Così come sono trascorsi cinque anni da “Transnational” (2013) a “Noire” (2018), un altro lustro si è consumato nell’attesa del nuovo “Electric Sun”, undicesimo disco in studio per gli alfieri del futurepop VNV Nation (dove VNV sta per victory not vengeance).
Il meritato successo riscosso dal precedente lavoro ha riacceso una fiamma che rischiava di spegnersi definitivamente: dopotutto, Ronan Harris non è più un giovanotto, nonostante egli sia rimasto tra i pochi musicisti ancora fedeli a queste sonorità dark-sintetiche che tanto andavano in voga una ventina di anni fa.
Se gli affondi più commerciali presenti negli album meno brillanti si possono considerare un capitolo ormai chiuso, c’è da dire che “Electric Sun” rappresenta una sorta di appendice più o meno riuscita del succitato “Noire”, soprattutto per quanto riguarda il recupero delle sfumature più epiche e notturne del progetto.
Stavolta, però, si procede a corrente alternata, poiché il disco non mantiene alta la tensione durante il suo lungo percorso: tale sensazione traspare già dal singolo “Before The Rain” (un episodio scritto con il pilota automatico), proseguendo a macchia di leopardo in almeno tre-quattro composizioni tutt’altro che memorabili (“Artifice” ha un discreto tiro Ebm ma non coinvolge a dovere, “At Horizon’s End” è una ballata stucchevole, mentre “Sunflare” è l’ennesima autocitazione di cui non si sentiva affatto il bisogno).
Per nostra fortuna, “Electric Sun” è anche un album vivo e ispirato, a cominciare dalla splendida parabola spaziale di “Invictus”, destinata a diventare un nuovo cavallo di battaglia in sede live. Non sono da meno i sette minuti abbondanti della già nota “Wait” (una progressione futurepop capace di regalarci un epilogo indimenticabile), un passaggio seguito a ruota da un altro pezzo da novanta del disco, “Run”, in cui la voce di Harris si muove con successo attraverso graffianti melodie.
“Electric Sun”, pur non aggiungendo una virgola alla carriera dei VNV Nation, è un lavoro destinato esclusivamente a chi non ha mai smesso di apprezzare la creatura dell’irlandese Harris. Stavolta bisogna accontentarsi del bicchiere mezzo pieno: in effetti, il colpo di coda di “Noire” aveva avuto un impatto differente rispetto alla prova dignitosa ma non imprescindibile del prodotto qui in esame.
01/05/2023