Lana Del Rey

Violet Bent Backwards Over The Grass

2020 (Polydor) | poetry, chill-out, ambient

Facile restare perplessi di fronte a una scelta artistica così audace, soprattutto ora che Elizabeth Grant è riuscita a vincere gran parte delle perplessità di critica e pubblico con l’acclamato ”Norman Fucking Rockwell!”. Per Lana Del Rey è il momento giusto per togliersi qualche capriccio, forte di un immaginario che renderà fruibile, e perfino gradevole, un progetto che sotto altro nome scivolerebbe facilmente in un angolo buio di Spotify o dei pochi negozi rimasti attivi.

“Violet Bent Backwards Over The Grass” è un audiolibro con quattordici poesie che Lana Del Rey afferma essere state ispirate dallo stile di Sylvia Plath, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, un’ambizione che forse la stampa di lingua inglese potrà giudicare con maggior elementi a disposizione, essendo non proprio agevole cogliere fino in fondo le sfumature poetiche di questo atipico progetto senza essere in possesso di un background linguistico di buon livello.
La colonna sonora è affidata al fedele Jack Antonoff, abile nell’offrire un substrato non molto invadente: un accordo di piano, un pizzico d’elettronica, languori chitarristici e un sassofono che cadenzano toni cupi e angosciosi.

Su queste criptiche composizioni, Lana alterna interessanti disamine sul ruolo dell’artista (“LA Who Am I To Love You”) e ingenue citazioni di stili poetici ben assortiti: da Dylan Thomas a Jim Morrison.
C’è perfino un’insolita tenerezza in alcuni frangenti di “Violet Bent Backwards Over The Grass” (“The Land Of 1,000 Fires”, “Paradise Is Very Fragile”), questo perché Lana Del Rey non rinuncia a nessun modulo espressivo possibile, al fine di rendere fruibile un disco di poesie il cui substrato sonoro non è particolarmente originale.
La voce, a volte in primo piano (“Never To Heaven”), a volte avvolta nella nebbia di pochi accordi (“Salamand”), sottolinea stati d’animo contrastanti, ricorrendo a evanescenze poetiche (“The Land Of 1,000 Fires”) o a tempi recitati più loquaci (“Sportcruiser”), senza alcun timore di deludere le attese o di scivolare in toni grotteschi e ameni.
Tra le righe si colgono riferimenti alla crisi climatica (“Paradise Is Very Fragile”), ai nativi americani (non dimenticando che Lana ha donato gran parte dei proventi dell’ultimo album alle associazioni che offrono assistenza agli indiani d’America), anche se le poesie risultano più intense quando Del Rey affonda le mani nell’intimo e nella sensualità quotidiana (“What Happened When I Left You”, “Happy”).

Metafore, frammentarietà lirica, vulnerabilità poetica, nichilismo, possono essere valide argomentazioni per mettere in buona o cattiva luce un progetto comunque coraggioso, ma pur spogliato dell’aura magica creata dal fascino dell’autrice, questa nuova opera di Lana Del Rey conferma che siamo di fronte a un talento dalle molteplici risorse.
Nonostante l’apparente difficoltà d’ascolto, basti pensare che su Rym nessuno ha azzardato un pur flebile commento, “Violet Bent Backwards Over The Grass” è uno dei pochi album di slam poetry (sì, è anche questo) che riuscirete a sentire almeno una volta senza provare fastidio, nonostante non manchi una lieve auto-indulgenza capace di causare raramente una sensazione di noia (“My Bedroom Is A Sacred Place Now - There Are Children At The Foot Of My Bed”), ma va dato atto a Lana Del Rey di aver affrontato questa esperienza di poesia e ambient music senza snaturare se stessa. Non c’è ostentazione o arroganza intellettuale, ma solo una donna alle prese con se stessa.
E la storia continua...

(11/10/2020)



  • Tracklist
  1. L.A. Who Am I To Love You
  2. The Land Of 1,000 Fires
  3. Violet Bent Backwards Over The Grass
  4. Past The Bushes Cypress Thriving
  5. Salamander
  6. Never To Heaven
  7. Sportcruiser
  8. Tess Dipietro
  9. Quiet Waiter Blue Forever
  10. What Happened When I Left You
  11. Happy
  12. My Bedroom Is A Sacred Place Now - There Are Children At The Foot Of My bed
  13. Paradise Is Very Fragile
  14. Bare Feet On Linoleum
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