno molto per sorprendere ma cercano piuttosto di sistematizzare in modo maturo e coerente la loro gamma emotiva e stilistica. Lo fanno nel corso di 10 brani in 46 minuti, procedendo a velocità di crociera e senza particolari scossoni.

L’impasto di melodia grunge e spunti groovy da nu-metal di momenti come “Genesis”, “Radiant City” e “Ohms” è ancora una volta lo show del cantante Chino Moreno, che divide la scena lungo tutto l’album soprattutto con le chitarre di Stephen Carpenter, spesso affascinato da richiami a Smashing Pumpkins e armato di un’inedita nove-corde. Il binomio fra potenza ed emotività guida anche “Ceremony”, trovando massima espressione in “Urantia”, brano in cui la band si esercita in un campo dove si distingue da sempre, quello di una musica multiforme sul piano stilistico ed emozionale.
Anche “Error” usa chitarre fragorose, stemperandosi in una lunga coda psichedelica, e la successiva “The Spell Of Mathematics” applica una formula simile, fondendo frangenti atmosferici a possenti sezioni di fragore metallico; “Headless” scambia le proporzioni, inserendo poca violenza in molta malinconia melodica.
In altre parole, i Deftones del nono album non rinunciano alla loro anima divisa e ai loro contrasti, tanto che “Pompeji” chiude con una lunga divagazione di synth in territori ambient.

Familiare negli arrangiamenti e riconoscibile nello stile, con tutti gli elementi caratterizzanti di una lunga e proficua carriera, “Ohms” ci ricorda che i Deftones sono ancora in forma, anche se non guideranno alcuna innovazione musicale. L’ascolto è rassicurante, privo di brani trascurabili e tuttavia nulla di quanto presentato pare poter fare alcuna differenza, nella loro carriera e, ancora meno, per la musica in generale.
L’entusiasmo della critica internazionale, certificato da un Metascore a quota 88/100, è almeno in parte giustificato dal fatto che della loro generazione sono fra quelli invecchiati decisamente meglio.

(12/10/2020)



  • Tracklist
  1. Genesis
  2. Ceremony
  3. Urantia
  4. Error
  5. The Spell of Mathematics
  6. Pompeji
  7. This Link Is Dead
  8. Radiant City
  9. Headless
  10. Ohms


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