Il successo ottenuto dai
Cradle Of Filth intorno alla metà degli
anni Novanta consentì al
black metal di allargare notevolmente la propria cerchia di appassionati. I principali ingredienti della formazione di Ipswich erano, e rimangono, velocità e potenza di suono, assoli epici conditi da tastiere e orchestrazioni, macabra teatralità a supporto di una scrittura dai tratti profondamente
gotici, in grado a suo tempo di (ri)portare il genere fuori dalla Scandinavia, dimostrando quanto potesse essere versatile. La band guidata da Dani Filth fu anche fra le prime a rifiutare le atmosfere seriose della scena norvegese, in favore di ambientazioni dark-vampiresche da romanzetto di serie B, con dosi abbondanti di sangue e riferimenti sessuali, tanto nei testi quanto nel corredo grafico.
Nonostante dopo il cambio di millennio abbiano inciso lavori poco ispirati, giungono nel 2025 al significativo traguardo del quattordicesimo album in studio, “The Screaming Of The Valkyries”, conservando intatta l’efficacia del proprio suono, pur senza alcuna volontà di re-inventarsi in qualcosa di diverso, motivo che li mantiene così amati dai propri fan, poco inclini a repentine trasmutazioni stilistiche.
Ascoltare oggi la musica dei Cradle Of Filth continua a essere come abbandonarsi a un viaggio nel cuore di un minaccioso castello abbandonato, la rappresentazione di uno spaventoso
gothic horror. L’urgenza ritmica espressa dall’accoppiata iniziale “To Live Deliciously”/“Demagoguery” delinea da subito il
mood del lavoro, che si mantiene inalterato per tutte le nove tracce dell’album, procedendo fra
groove dirompenti influenzati del primo
heavy metal, esplosioni di furia trash e apocalittico death’n’roll, senza mai rinunciare alle necessarie dosi di melodia e a qualche passaggio crepuscolare.
Alcune discontinuità intervengono in corrispondenza di “Non Omnis Moriar”, che si pone dalle parti di
Paradise Lost e
Anathema, evidenziando un
mood più tendente al
sadcore, e “You Are My Nautilus”, profondamente influenzata dagli
Iron Maiden più oscuri, da sempre fra i massimi riferimenti dei Cradle. “White Hellebore” è invece Cradle Of Filth nella sua forma più diabolicamente semplice, con derive verso il goth operistico che non appaiono mai come sconnesse forzature, mentre racconti epici vengono incastonati fra infiniti duelli di chitarre elettriche.
Niente di nuovo sotto la luna piena, ma tutto assolutamente perfetto per mantenere viva la fiamma del black metal.
24/03/2025