Kelly Lee Owens

Inner Song

2020 (Smalltown Supersound) | tech house, dream-pop

Musicista elettronica e cantante gallese classe 1988, Kelly Lee Owens ha fatto il suo debutto nel 2017 con uno splendido album omonimo che l'ha posta sotto l'attenzione della critica e le ha fatto guadagnare numerosi fan, anche tra colleghi molto navigati. Molto presto sono arrivati infatti remix e collaborazioni in compagnia di St. Vincent e Bjork.
Un'entrata in scena coi fiocchi, che sembrava preludere a un'intensa e interessante carriera. Eppure la realizzazione di questo sophomore, che, meglio metterlo subito in chiaro, surclassa il già ottimo debutto, è stata tutt'altro che scontata. In numerose interviste la giovane producer ha parlato degli ultimi tre anni come dei più duri della sua vita. Non solo una laringite cronica l'ha tormentata costringendola a cancellare diverse date live, ma è stato un periodo tosto anche mentalmente ed emotivamente, segnato per giunta da dolorose perdite. "C'erano giorni in cui era difficile anche solo alzarsi dal letto", ha confidato Kelly in un'intervista a Flood Magazine.

Disco segnato da una forte interiorità sin dal suo titolo, “Inner Song” suona proprio come un ritorno, un rinascimento, una resurrezione. Sono numerosi i momenti in cui le liriche, aiutate da tessiture ritmiche che vogliono liberarsi di ogni zavorra, si librano in aria; come quando nello splendido singolo di lancio “On” il ritornello si avvia verso la volta celeste e insiste: “Now I'm moving on”. Quello che la Owen trova oltre la coltre di nubi non è però il paradiso, ma un rave party con la cassa dritta e schioccante. Plastica, magica, la trasformazione da dream-pop gassoso a techno granitica compiuta dal brano è un prodigio chimico provato già nel debutto, ma soltanto ora affinato ed eseguito alla perfezione.

Il dream-pop e la techno: due anime che nei brani di “Inner Song” possono convivere come presentarsi separate, sfoggiando l'agilità di Kelly Lee in entrambe le versioni. No, “Inner Song” non è un disco che impressiona soltanto per l'imponderabile alchimia che propone tra le due anime, lo fa anche per la sicurezza e l'originalità con cui l'autrice manipola le due materie anche quando queste si presentano singolarmente. “Per una “Melt!” che mena discrete legnate da pista, o una techno fatta risuonare nell'empireo come farebbe Jon Hopkins (“Jeanette”), in “L.I.N.E.” troviamo un giro circolare di sintetizzatori onirico e svolazzi vocali zuccherini che fanno venire in mente sia i Beach House che, più banalmente, Elizabeth Fraser.

“Night” è il frangente in cui il contrasto tra le delicatezze dreamy e la durezza della techno, che nel violento finale svela tratti teutonici, è più evidente; mentre in “Flow” la producer padroneggia una techno dal ritmo più blando con beat e synth dinoccolati. C'è anche spazio per qualche sperimentazione cerebrale, come nella rilettura per elettronica analogica degli “Arpeggi” dei Radiohead (band da sempre molto cara all'autrice, che la considera perfetta per commentare musicalmente l'Apocalisse) posta in apertura della tracklist, o nell'ospitata di John Cale, gallese anche lui, chiamato per declamare la poetica e notturna “Corner Of My Sky”.
Tra sintetizzatori abbaglianti, finiture sintetiche che sbrilluccicano sullo sfondo e beat avvolgenti, “Wake Up” è un brano catartico, estatico, che chiude il disco immerso in un'abbagliante luce bianca ambient-techno. Un risveglio purificante: la quiete dopo la tempesta, la luce dopo l'oscurità, il techno party oltre le nuvole.

(01/09/2020)

  • Tracklist
  1. Arpeggi
  2. On
  3. Melt!
  4. Re-Wild
  5. Jeanette
  6. L.I.N.E.
  7. Corner of My Sky (feat. John Cale)
  8. Night
  9. Flow
  10. Wake-Up


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Recensioni

KELLY LEE OWENS

Kelly Lee Owens

(2017 - Smalltown Supersound)
Atmosferico album d'esordio, variegata miscela di vocalizzi dream-pop e beat ambient-tech-house

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