Porcupine Tree

Porcupine Tree

Il nuovo giorno del Porcospino

intervista di Claudio Fabretti

Prima di tutto devo avvisarvi che se squillerà il mio telefono, ascolterete un vostro brano, “Synesthesia”: è la mia suoneria!
Steven Wilson: Sei un pazzo!

 

Eh sì, indubbiamente (ridiamo). Sono contento di ritrovarvi insieme e di poter parlare con voi di un nuovo disco a nome Porcupine Tree. Che tipo di album è “Closure/ Continuation”? Steven, ho letto che l'hai definito la quintessenza del vostro sound...
Steven Wilson: Sì, è un disco tipicamente Porcupine Tree, ma suona anche come qualcosa di fresco e questa è la sua chiave. Non volevamo tornare con un disco che suonasse allo stesso modo dei nostri lavori di 12 o 13 anni fa. Così ci sono elementi che hanno portato la nostra musica definitivamente in un altro campo, ma al tempo stesso c'è qualcosa che ricorda ciò che abbiamo fatto come trio e che suonerà sempre "Porcupine Tree", qualunque cosa esso sia. È qualcosa che nasce dalla combinazione dei nostri differenti approcci. C'è l'enfasi di Gavin (Harrison, ndr) sulla complessità ritmica e i poliritmi. Richard, invece, ha una capacità particolare nel sound design, nel creare le tessiture di tastiere e le atmosfere. E poi c'è la sensibilità del mio songwriting. Se metti insieme queste cose, il risultato suonerà sempre come Porcupine Tree, il che è un fatto positivo, che garantisce alla band una identità unica. Credo che questo disco sia la prova che, anche se ci discostiamo dal sound di altri precedenti lavori, riusciamo a suonare sempre come Porcupine Tree, se questo ha un senso.

 

Che cosa vi ha spinto a tornare insieme dopo questa lunga pausa?
Richard Barbieri: Non c'era un piano definito. L'intenzione era di provare a scrivere qualcosa insieme e provare a vedere come veniva, è stato un processo graduale, ma alla fine quando ti metti ad ascoltare tutte le tracce insieme, in qualche modo è tutto già deciso, no? E a quel punto abbiamo visto che stava uscendo fuori un grande lavoro, così l'entusiasmo ci ha spinto ad andare avanti e completare l'album. È stato anche più facile realizzarlo grazie al lockdown: ci ha permesso di concentrarci di più sulla lavorazione: se non ci fosse stato il lockdown, probabilmente non saremmo riusciti a pubblicarlo ora. Invece le circostanze, il lungo arco temporale di 10 anni, la possibilità di registrare in un altro modo - solo noi tre, con Steve al basso - senza la pressione di una scadenza precisa, ci hanno stimolato a dare vita a un suono nuovo nel disco.

Non sappiamo se si tratti di un progetto one shot. Ma del resto non ci eravamo mai sciolti ufficialmente: i Porcupine Tree continueranno a esistere anche nel futuro, a prescindere dall'uscita di un nuovo album o dalla scelta di fare un tour
(Steven Wilson)

Porcupine Tree - Steven WilsonSi tratta di un progetto "one shot" oppure pensate di andare avanti con la band anche nei prossimi anni?
Steven Wilson: Come si può intuire dal titolo, al momento non lo sappiamo. Non abbiamo un piano, non sappiamo ancora come sarà accolto questo album. Del resto, non abbiamo mai detto di volerci sciogliere. D'accordo, ci abbiamo messo 12 anni a fare questo nuovo disco, ma non abbiamo mai detto ufficialmente che la band si sarebbe fermata. Così i Porcupine Tree continueranno a esistere anche nel futuro, a prescindere dall'uscita di un nuovo album o dalla scelta di fare un tour: dipenderà unicamente dall'eventualità di avere qualcosa di fresco da dire. L'unica cosa che non vogliamo che accada mai è sentirci in dovere di pubblicare qualcosa solo per accontentare i fan o le richieste della casa discografica, sentirci in dovere di pubblicare musica solo perché le persone se l'aspettano. Certamente ci sono tante band coinvolte in queste dinamiche, ma è un circolo vizioso, poco creativo, del quale noi non vogliamo far parte. Così, per rispondere alla tua domanda, potremo realizzare nuovi dischi solo se avremo qualcosa di fresco da dire all'interno del contesto dei Porcupine Tree. Se andremo in tour, credo che sarà per far conoscere qualcosa di nuovo, come sta accadendo adesso. Siamo entusiasti del nuovo album e non vediamo l'ora di proporlo in concerto.

 

In questi dodici anni vi siete dedicati a tanti altri progetti paralleli: cosa di tutto ciò avete portato nel nuovo corso dei Porcupine Tree?
Richard Barbieri: Siamo tutti cambiati in questi anni. Abbiamo fatto un sacco di cose e abbiamo imbarcato nuove influenze, pur restando essenzialmente con lo stesso gruppo di musicisti. Questo ha contribuito a creare un sound. Steve probabilmente è più interessato alla musica elettronica, dopo tante chitarre, e questo è un cambiamento, un enorme cambiamento per il suono del disco.
Steven Wilson: Per me credo che ci sia stata soprattutto una cosa nuova: dieci anni di esperienza da frontman della mia band, di un progetto a mio nome. E questo fa una grande differenza per me, perché non mi ero mai sentito completamente a mio agio con l'idea di essere "il frontman dei Porcupine Tree". Mi sono sentito spesso a disagio con quel ruolo, ma ora posso vantare dieci anni all'attivo come frontman, come cantante solista, e mi sento molto più adeguato a quel ruolo. Questa maggior sicurezza mi consente anche di provare soluzioni diverse con la mia voce e di non sentirmi più solo un chitarrista: posso essere anche solo un cantente qualche volta, ed è una bella svolta per me rispetto alle ultime volte in cui abbiamo suonato insieme con il gruppo. Mi sento in grado di divertirmi a trascinare i Porcupine Tree sul palco, a fare del rock’n’roll!

La realtà è andata oltre i racconti distopici di fantascienza: Trump, l'era delle fake news, la Brexit, la pandemia da Covid, la guerra... Tutto questo si riflette nei testi del disco ma non in modo indiretto, non scontato
(Steven Wilson)

Steven, ci puoi raccontare qualcosa dei testi? C'è qualche minimo comun denominatore che unisce le storie delle sette canzoni?
Steven Wilson: No, e c'è una semplice ragione per questo, una ragione molto pratica: l'album è stato composto in un lungo arco di tempo. Normalmente, mi capita di lavorare a un disco e scrivere un mucchio di canzoni destinate a finirvi dentro in uno spazio temporale abbastanza ristretto: 12 mesi, 18 al massimo. E, come fanno in tanti, tendo a ripercorrere ciò che ho vissuto in quel periodo, i miei interessi, le mie sensazioni, un certo stato d'animo che ha caratterizzato quei giorni, riversando nei brani tutto ciò. Questo invece è un disco in cui alcuni dei testi sono stati scritti dodici anni fa, anzi, dieci anni fa, e altri l'anno scorso. In questo lasso temporale, la mia vita è completamente cambiata tante volte e sotto tanti profili: dagli interessi agli ascolti musicali, da quello che vedo alle mie vicende personali. Mi sono sposato tre anni fa, quindi la mia vita è cambiata completamente. Insomma, la semplice risposta alla tua domanda è no.

 

Il disco esce dopo un periodo molto difficile e drammatico, segnato dalla pandemia prima e ora dalla guerra in Ucraina. Dopo tutto, i vostri testi già di loro sono sempre stati influenzati dalla fantascienza più "distopica": come ha influito tutto questo sulle storie che raccontate?
Steven Wilson: Sì, non in modo scontato, ma certamente la sensazione di vivere in questi tempi difficili ha influenzato i nostri testi, così come l'impressione di trovarsi a vivere in una specie di era distopica di Donald Trump, delle fake news. Anche prima della pandemia, in Inghilterra siamo andati incontro alla Brexit che è stata qualcosa del tipo... accidenti, non si era mai visto niente del genere! Così è capitato di vivere in questa specie di surreale realtà distopica che si stentava a credere potesse mai accadere. Brexit, Trump, il Covid e ora siamo nel mezzo di un'altra crisi globale internazionale: certamente i testi fanno riferimento anche a tutto ciò, ma non in modo diretto, era tutto dentro di me mentre scrivevo.

In ogni caso, nel disco c'è anche una canzone che si apre alla speranza: il singolo "Of The New Day".
Steven Wilson: È una canzone di rinascita, che emerge dall’oscurità. Sembra quasi semplice, una tipica ballata in pieno stile Porcupine Tree. Tutto questo fino a quando non si nota che la lunghezza delle barre cambia costantemente, dai tradizionali 4/4 a 3/4, da 5/4 ai 6/4, 11/4, quindi la traccia non ha mai un ritmo definito.

Sono felice del mio lavoro come autore di remix. Mi è piaciuto molto quello per l'ultimo disco dei Tears for Fears e il lavoro sul catalogo degli Xtc. Degli Ultravox, dopo 'Vienna', remixerò 'Rage In Eden'
(Steven Wilson)

Steven, hai anche avviato una carriera parallela come autore di remix di album classici di vari generi. Quali sono i lavori di cui ti ritieni più soddisfatto?
Steven Wilson: Ho mixato l'ultimo disco dei Tears for Fears, quello che è uscito a febbraio, suona stupefacente in Dolby, sono molto orgoglioso di quel lavoro. Un altro lavoro che ho amato è stato quello sul catalogo degli Xtc: sono una band molto sottovalutata ed è stato bello essere coinvolto in quel progetto. Poi ci sono altre cose che ho fatto recentemente di cui però non ti posso parlare, perché non sono state ancora annunciate ufficialmente.

Da fan degli Ultravox, ho apprezzato molto il tuo lavoro su "Vienna"...
Steven Wilson: Sì, ho fatto anche il remix di un altro grande disco degli Ultravox, “Rage In Eden”, che è in uscita a settembre. Ho completato il lavoro lo scorso anno. Sono molto fortunato, sono entrato in questo lavoro quasi per caso: mi trovo a maneggiare dischi di grande classe e a lavorare con persone molto valide, è davvero meraviglioso.

Porcupine Tree - Richard BarbieriA proposito di band new wave degli anni 80, Richard, sono anche un grande fan dei Japan e ti apprezzo da sempre. Pensi che il tuo approccio alle tastiere si sia evoluto in qualche modo in tutti questi anni?
Richard Barbieri: Non credo di essere cambiato, il mio approccio musicale non è differente oggi rispetto ad allora, cambiano solo il contesto, il genere con cui mi confronto, le persone con cui lavoro, lo spazio a disposizione nelle tracce: è tutto questo che muta, ma non credo che il mio approccio sia mai cambiato, è rimasto più o meno lo stesso. Tento sempre di incorporare nei brani una sorta di suono astratto, di convertire il sound design in una pop song o in una rock song, e l'aspetto concettuale resta la cosa più interessante per me. Da ragazzino, ascoltavo la musica alla radio e la cosa che trovavo più interessante era quando la radio era mal sintonizzata e c'erano due cose diverse che suonavano allo stesso tempo: spesso funzionava.
Steven Wilson: È vero, una cosa straordinaria che ho sempre apprezzato anch'io. Forse è per questo che amo il sampling!

 

Qual è il tuo album preferito dei Japan?
Richard Barbieri: Credo che il disco migliore sia “Tin Drum”, ma il mio preferito è “Quiet Life”.

 

Il mio è “Gentlemen Take Polaroid”...
Richard Barbieri: Ah, ok, un sacco di gente sceglie quello, è probabile che vincerebbe in un sondaggio!

I Japan erano un gruppo di amici, molto dinamico, proprio come i Porcupine Tree. David Sylvian era quello che univa tutti gli elementi e li modellava ad arte nelle canzoni, creando l'ìarrangiamento giusto che dava un senso a tutto, oltre all'aspetto concettuale dei testi
(Richard Barbieri)

Che tipo di esperienza è stata per te suonare nei Japan, con musicisti straordinari come David Sylvian e Mick Karn?
Richard Barbieri: Quello che posso dirti è che eravamo tutti amici, eravamo un gruppo che riusciva a essere molto dinamico, in un modo non molto diverso da quello dei Porcupine Tree. David era quello che univa tutti gli elementi che portavamo nel gruppo e li modellava ad arte nelle canzoni, creava il giusto arrangiamento che dava un senso a tutto, oltre all'aspetto concettuale dei testi, sempre attraverso lo stesso processo.

La musica dei Porcupine Tree sembra molto "guitar-oriented", ma include anche molte tastiere e synth nelle sue strutture, oltre ovviamente al grande lavoro al drumming di Gavin Harrison. Ci potete spiegare come chitarre, tastiere e drumming entrano nel vostro processo compositivo?
Steven Wilson: È difficile, perché è come provare a spiegare qualcosa di inspiegabile. Spesso non riesco a capire nemmeno il mio stesso metodo di lavoro, questa sorta di magica alchimia che si è creata con la metodologia di lavoro dei Porcupine Tree. In un certo senso, Richard e Gavin sono i due estremi del gruppo: nel senso che Gavin è più orientato all'aspetto tecnico, è molto interessato alla complessità e ha un approccio molto intellettuale alla composizione musicale; Richard invece ha un approccio completamente intuitivo, basato sulle tessiture e sulle atmosfere in un senso quasi "non musicale"; io sono a metà strada tra di loro, comprendo e apprezzo entrambi gli approcci e cerco in qualche modo di amalgamarli e riempirli con il mio songwriting, e quello che ne scaturisce suona come i Porcupine Tree.
Richard Barbieri: In questo album, in particolare, c'è un'enfasi minore sulle chitarre, c'è più spazio per gli altri strumenti.
Steven Wilson: È vero, e credo che Richard, in particolare, ne abbia beneficiato molto. Ma è una cosa che riflette anche un mutamento dei miei interessi: negli ultimi dieci anni, mi sono gradualmente spostato dalle chitarre verso i sintetizzatori. Il mio studio oggi è pieno di sintetizzatori e si può percepire questa evoluzione anche nei miei dischi solisti. Così penso di poter dire che tutto ciò abbia giocato a favore di Richard, dando più forza al suo lavoro: le tessiture di tastiere, i suoni rarefatti, il sound design… quanto di meglio possa esserci da questo punto di vista.

In Italia avete sempre avuto molti fan. Farete una sola data, però, a Milano il 24 ottobre al Mediolanum Forum di Assago. Che concerto sarà?
Steven Wilson: Proporremo l’album per intero e una buona selezione dal nostro repertorio storico. Oltre a “Closure/Continuation”, ci focalizzeremo in particolare sui due album per noi più forti del passato, “In Absentia” e “Fear Of A Blank Planet”, ma ci sarà sicuramente un pezzo da “Stupid Dream” più uno da “Lightbulb Sun”. Forse proporremo anche una canzone o due che non abbiamo mai fatto in passato. Sarà semplicemente "una sera con i Porcupine Tree", con il meglio della band. Ma non ci sarà un particolare impianto visuale, pensiamo che la gente abbia voglia di vedere noi, non i nostri avatar.

Quindi “In Absentia”, “Fear Of A Blank Planet” e “Closure/Continuation” sono i vostri dischi preferiti?
Steven Wilson: Sì, sono i nostri tre album preferiti, gran parte degli show sarà incentrato su questi lavori e credo ottimisticamente che alla fine risulterà il tour preferito dei nostri fan. Non abbiamo suonato dal vivo per dodici anni e molta gente probabilmente non ci ha mai visto esibirci live in precedenza, nel frattempo molti giovani ci hanno scoperto. Così abbiamo posto l'accento soprattutto sul gruppo, sulla nostra performance, e lo dico perché nei miei show da solista a volte tendo a sottovalutare la band e a dare più importanza all'aspetto visuale e alla produzione. Con i Porcupine Tree credo che l'equilibrio si sposterà di più verso i musicisti sul palco. Così auspicabilmente ci sarà un forte senso di connessione tra la band e il pubblico, forse in un modo che non abbiamo mai visto in passato, salvo agli inizi, quando ci esibivamo in piccoli club. È sempre una sfida creare un senso di intimità con il pubblico quando suoni in un locale molto grande, quindi cercheremo di superare quelle barriere e di creare un'esperienza molto intima e personale, forse per l'ultima volta, chi lo sa...

Sappiamo di appartenere alla tradizione prog, ma la nostra musica non si può più ridurre a un genere. Facciamo elettronica, funk, ambient, avanguardia, perfino soul e jazz, perfino industrial. Del resto il prog dovrebbe significare proprio questo: musica senza confini. Ma la gente lo identifica ancora con il suono del 1972!
(Steven Wilson)

I critici vi hanno sempre descritto come una band prog o new prog. Pensate che abbia ancora un senso oggi questa definizione, in tempi di confini molto più labili e incerti tra i generi?
Steven Wilson: Non abbiamo mai parlato di questo, della possibilità che la nostra musica appartenga a un determinato genere. Non ho mai capito la nozione stessa di genere in qualunque caso oppure, se l'ho capito, non ne ho mai tenuto conto, e proprio questo ha portato alla musica dei Porcupine Tree... Non potrebbe importarmi di meno di quale genere staremmo suonando. È chiaramente dimostrabile che nella nostra musica ci siano elettronica, funk, ambient, avanguardia, perfino soul e jazz, addirittura industrial music. Tutte queste cose. Ma credo che tutto ciò sia proprio nella natura del progressive rock, che ha sempre creato ibridi tra differenti stili musicali: la classica con il rock, il jazz con il rock... Insomma, so che apparteniamo a quella tradizione, ma non mi importa davvero mantenere l'appartenenza a un genere. In particolare, in questo stadio della nostra evoluzione, pensiamo di avere il diritto di essere visti come una band che crea il suo universo musicale senza avere nulla a che fare con un genere. Mi piace pensare questo.

 

Possiamo semplicemente concludere che "progressive rock" è sempre stato sinonimo di un rock libero e senza schemi?
Steven Wilson: Questo è sempre stato il suo senso. Ma un sacco di gente non la pensa così e continua a credere che sia qualcosa che suona sempre come il 1972!

 

(25 giugno 2022)



Discografia
 Yellow Hedgerow Dreamscape (1991)
On The Sunday Of Life (Delerium, 1992)
Up The Downstair (Delerium, 1993)
The Sky Moves Sideways (C&S, 1994)
 Signify (Delerium, 1996)
 Coma Divine (live, Delerium, 1997)
 Stupid Dream (Snapper, 1999)
 Lightbulb Sun (Snapper, 2000)
 Metanoia (Delerium, 2001)
 Recordings (anthology, Snapper, 2001)
In Absentia (Lava/Atlantic, 2002)
Deadwing (Lava/Atlantic, 2005)
 Fear Of A Blank Planet (Lava/Atlantic, 2007)
 The Incident (Roadrunner, 2009)
 Octane Twisted (live, Kscope, 2013)
Closure/Continuation (Sony, 2022)
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