Matthew E. White & Lonnie Holley

Broken Mirror: A Selfie Reflection & Lonnie Holley

2021 (Spacebomb, Jagjaguwar) | jazz

L’inatteso, la folgorazione, il dubbio, l’ambizione, l’irrequietudine, l’attesa.
Matthew E. White ha tenuto a bada una lunga sequenza di emozioni e riflessioni, accantonando alcune registrazioni, effettuate nel 2018 dopo l’uno due in chiave soul di “Big Inner” e “Fresh Blood”, ispirate al periodo elettrico di Miles Davis.

Arguzia e visione critica hanno convinto l’artista americano che quelle session avessero bisogno di una chiave interpretativa più audace. Senza dubbio un set di composizioni con Matthew E. White avulso dal ruolo di autore di canzoni pop-soul, nonché maestro di cerimonie di una band composta da sette elementi, di cui quattro per la sola sezione ritmica, era troppo interessante per restare nel cassetto.
Il destino ha voluto che White e la sua band si trovassero in quel di Richmod, a sostegno di un esibizione di Lonnie Holley, uno dei personaggi più intriganti e puri della scena artistica americana. Scultore per necessità, musicista per caso, genio senza averlo anelato, il settantaduenne americano è una delle voci più autentiche di quella tradizione artistica che ha reso grande l’America e che è stata purtroppo fagocitata dal business e dal conformismo.

Quando Matthew E. White ha proposto a Lonnie Holley di ascoltare le incisioni del 2018, lo ha lasciato libero di compiere un'ulteriore decostruzione della materia prima di quelle composizioni accantonate, sicuro che sangue sudore e lacrime avrebbero dato nuova vita e una ragion d’essere all’ambizioso progetto.
“Broken Mirror: A Selfie Reflectio& Lonnie Holley” è una sintesi metafisica e fuori da una dimensione temporale precisa, messa in atto da due anime che trovano infiniti punti di dialogo e di intesa.

Partendo dal Miles Davis della svolta elettrica, i due attraversano l’immensa black poetry di Gil Scott-Heron e la spiritualità di Sun Ra, forgiando cinque selvagge e ribollenti composizioni free-form, tra eccentricità ritmiche e ponderatezze eufoniche che danno un senso compiuto a un album che si nutre di improvvisazione e pochi scampoli di accordi o melodie.
Il jazz-funk elettrico stile “Agartha” e la dinamicità del ritmo africano sono alla base di un album intenso, denso, sicuramente non facile, anche in virtù di una costante rinuncia a una struttura compositiva definita, e la title track ne è sintesi perfetta, così ossessiva e così coinvolgente da togliere il fiato.

Non solo jazz, blues, soul, funky e rap: Matthew e Lonnie si dilettano con avventurose divagazioni jazz-funk sporcandole di dub ed elettronica alla maniera di “My Life In The Bush Of Ghosts” nella traccia che apre l’album “This Here Jungle Of Moderness/Composition 14”, ma non disdegnano il linguaggio dell’elettronica.
L’energica tessitura ritmica di “I Cried Space Dust/Composition 12” e la meno prevedibile trasfigurazione afro-funk dell’ipnotica “I’m Not Tripping/Composition 8”, che dai Funkadelic vira verso i Kraftwerk, offrono ulteriori spunti per le continue deflagrazioni di synth e per le febbrili dissertazioni poetiche di Holley.

Album come “Broken Mirror: A Selfie Reflection & Lonnie Holley” risvegliano ardori per una musica che riesce ancora a essere libera dalle gabbie stilistiche. Lonnie Holley e Matthew E. White hanno affrontato questa sfida incuranti di un riscontro commerciale o di quell’enfasi critica che fa gridare al capolavoro con una cadenza quasi settimanale.
Il risultato è un disco che si potrebbe definire apocrifo, in quanto svela verità altrove malcelate o abilmente travestite dalla terminologia nu-jazz. Free music for free spirit.

(25/07/2021)

  • Tracklist
  1. This Here Jungle Of Moderness/Composition 14
  2. Broken Mirror (A Selfie Reflection)/ Composition 9
  3. I Cried Space Dust/Composition 12
  4. I’m Not Tripping/Composition 8
  5. Get Up! Come Walk With Me/Composition 7


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