Jeremy Tuplin

Violet Waves

2020 (Trapped Animal) | alt-songwriter, folk, pop

E' un altro passo nella giusta direzione, quello intrapreso da Jeremy Tuplin. Un ulteriore tassello di un percorso evolutivo maturato durante l’intensa tournée tra Inghilterra, Germania e Italia; tour, tra l'altro, che ho avuto la fortuna d’intercettare in quel di Avellino nel concerto tenuto al Godot Bistrot.
Il terzo album del musicista inglese, “Violet Waves”, è un altro affresco dai toni surreali e deliziosamente imperfetti, una tragica e grottesca meditazione sull’inevitabilità dello scorrere del tempo, sulla fragilità dei sentimenti e sulla contemplazione del futuro come fuga dalla quotidianità.

Un'impertinente solidità espressiva prende corpo, grazie all’affiatamento di Tuplin con la band, alla quale spetta il roboante nome di Ultimate Power Assembly: un elemento che sposta l’asse di riferimento del musicista da potenziale cantautore rock, a vero e proprio leader di un gruppo. Volendo omaggiare la passione dell’autore per David Bowie, si potrebbe affermare che per “Violet Waves” Jeremy Tuplin abbia trovato i suoi Spiders From Mars.
L’album è un continuo avvicendarsi di stati emotivi in perenne conflitto tra urgenza e tranquillità: alle leggiadrie rock’n’roll di “Back From The Dead” spetta iniziare il viaggio più corposo del musicista, un percorso ricco di interessanti variabili che culmina nella lacerante ballata rock-noir “When I Die, etc”,  il cui fragore armonico e melanconico raggiunge vertici finora noti solo ai Tindersticks e a Scott Walker.

L’animo cantautorale leggermente lunatico e malinconicamente trasognante dell’esordio “I Dreamt I Was An Austronaut” non è stato comunque sacrificato, anzi, è ancora più magico e onirico, pronto a liquefarsi nelle felpate e umide atmosfere di “Swimming”, dove il fantasma di Nick Drake incontra quella di Syd Barrett, né si è smarrita quella malsana psichedelia alla Velvet Underground pronta a riecheggiare nelle trame ipnotiche e ammalianti di “The Inuit”.
L’equilibrio tra grinta e poesia è quasi perfetto: Tuplin si destreggia con maggior disinvoltura e senza apparente sforzo, esemplare in tal senso la vivace spavalderia di “Killer Killer”, una canzone quasi kafkiana che racconta una storia d’amore tra un istrice e un cincillà; sagacia e solennità fanno invece capolino nella pungente digressione sul dualismo tra scienza e irrazionalità, immersa nelle grevi atmosfere di “The Idiot”.

“Violet Waves” è un album che graffia nelle viscere del rock con la stessa eleganza di Bowie (“Cool Design”), accenna incubi in stile Roxy Music che trasudano di romanticismo e decadentismo (“Break Your Heart Again”), dispensa prelibatezze psych-cosmic-folk da assaporare con calma (“Sally's In A Coma”), non disdegna sognanti trame jangle-pop (“Violets Are Blue”) e si concede al pop con toni agrodolci e fantasiosi (“Space Magic”).
Il terzo disco di Jeremy Tuplin è un disco completo e compatto, grazie al quale il musicista inglese porta a compimento l’evoluzione da autore cult a musicista di primo piano. La posta in gioco è alta, ma per l’artista di Somerset si sono aperti nuovi orizzonti e nuove prospettive, restiamo in ascolto.

(10/08/2020)



  • Tracklist
  1. Back From The Dead
  2. Break Your Heart Again 
  3. Space Magic
  4. Killer Killer
  5. The Inuit
  6. Swimming
  7. Cool Design
  8. The Idiot
  9. Sallys In a Coma
  10. She Speaks To Me
  11. Violets Are Blue
  12. When I Die etc






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