Vampire Weekend

Only God Was Above Us

2024 (Columbia)
indie-pop-rock

Il 28 aprile del 1988, mentre effettuava un volo di routine tra le città hawaiane di Hilo e Honolulu, il velivolo Aloha Airlines 243 perdeva un pezzo di copertura della fusoliera all'altezza di tredicimila piedi, provocando uno squarcio all'interno dell'aeroplano. Tra i superstiti intervistati in seguito all'atterraggio di emergenza, uno commentò: "Only God was above us". La frase fu ripresa in prima pagina dal New York Daily nell'edizione del 1° maggio, così come appare nella copertina del quinto album dei Vampire Weekend, uno scatto del fotografo Steven Siegel (autore di tutte le immagini dell'artwork) ambientato all'interno di un vecchio vagone della metropolitana nel quale un'altra figura umana, sullo sfondo, si staglia in una posizione che nulla ha a che fare con la gravità.

Se l'incidente aereo è propedeutico a far tornare indietro di qualche decennio le lancette e dunque l'intera ambientazione dell'opera, è l'intimità di una scena quotidiana - la metropolitana, i suoi passeggeri - a immortalare l'immagine di una New York d'antan che, a dispetto delle svariate città in cui le canzoni sono state scritte, rifinite, cesellate per quasi un lustro, rappresenta lo scenario unico di questo nuovo repertorio. Nelle linee agrodolci che si rincorrono in "Only God Was Above Us", tra avamposti giocosi e contemplazioni ammantate da una patina di malinconia, si ha come la sensazione che Ezra Koenig e compagni abbiano trovato l'esatto punto di equilibrio nella duplice anima che attraversa la loro musica: quella festosa, appunto, e quella riflessiva.

Tra le due, qui, vince senza dubbio la seconda. Se "Father Of The Bride" era un ponte verso la California attraversato da alcune tra le melodie più nitide e "pop" scritte dai Vampire Weekend - si pensi a "This Life" e "Harmony Hall", il nuovo album sembra piuttosto guardare alle umbratili atmosfere di "Modern Vampires Of The City". Allora New York era osservata dall'alto, con i grattacieli nascosti da una coltre di foschia o chissà, forse di smog. Qui, non a caso, la città ritorna ma la prospettiva è rovesciata: entriamo nelle sue viscere, nelle sue storie. Come quella di "Mary Boone", una collezionista d'arte la cui parabola è sintomatica delle narrazioni scelte per questo nuovo lavoro, che comincia con un "fuck the world" appena sussurrato e termina sulle note ridondanti e piene di speranza di "Hope" (appunto).

In questo riportare tutto a casa - in senso figurato e letterale - dei Vampire Weekend, in questa sorta di auto-catarsi, in questo lavoro di squadra durato anni in un ping-pong di tracce spedite da un membro all'altro da un lato a quello opposto del continente o del mondo, appare evidente come la strada maestra intrapresa da Ezra Koenig, Chris Baio e Chris Tomson (Rostam Batmanglij ha lasciato il progetto) sia quella che porta all'essenzialità. Che non significa ridurre elementi e orchestrazioni - anzi - ma trovare una pace (interiore) nuova, un'intimità che raramente nel sound degli americani avevamo riscontrato.

Certo, i momenti più movimentati e vampireweekendizzanti non mancano, come mette in chiaro quasi subito "Classical", con quel refrain obliquo che è ormai da anni un marchio registrato dei newyorkesi. Anche l'indie-rock di "Prep-School Gangsters" è lì a ricordarci che, quando i Nostri decidono di darci dentro con l'indie-pop, hanno pochi rivali oggigiorno. Un discorso che vale a maggior ragione per l'assalto sonico/tascabile di "Gen-X Cops", un numero che sembra sgusciare dalle mani dei concittadini MGMT. Il crescendo irresistibile di "Ice Cream Piano", tutta chitarra e tasti travolti dall'arrivo sulla scena del rullante e degli archi, è la migliore delle intro possibili.

In parallelo, c'è tutto un repertorio di brani che viaggiano in direzioni differenti rispetto a quelle più battute finora dai Vampire Weekend. La ballata "Capricorn" risplende nei rintocchi di pianoforte e nelle sue emergenti orchestrazioni, mentre declina un testo di straordinaria bellezza e malinconia sul tema della sconfitta ("Capricorn/ The year that you were born/ Finished fast/ And the next one wasn't yours"). La marcetta "Connect" sgorga da una cascata di note al piano, lo strumento principe di questo lavoro, ed è qui che vengono in mente possibili (e improbabili) paralleli con gli ultimi Arctic Monkeys, in un gioco forse inconsapevole di suggestioni tra le due sponde dell'Atlantico. I girotondi di tasti vanno a creare un altro brano di grande impatto nella sua apparente semplicità.

Meno a effetto ma egualmente notevole è la parabola sorniona di "The Surfer", un pop-rock indolente e avvolto in un tepore vagamente chill che sembra destinato ad accompagnare inesorabilmente i tramonti della prossima stagione estiva. Le accorate sponde trip-hop di "Mary Boone" - nella quale compare un sample dei Soul II Soul - si specchiano nelle atmosfere vagamente est-europee di "Pravda", laddove il climax non arriva mai ma la materia si stempera in un ritornello di rara bellezza.
Chiude i giochi l'ultima piccola-grande meraviglia di questo scrigno, una "Hope" che ci si può immaginare di ascoltare cantata da un cantautore di strada tanto quanto da un coro gospel, magari a Harlem, sicuramente da qualche parte a New York.

10/04/2024

Tracklist

  1. Ice Cream Piano
  2. Classical
  3. Capricorn
  4. Connect
  5. Prep-School Gangsters
  6. The Surfer
  7. Gen-X Cops
  8. Mary Boone
  9. Pravda
  10. Hope






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