Sono outsider, non faccio come fai te
Come in Fight Club l’incubo era già in me
Non tutto l’hip-hop italiano è stato inghiottito dalla trap, e sempre più spesso chi ha rischiato di farsene fagocitare ne sta prendendo le distanze, smarcandosi dai testi e dai suoni tipici. Nitro, che ha sempre avuto un’anima hardcore e crossover, ha faticato a pubblicare il precedente “GarbAge” (2020), nell’anno infame della pandemia, mancando l’obiettivo di fare di questo freestyler selvaggio il titolare di un album da ricordare, che superasse il promettente e ormai vecchiotto “Suicidol” (2015). “Outsider” è il quinto album e, allentando i collegamenti alla trap, vorrebbe riposizionare Nitro come rapper differente e lontano dai trend.
La techno misto rock di “Control” riporta alla mente il Salmo più crossover, quello con la maschera e il sangue nei video, e “Anyway” quello di “Hellvisback”. Di nuovo, insomma, c’è poco in questo rap misto rock variegato elettronica, neanche quando usa la voce femminile di Sally Cruz a fini drammatici in “Paranoia”.
“Outsider”, accompagnato da un video creativo e allucinato, ricorda da vicino lo Rkomi ancora underground di “Dasein Sollen”. Nonostante molte barre potenti del titolare, poi, la strofa iniziale di Ernia in “In Heaven” è tra le cose che si ricordano di più, e basta a farne uno dei brani più efficaci in scaletta:
Per due pezzi pop ora son pop, pensa che palle
Se di me sai il pop, è perché, bro, sei di quel target
Che domande, non faccio giri di parole
Perché, se ne metto troppe, poi ti cala l’attenzione
Il meglio è quando ci si limita a una spacconata come “Snakes”, secondo uno stile auto-agiografico da Guè Pequeno, ma su un beat deformato dalle distorsioni, o le potenti e senza pretese “BMW”, “Fangoria” (feat. Kid Yugi) e “N.N.F.”, dov’è un mitragliatore di punchline, come sempre millimetrico sul beat e trascinante nel suo delivery che sfrutta il timbro basso e i ruggiti graffianti.
Discorso a parte l’intimismo per chitarra elettrica di “Ti direi”, possibile successo per il target adolescenziale, che anche senza fingersi cinici si fatica a considerare granché ispirata nella sua poetica depressa, con versi come “Tutte le persone che amo c’hanno una cosa in comune/ Che le ho deluse”: è un brano che Nitro afferma nelle interviste di sentire nel profondo, e ci si crede certamente, ma trasformare il personale in universale è cosa diversa, e fare poesia in musica altra cosa ancora.
Tutta la narrazione cupa dell’album trova un finale nella bonus track “Death Note”, dove si riesuma l’alter ego rancoroso Phil De Payne per un pezzo con voce cavernosa da brividi.
Nitro è una forza della natura sul palco e un rapper esperto con un’ottima tecnica, ma neanche questa volta sulla lunghezza dell’album le cose sembrano funzionare: il suo crossover ricade in formule conosciute e le narrazioni intimiste e psicologiche scivolano nel banale. Lodevole il fatto che, tolto Ernia, gli altri ospiti siano tutti emergenti.
21/04/2023