Jean-Michel Jarre

Amazonia

2021 (Sony) | elettronica, ambient

Verso le quattro di quel 25 giugno tutto sembrava pronto per la consacrazione di Talù VII, imperatore del Ponukelé, a re del Drelchkaff. Il sole era tramontato; il calore era tuttavia opprimente in quella regione dell'Africa vicina all'equatore, e tutti noi sentivamo il greve peso dell'aria temporalesca, che nessuna brezza alleviava.
Che la regione descritta nel 1910 da Raymond Roussel in "Impressioni d'Africa" abbia a che fare più con i recessi archetipici dell'inconscio che con la realtà etno-geografica del "continente antico" è ciò che ne rende ancor più logica la fruizione in qualità di opera a funzione psicotropa ancor prima che strettamente letteraria.
Consanguineo psico-sonoro di quel "non-viaggio" sinfonico documentato con parole usate come note, anche "Amazonia", sorta di "telaio Jaquard" ordito da Jean-Michel Jarre per fungere da colonna sonora della mostra itinerante organizzata dalla Philarmonie di Parigi che, dal prossimo 20 maggio, raccoglierà le foto scattate da Sebastiao Salgado nella foresta pluviale più grande del mondo, può essere esperita (più che ascoltata) al di fuori della sua contingente funzione di soprabito para-musicale di una collezione di immagini statiche.

La sua pubblicazione sotto forma di album (benché riconducibile alla categoria dei side-project) andrebbe dunque vista come una presa d'atto della sua inaspettata e più sostanziale natura di "audiosfera a funzionamento simbolico" sopravvenuta a posteriori rispetto al processo di composizione. Decisione non del tutto nuova alla "policy editoriale" del lionese, che negli anni ha permesso ad altre creazioni su commissione, o comunque collaterali alla produzione "autogena", di insinuarsi nelle pieghe della sua discografia ufficiale assumendo forme per certi aspetti eversive. Fu questo il caso, ad esempio, di "Music For Supermarkets", Lp di musiche realizzate per una mostra d'arte contemporanea destinate a rimanere incise su un unico vinile venduto all'asta come oggetto d'arte, alcune delle quali poi rimaneggiate in "Zoolook" e "Rendez-vous", e infine riemerse nei bootleg grazie alle registrazioni dell'unica radiodiffusione concepita per essere piratata. Ma soprattutto della lunga traccia ambient creata in una notte per un'esposizione di foto dei propri concerti, in seguito promossa a title track del disco "Waiting For Cousteau" che, dopo aver contribuito all'ordinato deflusso di due milioni e mezzo di persone alla fine del concerto della Defense, è assurto da allora a ipnotico "warm-up" di tutti i live successivi.

Per analoga eterogenesi dei fini, di "impressioni amazzoniche" sarebbe pertanto più corretto parlare a proposito di questa nuova "entità" refrattaria tanto alle definizioni più scontate e riduttive di "ambient-muzak" quanto a quelle di "chill-out", "new age" o di "ethno-elettronica". Perché stavolta, come accade nell'anti-narrazione di Roussel, orfano di un "logos" temporale che giustifichi la lettura sequenziale dei capitoli, dove personaggi e avvenimenti si susseguono non in base a una trama, ma secondo i parametri combinatori di lettere, parole e frasi, Jarre sembra adoperarsi affinché l'algoritmo codificato per l'app "Eon" (rilasciata nel 2019 per IOS&Mac), preposta alla ricombinazione virtualmente infinita e per ogni utente irripetibile di groove, pattern percussivi, effetti e temi melodici sincronizzati con omologhi spettrogrammi artistici sia sottoposto a una sorta di mirato "hackeraggio". Un sabotaggio volto a riprogrammarne il pilota automatico per dirottarne le dinamiche sulle onde geolocalizzanti di quella distillazione foto-plasmica coagulata nel bianco e nero dell'Amazzonia "spettrografica" di Salgado.
Se vocali, consonanti e punteggiatura divengono atomi equivalenti e quindi interscambiabili sulla partitura verbale di uno pseudo-romanzo, rumori, suoni, note e silenzi possono esserlo sul pentagramma atmosferico di un'avventura emotiva travestita da pseudo-album.

In parte esoterico "calembour" metagrammatico di un compositore mancato, in parte ludico enigma poetico di un pre-surrealista insofferente alle convenzioni di genere, nel libro del francese Roussel "le vingt cinque juin", il "venticinque giugno" ambientato in un fittizio paese africano raggiunto da una spedizione salpata da Marsiglia, è la data-suono intorno a cui si dispiegano i rituali bizzarri inscenati in onore dell'imperatore Talù durante l'arrivo di un temporale. Tuoni, scrosci di pioggia, fruscii, ribollii, crepitii, pigolii, ronzii, refoli di vento, da sempre tonalità di fondo del suo ecosistema sonoro, vengono adesso diluiti da Jarre insieme ai nastri degli archivi del Museo Etnografico di Ginevra nella capsula di Petri della sua personale visione "fantasmatica" di un'Amazzonia mai visitata fisicamente, ma sentita ed evocata per interposta emozione fotografica intorno a un eterno "vingt cinq juin", un luogo del tempo che è prima di tutto suono, respiro, allucinazione, sogno, palpito, forza vitale. Un "locus solus" della memoria auditiva che ha percorso sottotraccia la sua produzione musicale a partire dal secondo movimento di "Magnetic Fields 1" ed "Ethnicolor" nella meditata sublimazione pop degli sperimentalismi da "musique concrete", e che qui torna sul proscenio con rinnovata (sub)coscienza del proprio "perturbante" timbrico.

Sottratto alla sua sudditanza verso l'obiettivo del fotografo brasiliano, all'audiofilo più attento l'ascolto ripetuto dell'album (in particolare nella sua versione binaurale), riserva infatti la sorpresa di un viaggio "centripeta" compiuto a bordo di una funicolare invisibile, sospesa a pochi metri dall'equoreo bisbiglio di un Rio delle Amazzoni che è arteria ancestrale da cui promanano canti, balli, risa e voci autoctone sotto un cielo raschiato dal rombo degli aerei, intrusi mercuriali di quella civiltà tecnologica votata a profanare e cannibalizzare l'atavica sacralità della foresta e dei suoi abitanti. Per dirla con Roland Barthes, dal "punctum", ossia dalla verità emotiva insita nelle foto di Salgado, Jarre drena la realtà espansa del "sonus" che è, in definitiva, essenza del "somnium".
Più che naturale, quindi, che in questa audio-riproduzione "psicogena" di un vasto habitat primordiale, sinonimo e "analogon" vivente dell'inconscio dell'umanità, lo stesso Jarre si abbandoni a una sorta di autopsicoanalisi dagli esiti formali prossimi a quelli della lettura dei disegni di Rorschach, alla scrittura automatica e alla trance ipnotica. Dai rintocchi simil-tribali dell'"oxygeniano" Korg Minipops, che balzella rincorrendo i borbottii e i ronzii persi nella vegetazione, alle due note grevi d'inquietudine di "Oxygene 7" che incarnano il senso di precarietà del biosistema latinoamericano; dalle strida ferine ripescate da "Volcanic Dance" composto per gli show multimediali in Sudafrica, agli arpeggi vocali di matrice ethno-dance più affini, in alcuni momenti, al "Mea Culpa" di "My Life In The Bush Of Ghosts" di Eno e Byrne che a "Diva" o "Woolloomoloo" della sua aborigena controparte "Zoolook". Il gioco metasonico va così a strutturarsi in un esotico atlante dell'immaginario dove sentieri, anfratti, radure, villaggi, corsi d'acqua non hanno relazione tra loro se non in termini di engrammi, tracce mnemoniche da cui germogliano brevi guazzi mentali sbozzati dall'ideografia sonora sviluppata da Jarre sin dai tempi di "Happiness Is A Sad Song" del '69.

Dietro l'ingannevole format del classico album ambient da relegare a musica da tappezzeria, si cela insomma l'acquaforte impressionista di un'Amazzonia rinvenuta, con la studiata casualità di un collage di Max Ernst, dall'autorigenerante reiterazione combinatoria dell'impeto ciclico di "Eon". Recuperare a sua volta la propria istantanea eternità lungo le deviazioni di un viaggio che non è (e non può essere solo) un viaggio, sarà compito privilegiato dell'ascoltatore. Perché è in quel non-luogo dove tutti, pur distanti e rinchiusi nel proprio pandemico isolamento social, meglio ancora che nelle dirette streaming (o dello stesso concerto in VR tenuto da Jarre nel Capodanno 2021 in una Notre-Drame immaginaria) possono trovarsi accomunati verso le quattro di quel 25 giugno in cui, nonostante il greve peso dell'aria temporalesca, il mistero dell'immaginazione si fece Suono.

(20/04/2021)

  • Tracklist
  1. Amazonia, Pt. 1
  2. Amazonia, Pt. 2
  3. Amazonia, Pt. 3
  4. Amazonia, Pt. 4
  5. Amazonia, Pt. 5
  6. Amazonia, Pt. 6
  7. Amazonia, Pt. 7
  8. Amazonia, Pt. 8
  9. Amazonia, Pt. 9
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