Cate Le Bon

Pompeii

2022 (Mexican Summer) | art-pop

La distruzione vulcanica piombata su Pompei nel 79 d.C. si staglia sullo sfondo del nuovo lavoro di Cate Le Bon. Le rovine della città romana non solo fanno da contraltare storico-mitologico alle crisi pandemica e climatica che hanno infiammato l’inizio di questi anni Venti, ma assumono anche un significato simbolico. La Pompei antica, ancora palpitante nella sua vitalità, quella post-apocalittica, ricoperta dalle ceneri, e quella post-moderna, rivitalizzata da un lato dai siti di ricerca storica e archeologica, ma anche sfruttata come attrazione museale per turisti e come teatro per lisergiche esperienze video-musicali dall’altro, sembrano tutte esistere contemporaneamente segnando un cortocircuito temporale. Gli uomini e le donne pietrificati per secoli nella postura della loro morte si ergono a simulacri di un passato lontano, quasi biblico, ma testimoniano anche l’entità sfumata del tempo e il suo ondeggiare in circolo.

Sì, perché il monumentale disco di Cate Le Bon, composto e registrato in piena emergenza sanitaria, è una densa meditazione surrealista sul tempo che scorre, sulla essenza fluida e transeunte della società umana, ma anche sulla capacità di quest’ultima di imprimersi nelle pietre, nelle rocce, nella Terra, fino a modificarne finanche i processi geologici e rimanere così immortalata in un brivido di eternità. “Sound doesn’t go away/ in habitual silence/ it reinvents the surface/ of everything you touch”, recita la traccia iniziale, “Dirt On The Bed”. E in questo contesto la transitorietà della vita viene riletta in un quadro molto più ampio, atomistico e materialistico: il suono, così come ogni aggregazione di materia, non svanisce nel nulla senza eco, ma si modifica con quello con cui entra in contatto e si ripresenta ogni volta in una veste nuova, portandone però inscritta, in un modo o nell’altro, l’eredità dei predecessori.

Le sue passate esplorazioni sonore avevano spinto Cate verso un sound sfaccettato, caratterizzato da un dialogo ininterrotto tra vuoti e pieni, ma sempre ricco di fremiti e palpitazioni nervose. La musicista gallese abbraccia ora invece un oceano sonoro avvolgente, che lascia però intatto il suo stile melodico personale, a tratti sghembo e obliquo, a tratti grave e ieratico. È un ipnotico mare di magma che esala fumi narcolettici, una lunga distesa onirica da cui emerge, al posto di un orologio sciolto o di una figura perturbante, la voce della Le Bon.
Le liriche ermetiche e assurde che da sempre sono il tratto distintivo del suo cantautorato vengono declamate adesso da una sorta di mitica figura oracolare avvolta da vapori allucinogeni, un po’ sibilla, un po’ cassandra e un po’ divinità ctonia, che risiede in una grotta da cui profetizza il destino dell’intera specie umana. E questa è proprio l’iconografia che la musicista esplicita nel video dello stupendo singolo “Moderation” e che decide di sfruttare appieno: mai come prima d’ora la cantautrice si era potuta permettere di parlare per enigmi e di trovare vivo riscontro negli arrangiamenti dal sapore arcano dei suoi pezzi.

I brani di “Pompeii”, mediamente più lunghi rispetto a quelli contenuti nelle precedenti raccolte della gallese, fanno un uso massiccio dei sintetizzatori e presentano delle linee di basso muscolari e ben in evidenza (“Cry Me Old Troble” e “French Boys”, le tracce che forse più si affidano all’ossatura dello scheletro ritmico). Le chitarre tintinnanti e riverberate si insinuano invece tra gli interstizi sonori rimasti inabitati e anche i sassofoni adempiono a una funzione prettamente atmosferica (“French Boys”, “Running Away”). I tempi sono tendenzialmente lenti, ma non per questo la musicista si dimentica della sua vena più pop. Ecco così emergere tre gioiellini di pura melodia sognante e immediata: la già citata “Moderation”, “Remembering Me” e “Harbour”, situata esattamente al centro dell’opera.

“Pompeii” è il migliore disco finora mai pubblicato da Cate Le Bon: meno immediato di “Reward” e “Crab Day”, si schiude solo dopo alcuni ascolti in tutto il suo fascino misticheggiante e suggestivo. Al suono dei rintocchi iniziali di “Dirt On The Bed” le polveri dell’eruzione del Vesuvio si risollevano come portate da una ventata di aria stigia e catacombale, ma una volta entrati in quello che si credeva poter essere l’Averno, ci si accorge di trovarsi piuttosto nell’anticamera di un solenne tempio del peccato. E se davvero siamo guilty as hell, come canta la musicista-oracolo in “Cry Me Old Trouble”, tanto vale allora celebrare questa nostra insanabile stortura esistenziale con quel party surreale dell’era moderna rievocato in “Moderation” e abbandonarci a un’ultima danza macabra sulle rovine del mondo, capace forse di piantare quei semi vitali da cui potrebbe germogliare una realtà nuova, magari migliore, magari più pura.

(01/03/2022)

  • Tracklist
  1. Dirt On The Bed
  2. Moderation
  3. French Boys
  4. Pompeii
  5. Harbour
  6. Running Away
  7. Cry Me Old Trouble
  8. Remembering Me
  9. Wheel






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