Non stupisce che dietro l’esordio ufficiale del 2014 di Jared Artaud e Brian MacFadyen, ovvero i Vacant Lots, ci fosse la figura di Alan Vega dei
Suicide. Nell’ultradecennale carriera del duo di base a New York, le coordinate creative hanno infatti tenuto fede alla miscela di rockabilly, post-punk, psichedelia ed elettronica della seminale band di Martini Rev e Alan Vega. “Interzone” nasce sotto il patrocinio della dinamica etichetta inglese Fuzz Club, e concilia le già note attitudini dei Vacant Lots con uno spirito dance da band
synth-noir-disco, ovvero quelle perfette per la colonna sonora di una serata in un club
alternative/dark di Berlino, Londra, o New York.
Negli anni il percorso artistico dei Vacant Lots si è incrociato con personaggi dal pregevole curriculum (tra gli altri
Sonic Boom - ex-
Spacemen 3 - Dean Wareham -
Galaxie 500 - Anton Newcombe -
The Brian Jonestown Massacre) ed è dunque naturale che nelle otto tracce ci siano echi delle varie collaborazioni passate.
A tutto ciò si aggiungono le influenze culturali e letterarie che hanno come filtro principale la figura di William Burroughs: il nome della band è infatti ricavato dal primo titolo scelto dall’autore per quello che poi diventerà “The Naked Lunch”. Anche il titolo del nuovo album è estratto da un racconto di Burroughs, “Interzone”, che già offrì ispirazione ai
Joy Division.
Con tutte queste premesse è facile intuire il percorso creativo dell’album, ma guai a ipotizzare un progetto nostalgico/passatista: i Vacant Lots sfoderano il meglio delle armi a loro disposizione per un disco godibile e palpitante.
Poco più di trenta minuti per “Interzone”, tra citazioni dei
Joy Division in chiave
New Order (“Endless Rain”), incalzanti ritmi post-punk agghindati da elettronica anni 80 (“Exit”), gioiellini pop-
wave che si fanno perdonare l’affabile
refrain (“Fracture”) e un vivace tocco dance-noise che sposa un
riff stile
Rolling Stones all’ossessività contagiosa dei
Jesus And Mary Chain (“Rescue”).
E’ una musicalità gelida e robotica dai velati toni
kraut, quella che affiora in “Into The Depths”, ed è aliena e monocromatica l’ancor più asettica e battente “Payoff”, che incastra
Kraftwerk e
Lcd Soundsystem.
Per fortuna, l’evoluzione dance dei Vacant Lots non è frutto di un epicureismo fine a se stesso, ma di una consapevolezza e di un equilibrio che offrono il fianco anche a frammenti di spiritualità, quelli accennati dalle morbide e felpate note quasi lounge di “Station” e dalle più antropiche e psichedeliche tribolazioni alla
Anton Newcombe della traccia finale “Party's Over”.
Abile sintesi di linguaggi sonori culturalmente affini ma non necessariamente collimanti, il terzo disco ufficiale dei Vacant Lots cattura quella spiritualità rock’n’roll che ha tracciato un percorso unico nell’evoluzione della musica moderna: sfrontata e sessuale nei primi anni 60,
glamour e introspettiva nei 70, decadente e noir negli 80 e 90, aliena e ossessiva durante l’esplosione della
club culture e della sbornia rave, e infine ancora autentica nel pur enorme calderone contemporaneo.
“Interzone” è un deciso passo avanti per il duo di New York. Jared Artaud e Brian MacFadyen danno prova di conoscere bene tutte le implicazioni culturali e generazionali che si nascondono dietro le palesi influenze musicali. Con un briciolo di coraggio e azzardo in più, potrebbero passare dal ruolo di attori di primo piano ad autentici registi e sceneggiatori di un’avvincente narrazione della musica rock contemporanea.