Jonathan Wilson - Eat The Worm

2023 (Bmg)
folk, songwriter
Siamo entrati nell'ultimo scorcio del 2023. I mesi, insomma, in cui di solito si fa mente locale sui dischi migliori dell'anno, immaginando isole deserte, torri monoposto, classifiche e playlist che ci faranno ricordare nel tempo dodici mesi di musica. In questo rito di scoperte e riscoperte un posto particolare per chi scrive sarà a questo giro da riservare all'ultimo lavoro di Jonathan Wilson. Innanzitutto per ragioni affettive che alcuni lettori certamente condivideranno. Jonathan è l'artista che nel 2011 ha di nuovo aperto lo sguardo sui profili polverosi e irregolari del Laurel Canyon. Nei solchi di un disco intenso e poetico come "Gentle Spirit" tornava d'attualità l'epopea hippie, assumendo i panni della moderna canzone d'autore. Allo stesso tempo Wilson flirtava con una rilettura 2.0 del verbo psichedelico come quello allora appena divulgato dagli ingiustamente rimossi Brightblack Morning Light. Gli album successivi, "Fanfare" e "Rare Birds", vivevano di un afflato meno universale, in cui storytelling e sperimentazione sembravano fare tutt'uno con una voluta autorefenzialità. Più di recente è arrivata l'abluzione catartica nelle acque primigenie del roots con un disco rigoroso e personale come "Dixie Blur", che è stato sofferto ed emotivo laboratorio per un sé artistico da ritrovare. Ora Jonathan ritorna ad avere ambizioni e a sorridere, a cominciare dal titolo che prende in giro il vecchio assunto della visceralità, ma anche il mito da pastorale americana della bevuta all'ultimo verme. All'ironia si accompagna però un approccio pensoso, maturo, disincantato con la realtà.

Le emozioni ci sono, e fortissime, ma vanno ricercate "fino al verme", perché chiamano l'ascoltatore a un livello di empatia più profondo e intimo della complicità immediata. Non è dunque solo il suo carattere orchestrato e denso di umori contrastanti a fare di "Eat The Worm" un disco piacevole e non piacione, oltre che, diciamolo con chiarezza, bellissimo. A indirizzarne il cammino verso una fruizione più vagliata è proprio questa sua attitudine verso i linguaggi più obliqui e indiretti. Citazioni musicali, letterarie, cinematografiche e cinematiche si alternano a immaginari pop di provenienza eterogenea. Fra John Fahey e Van Dyke Parks, fra "Pet Sounds" e David Crosby, passando per Todd Rundgren. Ma c'è anche, questa volta, un pizzico d'Europa. Non solo quella problematica e militante del vate Roger Waters, che il nostro da sette anni segue in tour, o quella bizzarra e British di un Roy Harper, ma, imprevedibilmente, le visioni finniche di un Jim Pembroke, leader, insieme al polistrumentista Pekka Pohjola, dei progster anni Settanta Wigwam.

Dalla brillante apertura di "Marzipan" al blues psichedelico di "Bonnamassa" e "Ol Father time", dalle liquide visioni di "Hollywood Vape" e "The Village Is Dead" all'andamento multiforme di una "Charlie Parker", la scaletta non conosce cedimenti e ci mette al cospetto di un songwriter ispirato e di un produttore riscaldato dal sacro fuoco della curiosità intellettuale e dell'avventura nei meandri del gusto. Un grande disco.

Tracklist

  1. Marzipan
  2. Bonamossa
  3. Ol' Father Time
  4. Hollywood Vape
  5. The Village is Dead
  6. Wim Hof
  7. Lo and Behold
  8. Charlie Parker
  9. Hey Love
  10. B.F.F.
  11. East LA
  12. Ridin' in a Jag

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