Nel libro “Eros The Bittersweet: An Essay”, la poetessa, saggista e traduttrice di classici Anne Carson analizza il concetto di eros nell’antica Grecia attraverso gli scritti di Platone e Saffo, sottolineando quel dualismo tra dolore e piacere che è alla base dell’eros. Un dualismo che è al centro anche di “Bitter Sweet, Sweet Bitter” (a partire dalla copertina con il cane a due teste): il nuovo album del musicista italo-canadese Fortunato Durutti Marinetti (nome natio Daniel Colussi) è un altro interessante viaggio in quel mondo di mezzo dove pop e rock si intrecciano attraverso la contaminazione e l’ibridazione.
Grazie al precedente album “Eight Waves In Search Of An Ocean”, l’elegante baroque-pop tinto di jazz-rock di Fortunato Durutti Marinetti ha ottenuto un po’ d’attenzione, svelandone ulteriori sfumature musicali, prog e yacht-rock in primis, ma soprattutto un’intensità poetica dai toni letterari.
La struttura delle composizioni di “Bitter Sweet, Sweet Bitter” non è mutata: otto lunghe tracce apparentemente senza un refrain, registrate live in studio e poi rielaborate con accuratezza ed eccentricità. Quello che è diverso è l’approccio free-form e fluido che si contrappone all’algida bellezza del precedente disco.
Il cantato/recitato alla Lou Reed/Leonard Cohen asseconda la verbosità delle liriche, ma Fortunato Durutti Marinetti conosce i trucchi della pop music e per la vezzosa “A Perfect Pair” sfodera una melodia accattivante e suoni levigati al punto giusto.
Spetta alla prima traccia “Full Of Fire” settare i tempi ritmici e melodici di “Bitter Sweet, Sweet Bitter”: un groove jazz-rock velato da morbidi tempi funk detta le regole del gioco, con una swingante sezione fiati che dialoga con la chitarra elettrica fino allo smagliante assolo finale.
Il quarto album del musicista italo-canadese viaggia costantemente ai confini del lecito e del kitsch, grazie a un set di canzoni agrodolci, nelle quali confluiscono sia le velleità jazz-pop-funk dei Destroyer (“Beware”), sia le raffinatezze baroque-pop dei Divine Comedy (“Do You Ever Think?”).
Non cercate però palesi riferimenti o richiami agli artisti sopracitati: le composizioni sono eccentriche e surreali; nel tentativo di catalogare un brano come “Call Me The Author”, ad esempio, si rischia di restare imprigionati in una disamina quasi grottesca. Quella di “Bitter Sweet, Sweet Bitter” è una solida struttura strumentale dove improvvisazione e arte della scrittura trovano nuove forme espressive.
Confondono ulteriormente le acque due parentesi strumentali: “Theme I (Alex’s Theme)”, che metterà finalmente a tacere tutti coloro che non hanno colto finora le assonanze con Robert Wyatt, e “Theme II”, che gioca con le illusioni dell’improvvisazione prog-jazz per un fumoso break di un minuto e quarantasei secondi che separa i due brani più intensi dell’album.
“My Funeral” non solo chiude la raccolta, ma rende merito e giustizia al tentativo, riuscito, di mettere in piedi un’immaginaria big band funebre: il passo volutamente greve di piano e fiati è disinvolto, delicato, sornione, quasi beffardo, Leonard Cohen, Lou Reed e Robert Wyatt vanno a braccetto sotto l’occhio vigile di Stuart A Staples: delizia pura.
I quasi otto minuti di “A Rambling Prayer” sono il vero gioiello di “Bitter Sweet, Sweet Bitter”: la melodia scivola fluida ed elegante, la voce svogliata costringe l’ascoltatore a concentrarsi sulle parole, ma il mondo di Fortunato Durutti Marinetti è un crogiuolo di metafore e banalità che valica i confini della pura canzone per un archetipo di rock-poetry che lascia decisamente il segno.
16/08/2025