A volte a una band bastano uno o due dischi per raggiungere il proprio zenith creativo ed espressivo, al punto che poi tutto quello che viene dopo può sembrare una copia sbiadita di quanto proposto nei dirompenti inizi. In alcuni contesti, però, come quelle nicchie in cui contano gavetta e passaparola, succede il contrario e, complice molte volte la scarsezza di mezzi iniziale, ci vogliono un bel po' di dischi per trovare davvero la quadra.
Agli hardcorer norvegesi Honningbarna per trovare questa quadra ci sono voluti sette dischi. Non che ai ragazzacci guidati da Edvard Valberg mancasse qualche mina per sobillare le folle, ma quello che ascoltiamo nel capitolo sette della loro discografia, questo dirompente “Soft Spot”, è davvero qualcosa di inaudito.
Il cielo è grigio dietro le case popolari ritratte sulla copertina di “Soft Spot” e sulle loro sagome si staglia un cavaliere post-moderno in un posa plastica da pittura bellica ottocentesca, ma invece dell'uniforme da guarnigione veste parka oversized e un tutone Adidas con le tre strisce. E guida la carica verso una sorta di arcobaleno digitale.
Certo, ci vuole un po' di fantasia per arrivarci senza ascoltare il disco, ma la cover art anticipa benissimo l'esplosivo contenuto delle tredici tracce. Al virulento hardcore di natura Refused e Fucked Up gli Honningbarna aggiungono turbini di colore fatti di sintetizzatori ed effetti difgitali, mentre alle ficcanti invettive sociali addizionano l'ironia dei Viagra Boys e, perché no, un po' della cazzoneria degli Hives.
Se l'apripista “Schaefer” è puro hardcore assassino, canto ringhiato, chitarre taglienti e batteria distruttiva, le cose iniziano a complicarsi, e farsi ben più divertenti, già a partire da “Amor Fati”. Le tastiere iniziano a lampeggiare come le luci di un rave, Valberg canta come una trombetta di carnevale, e starsene fermi diventa molto, molto difficile. Così come è impossibile, nonostante l'ostilità del norvegese, non canticchiare la melodia del ritornello di “Festen som aldri stopper” - arricchita peraltro da tessiture chitarristiche che conquisteranno i patiti dell'indie-rock dei primi anni Zero.
“God gutt” sembra voler riportare il disco su territori più prettamente hardcore, però poi devia improvvisamente verso un'inter-zona rave-punk con tanto di scroscianti bass drop, scenario in cui si ritorna anche per un finale cibernetico intitolato “Ultraoyer”. Quello che c'è in mezzo non è meno coinvolgente, abrasivo e divertente, ma del resto, se non si fosse capito, stiamo parlando del disco hardcore dell'anno. Un lavoro nel quale i norvegesi scatenati non si naturano, ma raggiungono la piena maturità stilistica ampliando il loro universo sonoro in una sorta di post-hardcore in technicolor che non si nega a momenti più morbidi e melodie più chiare.
08/12/2025