Porcupine Tree

Closure/Continuation

2022 (Sony Music) | prog-rock

Sono passati tredici anni dall’ultimo album in studio dei Porcupine Tree e di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta. 
L’importante percorso solistico di Steven Wilson si è accaparrato il ruolo principale di questo lungo lasso di tempo (non che gli altri componenti siano rimasti a guardare). Più che altro, ciò che aveva preoccupato i fan erano alcune dichiarazioni rilasciate a suo tempo dallo stesso Wilson, nelle quali lasciava trasparire, neanche troppo velatamente, come la storia con i Porcupine Tree fosse ormai giunta al capolinea.
Vuoi per focalizzare maggiormente i riflettori verso i suoi progetti, ovvero per creare il classico polverone mediatico, l’autorevole terzetto completato da Richard Barbieri e Gavin Harrison (Colin Edwin non risulta della partita) è tornato sorprendentemente alla ribalta con “Closure/Continuation”, un titolo particolarmente azzeccato, proprio per le vicissitudini di cui sopra.
L’undicesimo album in studio della band inglese è il frutto di alcune registrazioni avvenute nel corso dell’ultimo decennio, poi portate a compimento durante il periodo pandemico, come ci hanno raccontato in questa intervista.
 
Travaglio e irrequietezza si riflettono abbondantemente nei testi dei setti brani in scaletta, ma il ritorno dei Porcupine Tree è effettuato con grande stile, non c’è dubbio. Tra la veemenza delle linee di basso che introducono il singolo “Harridan” – tra i passaggi migliori dell’album – e il convulso tumulto di “Chimera’s Week”, posta a chiusura del lavoro, si viaggia attraverso spigolose e possenti strutture sonore (“Wreck The Plank”) che riportano sugli scudi Wilson e la sua chitarra, strumento tanto amato all’inizio di carriera e sempre più relegato a ruolo di dorato comprimario nelle sua fase solista. 
C’è spazio per incantate fasi acustiche (“Dignity”) e per le immancabili e obbligatorie commistioni tra le due principali concezioni che contraddistinguono la formazione britannica, dove riff incandescenti s’intersecano alle ovattate melodie (“Of The New Day” e “Rats Return”).

Gavin Harrison e la sua ritmica sono in stato di grazia, come lo stesso Barbieri, che lascia il proprio segno distintivo, oltre come coautore di alcuni brani, con i suoi classici tratteggi elettronici che lo hanno reso un vate già dall’epoca dei Japan. Un pasto pantagruelico intriso di suoni, come al solito registrati e missati con la consueta maniacale maestria dallo stakanovista Steven Wilson.
Dalle versioni deluxe in distribuzione sbucano alcune bonus tracks, che non sfigurano assolutamente se rapportate alle titolari, anzi: dallo spumeggiante strumentale “Population Three”, un magistrale esercizio tecnico dal forte sapore tardo-crimsoniano, alle raffinate costruzioni di “Never Have” e “Love In The Paste Tense”.
Al titolo dell’album manca forse un segno, il punto di domanda, che andrebbe posto al termine dei due vocaboli che lo compongono.
 
“Closure/Continuation” è da intendersi come la chiusura definitiva del progetto o come un nuovo punto di partenza? Solo la storia potrà elargire l’esito di questa riflessione, per ora ciò che importa è avere di nuovo tra le mani un lavoro scaturito dalla band che, forse più di ogni altra al mondo, ha cercato di sdoganare, ampliare e modernizzare, con lodevole costrutto, gli schemi del progressive rock anni 70. Un prodotto eccellente che traccia un’istantanea di quale possa essere una delle evoluzioni della musica rock del futuro, grazie a infinite contaminazioni e intrecci divisi tra rumori stridenti e alte melodie. Avercene di dischi così. 

(25/06/2022)

  • Tracklist
  1. Harridan
  2. Of The New Day
  3. Rats Return
  4. Dignity
  5. Herd Culling
  6. Walk The Plank
  7. Chimera's Wreck






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