Gojira

Fortitude

2021 (Roadrunner Records) | groove-metal, prog-metal

Tornano i francesi Gojira con il settimo album “Fortitude”. L’attesa è stata alimentata dal fatto che il precedente “Magma” (2016) è stato un album di svolta: brani più lineari, spesso aderenti alla struttura classica della canzone rock, forte presenza di voci pulite. Insomma, avevano fatto con il death-metal degli esordi un’operazione analoga a quella dei Metallica con il thrash nel black album. Dunque si tratta di sentire se questo “Fortitude” è analogo a quello che fu “Load”.

Disco meno fresco e immediato del precedente, che aveva le sue maggiori qualità nella compattezza e nell’ispirazione uniformemente distribuita sui vari brani, “Fortitude” ricade in una certa dispersività. Da una parte c’è il tentativo di tornare alle asperità del metal più estremo, coniugandole alla vena melodica, con risultati altalenanti: in particolare, i ritornelli delle varie “Born for One Thing”, “New Found”, “Into The Storm” rischiano di suonare intercambiabili gli uni con gli altri senza troppa difficoltà. Ciò non toglie che svolgano la giusta funzione di “aprire” i brani e iniettare una buona dose di epicità.

Ci sono poi episodi in cui il nuovo corso viene abbracciato con più spontaneità e coerenza: “Hold On” è introdotta da una progressione di cori drammatici che sfocia in una sequenza di riff e armonie di chitarra molto classici (oltre all’immancabile tapping alieno, marchio di fabbrica dei nostri). “Another World” è l’esempio tipico di un’abilità unica dei Gojira: saper trasformare un esercizio chitarristico da manuale in un vero riff e costruirci un brano efficace intorno. A livello tematico poi torna il topos già al centro di “From Mars To Sirius” (2005) dell’epopea spaziale per sfuggire al collasso ambientale del pianeta.
Ecologia e politica: i temi caldi della band, che in “Amazonia” tornano verso le latitudini tropicali del groove-tribal-metal, altro ingrediente fondamentale della ricetta dei nostri. Al brano è collegata anche un’iniziativa di beneficenza a favore degli indigeni. Per arrivare poi alla doppietta “Fortitude”-“The Chant”, l’episodio più atipico e spiazzante: per cantare l’oppressione nei confronti del Tibet, imbastiscono un potente psych-blues-metal. Le percussioni, i cori, le scelte tonali: tutto contribuisce a stabilire un impensabile ponte tra i templi dell’Himalaya e il voodoo della Louisiana, in aria di Zeal and Ardor. C’è persino un assolo di chitarra che trasuda elettroni. Nessuna svolta commerciale: questi sono Gojira ispirati e sinceri. Una nuova mutazione.

In definitiva, non si può dire che la band abbia di nuovo alzato la sbarra (come invece fa Randy Blythe dei Lamb of God, da sempre fanatico promotore dei colleghi francesi). I livelli di “From Mars To Sirius” restano ancora lontani, e probabilmente sono destinati a rimanere tali. Ma i Gojira hanno esplorato ancora nuovi sentieri, lo hanno fatto con energia e convinzione; quello che “Fortitude” paga in termini di dispersione, lo recupera stimolando una ricerca attenta tra le pieghe dei brani.

(08/05/2021)

  • Tracklist
  1. Born for One Thing
  2. Amazonia
  3. Another World
  4. Hold On
  5. New Found
  6. Fortitude
  7. The Chant
  8. Sphinx
  9. Into the Storm
  10. The Trails
  11. Grind




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Recensioni

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Magma

(2016 - Roadrunner Records)
Sesto album, insolitamente melodico, per la celebrata metal band francese

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