Refused

The Shape Of Punk To Come

1998 (Epitaph/Burning Heart)
hardcore punk, metalcore, progressive rock

Nel 1998, il punk è sulle copertine delle più note riviste musicali, e non solo di quelle. La scena californiana legata ai nomi di punta di Green Day e Offspring ha fatto il botto, e un nuovo standard di canzone rock può rivaleggiare nelle classifiche statunitensi ed europee con i successi r’n’bbritpop e di boyband/girlband. Ma la scena hardcore, da cui la nuova ondata punk rock che ha inondato il mainstream prende origine, è ancora una nicchia. Mentre le testate generaliste si concentrano sul fenomeno di costume e la presa pop delle band con pantaloni larghi e skateboard al seguito, le formazioni dal suono più oltranzista formano un panorama che è noto soltanto ai superappassionati, che concentrano sul settore quasi tutti i loro ascolti e condividono locali, riferimenti e in qualche caso anche scelte di vita con i loro musicisti del cuore. La chicagoana Victory Records, in particolare, è un totem per la frangia in cerca del suono più aggressivo e adatto al pogo: fan in sintonia soprattutto con il lato più “fisico” dell’estetica hardcore, e poco toccata dalle rivendicazioni culturali spesso associate al genere. Nel gergo del filone, vengono chiamati meatheads (in italiano, un termine simile è “palestrati”), e il suono che prediligono è un metalcore muscolare e senza ganci melodici.
È da questo ambito, forse l’ultimo da cui ce lo si sarebbe potuti aspettare, che emerge una formazione di totali outsider, destinata a modificare per sempre il corso dell’hardcore punk underground, portandolo all’attenzione di ascoltatori i cui contatti con la scena si limitavano, per ben che vada, ai capisaldi di più di un decennio prima. Quando esce il disco che rimetterà tutto in gioco, gli svedesi Refused non sono più su Victory e hanno in buona parte lasciato alle spalle il sound americaneggiante dei loro esordi. Sono anche una band dai giorni contati, che interromperà la sua attività senza nemmeno completare il tour dell’album. D’altra parte, il passato e il presente del genere interessano loro molto poco. Fin dal titolo dell’album, ambiziosissimo, lo mettono in chiaro: ciò a cui guardano è soltanto il punk del futuro.

Più punk del punk: l’hardcore dalle origini alla necessità di una rifondazione

L’hardcore punk nasce sul finire degli anni Settanta come estremizzazione del punk rock, del quale rappresenta una versione più aggressiva, veloce ed estrema. Se già il punk è in contrasto con il sistema (sia la società in senso ampio che, più limitatamente, l'industria musicale) l’hardcore si pone come alternativa radicale a esso: in opposizione completa o, in termini di sentire e valori, estraneo. Il fatto che una schiacciante maggioranza dei capisaldi dell’hardcore sia stata pubblicata in modo indipendente cristallizza bene questo tipo di posizionamento, ostinatamente e orgogliosamente fuori e contro. Non è, comunque, che la punta dell'iceberg: al suo culmine l’hardcore punk può contare su una serie di pubblicazioni dedicate, anch’esse fieramente amatoriali, nonché un giro di venue per i concerti, un suo modo di vestire, un suo modo di ballare. È un mondo a parte, per lungo tempo un segreto ben custodito dell’underground.
Minor Threat, Black Flag, Circle Jerks, Dead Kennedys, Bad Brains, tutti tra i fondatori dell'estetica hardcore e tutti statunitensi, rifiutano, almeno nelle loro composizioni più influenti sullo sviluppo di questo stile, le aperture stilistiche del punk verso altre tradizioni: più immediato, viscerale, crudo, assordante e sostanzialmente inaccettabile anche da coloro che, magari attraverso un “London Calling”, avevano finito per deglutire anche un po' di punk. La melodia, che nel punk rimane presente anche nelle sue incarnazioni più sgangherate ed epidermiche, nell'hardcore diventa un fatto secondario. Questo almeno fino a quando lo spirito dell'hardcore punk, la sua urgenza espressiva, non si apre alla scrittura pop nella stagione di Hüsker Dü e Bad Religion, preludio del successo che la scuola più melodica riscuoterà nel decennio successivo.

Nato negli Stati Uniti, il nuovo stile attecchisce velocemente anche nel Regno Unito, in Canada e anche in Europa, compresa l’Italia. Già a inizio anni Ottanta un ventaglio di scene nazionali ha trasformato l’hardcore punk in uno stile efficacemente declinato in molte delle metropoli dell'Occidente, facilitato nella diffusione dalle affinità culturali e dall'opposizione a un'idea di società che, nelle sue storture, deve aver suscitato un’urgenza di esprimersi simile anche tra individui distanti migliaia di chilometri. Parallelamente alla diffusione di un capitalismo sempre più soverchiante, i musicisti esprimono la rabbia per un sistema economico e sociale che può diventare terribilmente iniquo.
Prevedibilmente, alla luce dell'intensità della musica e della bruciante estetica proposta, l’hardcore punk non è destinato a durare molto nella sua prima incarnazione: nel 1986 i Dead Kennedys e i Black Flag si sciolgono, mentre altre formazioni prendono direzioni diverse, ora verso il metal, ora verso un più ampio mondo del rock alternativo e indipendente. L'estate del 1985, passata alla storia come Revolution Summer, porta in dote una serie di nomi nuovi che rientreranno in categorie come post-hardcore ed emo-core, che gradatamente si configureranno come scuole a sé, sempre più lontane dal fulcro della comunità di origine. Entro la fine del decennio la scena è divisa tra declinazioni diverse dell'ethos hardcore, mentre filoni come metal e hip-hop si fanno sempre più ubiquitari. Il metalcore di formazioni come i Converge trasporta l’idea di hardcore negli anni Novanta, parallelamente all’esplosione mainstream trainata dai vari Green Day, Offspring e Rancid.
A fine millennio l’hardcore è un microcosmo di scene locali, contaminazioni e riletture. Dello spirito originario, quello di estremizzazione del punk e ribellione alle sue tendenze a evolversi in qualcosa di più articolato e sfumato, non è rimasto poi molto: il metal a cui l’hardcore ha tentato di opporsi spesso è stato integrato nel linguaggio compositivo, lo strappo con l’industria musicale è stato ricucito grazie ad album di enorme successo commerciale, e la pericolosità sociale che pure una formazione come i Black Flag comunicava è stata diluita da decine di band innocue, ben lontane dallo spirito ferocemente antagonista di inizio anni Ottanta. Non solo l’hardcore punk, ma il punk tutto, sembrano disperatamente bisognosi di una rifondazione, che conservi lo spirito di un tempo ma eviti ogni attaccamento al passato, ai classici: non c'è niente di più punk, di più hardcore, di smetterla di inchinarsi ai capolavori di dieci o vent’anni prima e proporre qualcosa che sia nuovamente estraneo, urgente, veloce e aggressivo.

Una band per uscire dalla città: i Refused dalla fondazione al capolavoro

Al canto Dennis Lyxzén, già negli Step Forward, alla batteria David Sandström, alla chitarra Pär Hansson e al basso Jonas Lindgren: i Refused nascono nella Svezia del Nord, a Umeå, come quartetto con l'obiettivo di suonare fuori città e registrare un 7”. Kristofer Steen sostituisce Hansson già prima dell'album d’esordio per la svedese Burning Heart Records, “This Just Might Be... The Truth” (1994). Una collezione di una dozzina di brani registrati prediligendo volumi assordanti, come ben riassume “Pump The Brakes”, dall'allarmante messaggio politico. Su un modello ancora legato ai fondatori dell'hardcore, ma influenzato anche dai contemporanei statunitensi, i Refused operano comunque una rilettura a tratti personale già in questo esordio: “5th Freedom”, aperta da un basso minaccioso, è materia musicale instabile che unisce i primi Minor Threat con elementi post-core che portano a scomporre e ricomporre continuamente l’arrangiamento; “Strength” apre con un'orchestra di feedback e procede a passo sludge degno dei Melvins. L’Ep “Everlasting”, sempre del 1994, in parte segna un avvicinamento al metal e in parte ribadisce l’irrequietezza della formazione.

I Refused non hanno ancora scritto i loro classici ma qualcosa nel loro modo di fare hardcore è già degno d’attenzione: l’equilibrio instabile dei brani, i prestiti da altri stili dell’estremismo rock e i testi incendiati da messaggi politici (in contrasto col disimpegno di molte formazioni statunitensi dal sound paragonabile) sembrano confermare che in loro pulsa un cuore hardcore senza che questo comporti la pedissequa riproposizione di quanto già ascoltato negli anni Ottanta. Nel 1996 la formazione, rivista con il chitarrista Jon Brännström al posto del bassista Lindgren, pubblica il molto più ambizioso “Songs To Fan The Flames Of Discontent”, che esce negli Stati Uniti per Victory Records. Fortemente influenzato dal metal e caratterizzato dallo scream devastante inaugurato dal cantante Dennis Lyxzén, è un’esplosione di potenza da fare spettinare i capelli.
L’opener “Rather Be Dead” segna subito il cambio di approccio, ricontestualizzando la riottositá di un tempo in un hardcore misto metal sviluppato come un esercizio di tensione ed esplosioni, secondo uno stile che ricorda l’instabilità schizoide dei Frodus. In brani come “Hook, Line e Sinker”, "Crusader Of Hopelessness” e “Last Minute Pointer” lo svolgimento è un susseguirsi di dirottamenti, rallentamenti e ripartenze, mentre altri, come “Return To The Closet”, puntano soprattutto sul coprire la distanza tra dimesso e assordante e altri ancora spingono su un più diretto hardcore punk incendiario.
Il limite di “Songs To Fan The Flames Of Discontent” risiede nel rimanere sostanzialmente nei confini del mondo hardcore suo contemporaneo, già avvezzo a iniezioni metalliche e overdose di tensione e potenza. I tempi sono maturi per superare la tradizione e i confini stilistici di ogni tipo di hardcore, in direzione un album manifesto che si proporrà come rivoluzionario sin dal titolo.
Insieme alla pubblicazione di “The E.P. Compilation” (1997), che contiene rarità e suggerisce alcuni degli sviluppi ormai prossimi (contiene una cover di “Voodoo People” dei Prodigy!), e “The Demo Compilation” (1997), arriva il contratto con Epitaph, etichetta fondata da Brett Gurewitz dei Bad Religion. Una casa dal nome ispirato ai King Crimson e dotata di buona disponibilità economica, grazie ai riscontri in quegli anni di NOFX, Offspring, Pennywise, Rancid. Finalmente è tempo di proporre la propria rivoluzione.

The Shape Of Punk To Come: 12 esplosioni hardcore

Il titolo completo, “The Shape Of Punk To Come: A Chimerical Bombination In 12 Bursts”, già racconta molto di un album ambizioso e difficile da incasellare. Da una parte, un riferimento sfrontato a uno dei grandi capolavori del jazz, “The Shape Of Jazz To Come” (1959) di Ornette Coleman, album fondativo per il free jazz e per un nuovo modo di intendere la musica. Dall'altra, un sottotitolo che promette una dozzina di “esplosioni chimeriche”, combinazioni inedite di elementi stilistici pronte per deflagrare in tutta la loro potenza e aggressività.
Quello che nel secondo album rimane spesso un proposito trova finalmente compimento: l’hardcore punk mantiene il suo spirito originario e al contempo si reinventa, grazie a iniezioni non solo metal ma anche di jazz, musica elettronica e molto altro. Senza tradire urgenza, aggressività, potenza e conflittualità essenziali per l’idea stessa di hardcore, i pezzi diventano avventurose esplorazioni a cavallo fra generi, stili, stati d’animo. La rivoluzione pianificata dai Refused prende la forma di un flusso impetuoso di stimoli centrifughi, trattenuti dal disgregarsi in mille pezzi soltanto grazie alla lucidità della visione alla base e all’eccezionale solidità dei brani in scaletta.

Il nuovo punk immaginato dai Refused è insomma, al tempo stesso, anche una nuova, ipermutante forma di progressive rock. Costruita ignorando deliberatamente i classici (ma il chitarrista Kristofer Steen non fa un segreto della sua devozione a Robert Fripp e John McLaughlin) e proprio per questo estremamente fertile, dirompente e attrattiva. Uno sbocco in apparenza paradossale, che tuttavia doveva essere nell’aria: anche i Godspeed You! Black Emperor, negli stessi anni, giungono a conclusioni simili (ancorché molto distanti nel sound) a partire da un analogo retroterra da nordici outsider anarco/hardcore.
“The Shape Of Punk To Come” è, in effetti, un concept su più livelli. È innanzitutto un manifesto musicale e politico, che accompagna con un’abbondanza di note di copertina ciascuna delle dodici schegge della tracklist. “Siamo stati lasciati fuori dalla pianificazione e la nostra direzione è stabilita dal commerciante di auto usate o dal direttore di fabbrica. Annoiati camminiamo verso casa con le teste penzolanti e la nostra creatività derubata come effetto del guadagno capitalista. [...] I loro prodotti sono la morte e loro sono i mercanti di corruzione e soprusi. Sono gli schiavisti del nostro tempo. Sono l’inquisizione. Sono la macchina che dev’essere fermata”. Queste le annotazioni riportate dall’edizione Epitaph per l’iniziale “Worms Of The Senses/Faculties Of The Skull”, sette minuti che sul disco sono aperti da un proclama iconico: “Mi hanno detto che i classici non passano mai di moda ma… Lo fanno!”. Le rivendicazioni dei Refused procedono su un doppio, ma inseparabile, binario. Da un lato l’impeto anticapitalista, che non si ferma alla retorica contro le multinazionali ma articola le declinazioni quotidiane di una vita fatta di azioni e consapevoli scelte anti-sistema. Dall’altro, il desiderio di indicare una via musicale alla rinascita, incominciando dal rompere le catene autoimposte al genere dalla comunità underground che lo sostiene. E rigettando al tempo stesso anche i compromessi tranquillizzanti che hanno aperto ad altre band le porte del mainstream.
Forte di granitici riff alla Helmet, la prima urlatissima traccia ha ancora molto in comune con il metalcore dei primi due album, ma l’abbondanza di stop’n’go, l’obliquità delle linee chitarristiche che si insinuano nel ritmo e le intromissioni di effetti ed elettronica creano un’imprevedibilità nuova, che sgombera il campo dai paragoni con le altre formazioni del giro. Bastano davvero pochi secondi per rendersi conto di essere entrati in un campo inesplorato, che la comfort zone è alle spalle e ora tutto può succedere.

E infatti succede. “Liberation Frequency” chiarisce che radicalità e orecchiabilità non sono incompatibili. Il pezzo è al tempo stesso enormemente più leggero ed enormemente più pesante di qualunque cosa l’hardcore proponga o abbia proposto all’epoca, sia nei suoi recenti exploit da classifica che a livello sommerso (anche su etichette "progressive" come SST, Dischord o Alternative Tentacles). Briosi accordi in staccato, percussioni dosate e un basso fondo che entra senza troppo dare nell’occhio. Anche la voce suona lontana e si concede la frivolezza di qualche acuto: “We want the airwaves back”, canta, identificando la libertà di spaziare nelle trasmissioni con quella di formare una coscienza critica. Come una scure cala il ritornello, segnato da un salto di volume e di violenza: “What frequency are you getting?/ Is it noise or sweet sweet music?/ What frequency will liberation be?”. La via per la liberazione potrebbe non essere immediatamente riconoscibile, e legarsi a una sola prospettiva sarebbe un errore fatale. Un pezzo così altalenante era, ovviamente, inaccettabile sia per i fanatici underground che per gli ammiratori della standardizzazione mainstream.
Introdotto da ronzii, applausi, fischi e da brevi fraseggi be-bop (tratti dalla versione di Art Blakey di “A Night In Tunisia”), “The Deadly Rhythm” è un altro episodio di hardcore tiratissimo, che mostra tuttavia l'attenzione della band verso gli stili del tutto underground di gruppi screamo come Mineral e Portraits Of Past. Parrebbe un gioco interno all'orticello hardcore, almeno fin quando, poco prima del secondo minuto, tutto si quieta, entra in gioco un contrabbasso swingato e quaranta secondi circa di stasi preparano il ritorno della catarsi. Lo stratagemma delle intromissioni di elementi esterni (frasi recitate, spezzoni radiofonici, brusii, incursioni di techno music) è in realtà uno dei collanti dell’album, il cui carattere anarcoide si sposa alla perfezione con la metafora implicita della radio pirata, soggetta a mille interferenze il cui apporto è una parte ineliminabile dell’esperienza di ascolto.

“Summerholidays Vs. Punkroutine” parte tuttavia senza stacchi, ed è uno dei punti di maggior vicinanza con l’hardcore melodico in tutto il disco: un vigoroso riff discendente, che resta immediatamente impresso, si alterna a una strofa retta dal basso e a un altrettanto orecchiabile secondo riff chitarristico, poi ripreso dalla linea vocale del ritornello. “Rather be forgotten than remembered for giving in”: meglio essere dimenticati che ricordati per esser scesi a compromessi. Giusto che un messaggio così centrale sia consegnato a uno dei ritornelli più efficaci dell’album.
Dopo la techno jazzata di “Bruitist Pome #5” arriva “New Noise”, il pezzo più celebre dell’intera carriera della band, coverizzato da un range di artisti che va dagli Anthrax ai Crazy Town (sì, loro) e incluso in opere diverse come “Triangle Of Sadness” o la recentissima e già cult serie Tv “The Bear”. Come d’altra parte l’intero album, la traccia è giocata sui contrasti, il primo e più segnante dei quali sta già nei primi, iconici dieci secondi di chitarra. Inizialmente caratterizzato da un rimpallo fra pochissime note in staccato, gradualmente il riff si apre lasciando risuonare le corde. Basso e batteria supportano il crescendo, ma la memorabilità dell’incipit è già tutta in quell’opposizione fra suono trattenuto e progressiva liberazione. Preso in isolamento, sembrerebbe quasi un passaggio dei Bloc Party: invece un’infiltrazione progressive techno e la necessaria esplosione in scream (con interludio epico quasi post-metal) ricordano con chi si ha a che fare. Su un finale alt-metal stile Therapy?, gli svedesi chiosano sardonici: “We dance to all the wrong songs/ We enjoy all the wrong moves/ We dance to all the wrong songs/ We're not leading!”.

Breve scarica adrenalinica conclusa da oscillazioni da laboratorio di elettrotecnica, “The Refused Party Program” è giusto un piccolo break prima di un’altra portata principale, “Protest Song Of ‘68”. Aperto il terreno, scompigliate debitamente le carte, e visitati alcuni dei possibili estremi, l’album è giunto qui al punto da poter liberamente assortire le sue scelte senza dover render conto a nessuna aspettativa stilistica. E infatti, fatti salvi alcuni inserti di metalcore fragoroso, “Protest Song Of ‘68” è sostanzialmente un brano inclassificabile. Un viaggio attraverso atmosfere e stati d’animo che va preso così com’è, col suo incipit batteristico indimenticabile, il connubio ansiogeno fra ripetizioni chitarristiche e spoken word, le citazioni da “Tropic Of Cancer” di Henry Miller e le esplosioni hardcore. E con un lungo, cullante rischiarimento acustico, che in un balzo si ritrasforma nel concitatissimo tema iniziale. Il nuovo progressive rock dei Refused suona così: quattro minuti e mezzo di totale imprevedibilità.

Mescolando hip hop e un riff minore armonico, “Refused Are Fucking Dead” suona pressoché nu metal, mentre la title track “The Shape Of Punk To Come” frigge virtualmente ogni stimolo stilistico del disco, ogni apice di leggerezza e pesantezza, ogni ortodossia o sua completa mancanza, per dare il miglior vestito al pezzo da vetrina del disco. “Come gli swing kids ribelli degli anni 40 o i folli jazzhead degli anni 50 o i mod stilosi dei 60 dobbiamo riconoscere che lo stile, in contrapposizione al fashion, è necessario per sfidare il conservatorismo che le culture giovanili ci caricano addosso”, si legge sulle note di copertina riferite al pezzo, “Abbiamo bisogno di un nuovo beat che ci faccia muovere, quindi afferra il tuo partner e chiedi: ‘Vuoi uscire con me, guardarmi mettermi in ginocchio e sanguinare? [...] Questo appuntamento al buio ci condurrà ovunque vorremo’”. Più incisivo ancora è però il ritornello: “Hey baby, never felt this free/ A pair of new shoes and a punk rock show to see/ Give acclamation to these blue ribbon babies/ And check the calendar for the expiration date”. Così tanti dei valori del disco si fondono in poche frasi: la libertà, la centralità dei rapporti fra persone come fondamento per la comunità, la volontà di accogliere la novità e non farsi condizionare dal passato, il ruolo della musica come propellente sociale, la consapevolezza che tutto ha una durata limitata e andrà bruciato e scardinato, e che questo compito toccherà, un giorno, ad altri.

I due pezzi finali, “Tannhäuser/Derivé” e “The Apollo Programme Was a Hoax”, sono (se possibile), i più anomali dell’album. Ascoltando solo questi, nessuno chiamerebbe gli autori una hardcore band. Il primo, tra violoncello, crescendo dissonanti e plumbee deflagrazioni alla Neurosis, è la prova che le strade altrimenti parallele di Refused e Gospeed You! Black Emperor sono molto meno lontane dell’oceano che le separa. Il secondo (incomprensibilmente il brano meno ascoltato del disco su Spotify!) è il finale perfetto per un disco così energico e irrefrenabile. Un puro episodio acustico, contemplativo, in cui contrabbasso, chitarra e melodica tracciano un’atmosfera emotiva che non è malinconia, non è pace, e non è nemmeno disperazione: è accettazione del fallimento. Lucida, quasi serena nella sua consapevolezza di aver fatto tutto ciò che era possibile e giusto fare. Ma non disincantata, perché l’incanto, quell’incanto che ha spinto a mettersi in moto, è ancora ugualmente magico, e riverbera nel testo: “'Cause if we have the vision I know that we are able [...] The destruction of everything is the beginning of something new/ Your new world is on fire and soon you'll be too”.

Refused Are Dead (?): lo scioglimento e la rinascita

“This manifesto is very much for real”, chiude il booklet. Pochi gli danno immediatamente credito. Solo le fanzine di settore coprono l’uscita dell’album, anche se talvolta con toni entusiastici: uno dei redattori di Punk Planet indica il disco come possibile miglior album hardcore del decennio, mentre per Under The Volcano, “The Shape Of Punk To Come” è “il miglior disco punk/hardcore del 1998. [...] Il minimo che possiate fare è uscire e comprare questo cd. Non dopo, subito”. Inside Front plaude alla scelta smaliziata della band di firmare per Epitaph, in modo da poter avere il budget necessario per realizzare un album capace di “farci vedere di che cosa tutti potremmo essere capaci”. Usare il sistema per andare contro il sistema, in qualche modo.
Per altri, però, il connubio fra il versante metallico e quello politico della scena è difficile da digerire: Paranoize chiama il disco a fucking classic ma ne lamenta l’eccessiva enfasi politica, e l’impressione è condivisa anche da Suburban Voice. Anche una delle pubblicazioni con più seguito nel settore, Maximum Rock’n’Roll, è complessivamente tiepida, e si mostra perplessa davanti al carattere frammentario del disco e la percepita ossessione per il mostrarsi “postmoderno” (riconosce, però, che il rifiuto a lasciarsi categorizzare è “di questi tempi, un punto di forza”).
Nessuna testata generalista, letta anche da ascoltatori meno legati alla comunità hardcore, si occupa all’epoca del disco. Troppo strambo e verboso per i meatheads, troppo metallico per i seguaci dell’hardcore più politicizzato, e semplicemente “fuori dal radar” per chiunque altro. Oltre che affascinante e toccante, il mood disilluso della traccia finale del disco è insomma una profezia riguardo al destino immediato dell’album.

I Refused si sciolgono pochi mesi dopo la pubblicazione di “The Shape Of Punk To Come”. La promozione dal vivo è disastrosa in termini di risposta del pubblico, con il tour in supporto ai Frodus che gli svedesi non concludono. Le divergenze crescono anche nella formazione, tanto da rendere un'interruzione delle attività una scelta necessaria. L’ultimo concerto si tiene in uno scantinato della Virginia alla presenza di una quarantina di persone, e viene interrotto dall’arrivo della polizia dopo nemmeno una manciata di canzoni.
Come i già citati gruppi del primo hardcore hanno esaurito il loro scopo dopo pochi anni, proprio alla luce della proposta musicale incendiaria, così i Refused dopo il loro capolavoro hanno, anche artisticamente, esaurito la loro funzione: cosa avrebbero potuto aggiungere, che non avessero già detto, rimanendo se stessi? Dopo aver pubblicato una lettera di addio, che contiene tra le altre cose la frase “Non suoneremo mai più insieme e non tenteremo mai di glorificare o celebrare ciò che è stato”, i Refused sembrano scomparire per sempre.

I singoli membri hanno avviato alcuni progetti ma di reunion si inizia a parlare solo nel 2010. Nel frattempo, la considerazione e il pubblico della band sono aumentati radicalmente. Uno sguardo agli articoli usciti dopo il 2000 chiarisce il cambio di prospettive avvenuto: per Mike Driver di Drowned In Sound, già nel 2005, il disco è una conclamata pietra miliare. Nel 2006 AllMusicGuide ne scrive: “Molti ascoltando quest’album diranno ‘Ehi, questo non è punk!’ non trovando i soliti power chord [...] ma fare la rivoluzione significa questo”, e lo stesso anno SputnikMusic intitola la sua recensione della ristampa “Un’uscita hardcore leggendaria. Assolutamente essenziale”. Che cosa c'è dietro a questa rivalutazione?
Essenzialmente, l’album è arrivato alle orecchie di altri ascoltatori. A ridosso degli anni Duemila, pur stimando e amando i classici degli anni Ottanta, pochi appassionati di musica indipendente e alternativa seguivano le scene hardcore contemporanee, percepite come troppo chiuse e omologate (per pregiudizio, ma anche per l’immagine che queste proiettavano). Ciò che serviva perché cambiassero idea, e iniziassero a interessarsi a quell’ambito, era un disco molto compiuto e molto eclettico, capace di incarnare sia gli aspetti essenziali dell’estetica hardcore sia di mostrare una forte apertura e indipendenza rispetto ai modelli consolidati. “The Shape Of Punk To Come” era, fin dal titolo, perfetto per lo scopo. Ma difficilmente avrebbe riscosso consensi senza qualcuno che ne promuovesse il ruolo in prima battuta. Quel qualcuno non avrebbe potuto essere la critica di settore, che non aveva la circolazione necessaria per raggiungere fasce di pubblico più ampie, né quella generalista o indipendente, che non aveva esperienza di prima mano del disco. A portare alla ribalta il disco, infatti, sono i musicisti.
Linkin Park (“Non esisteremmo senza l’influenza di band come Helmet, Strife e Refused”), Blink-182, Thrice, Hell Is For Heroes sono alcuni dei nomi di artisti che hanno citato e lodato la band nelle proprie interviste a riviste musicali di primo piano nei primi anni Duemila. Menzione dopo menzione, un numero crescente di appassionati si è incuriosito, e l’album è diventato ispirazione per una nuova infornata di formazioni di “hardcore evoluto” (e spesso progressivo) figlio illegittimo delle scene anni Novanta e indebitato invece verso il suono chimerico dei Refused, l’emo vulcanico degli At The Drive-In o il mathcore dei Dillinger Escape Plan. Quando la critica generalista si accorge dell’album, ormai è effettivamente già un culto con decine di adepti tra le band sorte in quegli anni (nel 2018 un articolo di Stereogum proverà a raccoglierle: fra queste figurano i Poison The Well e i Touché Amoré, i Dance Gavin Dance e i The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer A Place To Die, i La Dispute, Frank Turner, i Glassjaw). Per certi duri e puri hardcore i Refused restano un gruppo di mezzi poser venuti da chissà dove, buono per i parvenu poco avvezzi al genere ma assai meno brillanti di loro ispiratori dichiarati come i Nation Of Ulysses (lo illustra bene un articolo di Impose, opportunamente intitolato "The Shape Of Punk To Come Sucks"). Ma poco importa: giunta la metà degli anni Duemila, la band svedese è definitivamente uscita dalla nicchia e si è conquistata un credito, postumo ma notevolissimo, presso una comunità assai più ampia.

Contraddicendo il proposito di non tornare mai a suonare insieme e celebrarsi, nel 2012 i Refused sono sul palco del Coachella Festival, e a seguire partecipano ad altri eventi di richiamo nazionale e internazionale. La band dissimula un ritorno sulle scene, ma l’attività live prosegue anche nel 2014 e nel 2015. Inevitabilmente, arrivano anche un quarto e un quinto album: “Freedom” (2015) e “War Music” (2019). Nonostante la presenza di alcuni nuovi assordanti inni anti-capitalisti post-hardcore (in rapporto problematico, qualcuno commenta, con i cachet stellari proposti alla band nei superfestival che la ospitano), questi Refused rinati sono meno interessanti di quelli che nel 1998 hanno immolato la propria carriera per scardinare l’hardcore punk e minarne le fondamenta. Ma d'altronde era proprio il primissimo proclama del loro capolavoro a mettere in guardia: "They told me that the classics never go out of style, but... they do, they do. Somehow, baby? I never thought that... we do too".

14/01/2024

Tracklist

  1. Worms Of The Senses/Faculties Of The Skull
  2. Liberation Frequency
  3. The Deadly Rhythm
  4. Summerholidays Vs. Punkroutine
  5. Bruitist Pome #5
  6. New Noise
  7. The Refused Party Program
  8. Protest Song '68
  9. Refused Are Fucking Dead
  10. The Shape Of Punk To Come
  11. Tannhäuser/Derivé
  12. The Apollo Programme Was A Hoax

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