Una nuova stella sta sorgendo nel firmamento del songwriting d’autore americano, parliamo di Greg Freeman, originario del Vermont, che con il suo cantato sgangherato e un grande talento si sta facendo notare come una delle voci più ispirate del country rock contemporaneo.
Se il debutto autoprodotto del 2022, “I Looked Out”, si configurava come un esercizio di lo-fi country claustrofobico, saturo di feedback e vicino al suono denso e ansioso di Mount Eerie, il nuovo album “Burnover” segna un approccio più maturo. È un lavoro aperto, dinamico e arrangiato con ricchezza quasi orchestrale, pur mantenendo intatto il suo spirito ruvido e rumoroso.
L’ossatura resta infatti quella dell’indie rock, con riff abrasivi, mentre l’anima è quella di un malinconico alt-country. La vera novità è l’ampliamento della strumentazione, che include pianoforte, sassofono e archi, conferendo al suono una maggiore ariosità e un tono più solenne.
Il cambio di rotta è evidente fin dall’apertura “Point And Shoot”, un brano travolgente con chitarre energiche e una sezione ritmica propulsiva che ricorda band come Built To Spill e Pavement. L’armonica e il pianoforte in sottofondo, mentre le chitarre sfiorano il noise, stabiliscono subito il contrasto tra l’energia garage e un sottile feeling folk-rock.
Tra i pezzi migliori spicca “Gallic Shrug”, dal ritornello particolarmente coinvolgente, esaltato dal falsetto di Freeman e da un delicato, ma distorto, tappeto di pedal steel che aggiunge un tocco lievemente country. Segue un’altra riuscita ballata in vago stile War On Drugs, “Burnover”, dove le chitarre sono tarate su frequenze ancora più country e l’armonica conferisce un’atmosfera autorevole da “classico” del rock americano.
“Gulch” è il momento più vigoroso, grazie sopratutto alle sue ruvide chitarre, una vera e propria scarica elettrica che unisce un’irruenza grezza alla Replacements con un riff quasi pop-punk. In “Curtain”, invece, si avvertono delle forti similitudini con i lavori di MJ Lenderman: l’andamento è travolgente grazie al bel mix di chitarre, un vivace pianoforte in accompagnamento e i fiati finali che lambiscono il jazz, il tutto sostenuto dall’inconfondibile cantato di Freeman.
Rispetto al debutto, Freeman sposta il focus dalle solitarie angosce personali a narrazioni più ampie, creando un disco che è una lettera d’amore per l’America più vera e rurale. Questo è evidente nel pezzo finale dai toni epici, “Wolf Pine”, che descrive la storia della regione adottiva dell’autore. Il brano parte sommesso e atmosferico, quasi slowcore, per poi esplodere nel finale con riff roboanti che lambiscono il grunge, una batteria martellante e un muro sonoro che funge da vera e propria catarsi.
“Burnover” è un lavoro che scorre in modo sublime, con pochissimi punti deboli, mettendo in luce un artista in stato di grazia. Speriamo che Freeman possa confermarsi ancora su questi livelli: il potenziale certo non manca.