Villaelvin

Headroof

2020 (Hakuna Kulala) | post-club, sound-collage, bass

Se si è un po' seguito le vicende connesse alla Nyege Nyege (nonché alla qui presente etichetta sorella Hakuna Kulala) si saprà che l'istinto collaborativo, soprattutto in un'ottica internazionale, è connaturato nella filosofia della label. Le collaborazioni di Slikback con i producer della Svbkvlt, come l'eccitante incontro di Jay Mitta e Sisso assieme a Errorsmith e ai Modern Institute, parlano di un collettivo desideroso di aggiornare le coordinate del proprio sound e portarle al livello successivo, in un fertile dialogo con i più freschi centri dell'elettronica mondiale. Frutto dell'incontro tra la gallese Elvin Brandhi, lyricist e produttrice nell'ambito dell'improvvisazione contemporanea, e un affiatato manipolo di musicisti (i rapper Hakim e Swordman Kitala, i producer Don Zilla e Oise, il percussionista Omutaba) tutti gravitanti attorno ai quartieri generali della label, Villaelvin è un progetto che rispecchia pienamente l'incrocio di sensibilità alla sua base, che unisce mondi tra loro molto distanti e opera con “Headroof” una sintesi inconsueta, difforme.

Il risultato è tanto discosto dal sound madre dell'etichetta quanto intricato negli esiti, annullando ogni riferimento preciso per una combinazione di instabili strutture post-club, curiose pulsioni collagiste e intricate tessiture di stampo bass, che estinguono pressoché ogni contatto con il dancefloor.
Poco male, il sestetto coglie l'occasione per concepire un linguaggio liquido, una sequenza di paesaggi sonori dalla durata e dalle finalità mutevoli, accomunati però tutte da un imminente senso di minaccia, da una tensione strisciante che monta senza mai risolversi pienamente. Niente di inedito, ma alle parentesi industriali dei Raime o al design caracollante di tanti act del filone il progetto preferisce piuttosto un fervido impiego del campionamento (si passa dalle chiese evangeliste di Kampala alle paludi che circondano lo studio), sfruttato tanto nel suo valore contestuale quanto nella sua azione strutturale.

La combinazione con le percussioni ultra-distorte di Omutaba e la consistenza quasi fisica dei beat, intrappolati nel vuoto circostante, donano ai vari episodi un'aura di oscura euforia, ben evidente in diversi passaggi dell'album (il trattamento iper-glitchato riservato a “Zillelvina”, le alterazioni aliene applicate ai contributi, ritmici e tessiturali, della lunga “Kaloli”), che ben si sposa alle improvvisazioni rap di Hakim e Kitala, ridotte spesso a un ricordo evanescente (la conclusiva “Rey”).
Se la natura sconnessa degli episodi più brevi avrebbe giovato di un maggiore sviluppo, nondimeno il progetto Villaelvin individua un percorso tutt'altro che pedestre a una materia abbondantemente approfondita negli ultimi anni, a cui manca giusto un pizzico di compattezza in più per convincere col suo fascino sinistro. Anche così resta chiara la testimonianza di un collettivo pronto a compiere un balzo in avanti.

(16/04/2020)

  • Tracklist
  1. Troof
  2. Ghot Zilla
  3. Headroof
  4. Ettiquette Stomp
  5. Zillelvina
  6. Hakim Storm
  7. Kaloli
  8. Troofj
  9. Door 2 Porte Parole
  10. Rey


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