L’aver riportato il jazz all’attenzione del grande pubblico è senz’altro il merito indiscutibile di un personaggio controverso eppur importante. “Fearless Movement” è il primo album di Kamasi Washington da ben sei anni a questa parte, un disco che conferma la matrice di Herbie Hancock nell’approccio senza limiti e poco ortodosso, riproponendo quell’enfasi emotivo-drammatica che ha contrassegnato “The Epic”.
Ricco di movimento e fluidità sonora, “Fearless Movement” è descritto dallo stesso Washington come un album dance, ovviamente nell’accezione più affine al jazz e alla musica black. E’ senza dubbio il suo progetto più accessibile, in cui a grintose contaminazioni con il rap – con un eccellente assolo di basso dell’amico Thundercat (“Asha The First”) – fanno da contraltare eteree e spirituali divagazioni cosmic jazz, con il flauto di Andre 3000 in bella evidenza (“Dream State”).
La complessa e ampia visione orchestrale delle passate opere di Kamasi Washington è sensibilmente ridimensionata, addolcita nelle delicate trame soul di “Computer Love”(una cover degli Zapp), in converso in piena euforia creativa e strumentale in “The Garden Path”, brano che offre alcune delle sue migliori performance da solista. L’elemento che diversifica “Fearless Movement” è una più marcata presenza di elementi hip-hop, rap e funky, con George Clinton e D Smoke ad agitare le acque più pop di “Get Lit” e una languida “Togheter” che alfine sottolinea una lieve stasi nell’insieme, una sensazione che fa capolino anche nella lunga dissertazione di “Road To Self (KO)”.
Piccoli nei di un’opera comunque intensa e non priva di slanci ambiziosi (“Lines In The Sand”) e di due momenti poetici di rara intensità, ovvero la frenetica preghiera dell’introduttiva “Lesanu” e l’inattesa versione di un brano di Astor Piazzolla, “Prologue”, che assume i contorni di un incendiario be-bop, riassumendo l’eleganza e il brio dell’album.
30/08/2024