NOFX

NOFX

Punk rock Úlite

di Giovanni Epistolato

Paladini dello skate punk californiano, goliardici e politicamente scorretti, i NOFX sono riusciti a coniugare meglio di qualsiasi altra band la velocità hardcore con un gusto melodico di pronta accessibilità, imponendosi come massima istituzione della scena dei loro tempi e dettando, nel bene e nel male, le regole del filone revival punk che ha imperversato dagli anni 90 in avanti.

“Cresciuto a pane e NOFX”. Era questa un’espressione piuttosto ricorrente tra i giovani punk, adolescenti tra la fine degli anni 90 e l’inizio dei Duemila. L’affermazione non era casuale, né frutto di un fenomeno più o meno passeggero. Tanto che la “generazione NOFX” all’interno della scena punk contemporanea ha mantenuto un’assoluta preponderanza per una buona decade, e ancora oggi preserva un rango nobiliare difficile da scalfire. Basterebbe questo a dimostrare la portata dei NOFX nella formazione dell’esercito dei millennial-punk rocker.
Ma forse è meglio fermarsi e partire dal principio.

Inizio degli anni 80 e la California è l’indiscusso epicentro della scena hardcore. Tra i palchi di Los Angeles e della Bay Area di San Francisco girano già nomi relativamente grossi; qualche anno prima, i Germs di Darby Crash avevano fatto da apripista a quel nuovo modo di concepire il punk-rock, mentre Black Flag, Dead Kennedys, Adolescents, Social Distortion, Bad Religion, Descendents, T.S.O.L., Vandals, Circle Jerks (solo per citare i californiani) sono già gruppi dal grande seguito e oggetto di venerazione. Così, i ragazzini che si affacciano al rock'n'roll in quegli anni di pieno fermento non possono fare a meno di attraversare le forche caudine dell’hardcore; molti ne rimangono inevitabilmente folgorati e le nuove band iniziano a spuntare come funghi.
Lo stesso succede nel 1983 a due adolescenti di Berkeley, di nome Eric Melvin e Michael Burkett (che sarà poi meglio conosciuto come Fat Mike). Nel mezzo di un forsennato turnover di formazione, ai due si unirà presto anche il batterista Erik Sandin (che, causa traslochi di famiglia, si allontanerà quasi subito).

Burkett e Melvin, bassista e chitarrista, coadiuvati da una sequela di commilitoni alla batteria e alla seconda chitarra, senza ancora neanche aver deciso chi debba essere il cantante, si battezzano NOFX, iniziano a suonare in qualsiasi location possibile girovagando in una malmessa station wagon e a sfornare sfilze di demo ed Ep, prima con il supporto della Mystic Records di Doug Moody (il self titled e “So What If We’re On Mystic!”, condividendo l’etichetta con gli Scared Straight – in seguito, Ten Foot Pole – e i Rich Kids on LSD, band molto amata da Fat Mike) e poi in autoproduzione (“The P.M.R.C. Can Suck On This”) con una label di proprietà appositamente fondata, la Wassail Records.
In generale, questi lavori (ormai irreperibili, al netto della raccolta “Maximum Rocknroll” pubblicata senza autorizzazione dalla Mystic, che mette insieme i brani pubblicati sotto la propria egida) mostrano una band hardcore grezza, acerba, con idee confuse.

Intanto i NOFX trovano una prima stabilità dei componenti, con Fat Mike definitivamente alla voce, il ritorno di Erik Sandin dietro le pelli e la seconda chitarra affidata a Dave Casillas. La comunità hardcore è sempre più popolosa e popolare; i NOFX riescono a ritagliarsi un piccolo spazio al suo interno e iniziano a voler fare sul serio.
Nel 1988, forti di una discreta fama guadagnata nel circuito underground dopo cinque anni di peripezie, per Fat Mike e soci riescono a registrare il primo full length. Lo fanno ai West Beach Studios di Brett Gurewitz, chitarrista dei Bad Religion e patron della Epitaph, appena rifondata con la pubblicazione di “Suffer” l’anno precedente (a cui seguirà nel 1989 il capolavoro “No Control”).

L’album appena partorito si intitola Liberal Animation e Gurewitz propone ai NOFX di darlo alle stampe proprio sotto la sua Epitaph. Tuttavia la band preferisce mantenere la propria autonomia tramite la Wassail e, dopotutto, col senno di poi, ciò non risulterà una grossa perdita per la Epitaph. Liberal Animation è infatti un’accozzaglia piuttosto mal amalgamata di urla e riff sgraziati, che detta così potrebbe anche sembrare qualcosa di perfettamente fisiologico per un disco hardcore, non fosse altro che il tutto si ripete in maniera ridondante e stucchevole (e soprattutto senza nessuna incisività) per tutti i trenta minuti in cui sono racchiuse le quattordici sgangherate tracce. Lo stesso Fat Mike, successivamente, non esiterà a definirlo il peggior album dei NOFX.

Superata la metà degli anni 80 l’hardcore punk si era evoluto ed era cresciuto. Del resto, persino un’attitudine che aveva posto le proprie fondamenta e costruito la propria cifra sulle basi di una furia cieca e accecante non poteva più limitarsi meramente a questo. Per stare al passo con i tempi, le strade possibili erano fondamentalmente due: intraprendere un cammino verso una maturità post-hardcore (Fugazi, Hüsker Dü) oppure virare verso territori più melodici, secondi schemi stilistici e lirici talvolta adulti (Bad Religion), in altri casi post-adolescenziali (come insegnavano i Descendents già dall’inizio del decennio). I NOFX si collocheranno più o meno al centro proprio tra questi ultimi due.

“The first time I saw the Descendents, they were the fastest band I’d ever seen”, canterà non a caso Fat Mike nel 2003 in “13 Stitches”, brano contenuto in “The War On Errorism”, in cui stila romanticamente e nostalgicamente una lista delle sue influenze di giovane hardcore kid degli anni 80. Il primo verso si chiude con una non troppo velata citazione di “Milo Goes To College”, definito da Burkett come suo “all time favourite record”.
Proprio dai Descendents muove il nuovo canone destinato a disegnare la fisionomia della futura estetica pop-punk; le filastrocche di ordinario disagio giovanile di stampo Ramones trovano nuova forma nelle quindici supersoniche ballate hardcore di “Milo Goes To College”, che diventa il punto di riferimento assoluto della nuova scuola punk propensa al flirt con la melodia, distaccandosi dai riti tribali di nichilismo e rabbia collettiva attorno ai quali ruotano le dinamiche hardcore dell’epoca. La lezione dei Descendents è esaltante e i NOFX capiscono che è ora di farla propria.

Nel frattempo, nonostante l’innegabile mediocrità di Liberal Animation, il gruppo riscuote ulteriori consensi, soprattutto grazie a un’estenuante attività live che tocca per la prima volta anche l’Europa.
Conclusi i vari tour, il chitarrista Dave Casillas viene licenziato, sostituito da Steve Kidwiller. I NOFX iniziano a lavorare su nuovi brani, rivedendo ampiamente la propria formula. In poco tempo, i quattro mettono insieme materiale sufficiente per il secondo album, che prende il nome di S&M Airlines. Le registrazioni avvengono sempre negli studi di Brett Gurewitz; stavolta Fat Mike cede alle sue lusinghe, decidendo di accasarsi all’Epitaph.

In S&M Airlines emerge per la prima volta l’embrione di quello che sarà lo “stile NOFX”; melodie memori dei Descendents vengono incastonate in ritmiche ancor più marcatamente uptempo, raggiungendo velocità vertiginose che solo i Bad Religion avevano già toccato. Le composizioni e le esecuzioni, per quanto ancora “maleducate”, sono notevolmente più “raffinate” e mature rispetto al debutto. Il cantato di Fat Mike è leggermente ripulito, mantenendo comunque un pitch alto e squillante, e viene affiancato da parentesi corali, anche queste mutuate dai Bad Religion. Le chitarre seguono il treno della sezione ritmica, con riff più efficaci e strutturati, e inerpicandosi in un’altalena di scale percorse sulle octave chords, il che diventerà un marchio di fabbrica della band.
“Day To Daze”, “Five Feet Under”, la title track, “Drug Free America” e la più lenta “Vanilla Sex” rappresentano gli episodi migliori di un album che non lascia segni particolari, scontando l’inesperienza di una metamorfosi ancora in evoluzione (per non dire, appena cominciata), ma che stabilisce la direzione del nuovo corso, iniziando a coniare uno stile che verrà poi riconosciuto come hardcore melodico o skate punk. Del resto, in quegli stessi anni, nascono formazioni che assumeranno il ruolo di capofila di questo trend; Offspring, Pennywise, No Use For A Name, Lagwagon.

Il discorso prosegue in forma ancora più compiuta con Ribbed del 1990. I NOFX marcano ancora più strettamente le sonorità già abbozzate in S&M Airlines, tentando anche di inoltrarsi per la prima volta in nette variazioni tematiche, con risultati non propriamente indimenticabili (“Food, Sex And Ewe”, “ Together On The Sand”). Compaiono in quest’album i primi classici della discografia dei NOFX (“Green Corn” e in particolare “The Moron Brothers”, loro primo vero anthem) e soprattutto inizia a palesarsi la verve grottesca e umoristica della band, sia nelle liriche (basterebbero i titoli di “New Boobs” e “Gonoherpasyphilaids” per capirlo) sia nella musicalità, che rinuncia in parte allo scudo tutto sommato serioso del passato a favore di un approccio più scanzonato, che li riavvicina ulteriormente a quello dei Descendents, seppur sempre con tempi raddoppiati e fraseggi più articolati in funambolici stop ‘n go.
Manca tuttavia ancora qualcosa; laddove i Descendents già parecchio tempo addietro erano riusciti a farsi forza di una narrazione post-adolescenziale coerente e gradevolmente sentimentale, facendo leva su capacità compositive decisamente al di sopra della media di molti colleghi, i NOFX si trovano ancora a barcamenarsi tra impeti rabbiosi un po’ fini a sé stessi e una nuova acquisita inclinazione demenziale ancora troppo ingenua.

Con Ribbed si chiude la prima fase di storia dei NOFX, che ne rappresenta in un certo senso la gavetta. La popolarità della band era comunque molto cresciuta, tanto che stampe e ristampe di S&M Airlines e Ribbed (e persino di Liberal Animation) erano andate prontamente esaurite e il nome NOFX veniva regolarmente inserito nei cartelli dei palchi e dei festival punk più rinomati.
È il momento cruciale, il giro di boa della vita e della carriera, che se non cogli per fare il fatidico salto di qualità, rischi di cadere nel dimenticatoio. I NOFX giungono a questo step poco più che ventenni e con già tre veri album alle spalle, ma in un periodo di transizione complesso. I membri della band erano diventati particolarmente dediti agli eccessi, motivo per cui Steve Kidwiller decide di allontanarsene. Viene reclutato così un certo Aaron Abeyta, musicista di origine ispanica, in arte El Hefe. La sostituzione si rivelerà la maggior fortuna che potesse capitare. È qui che cambia tutto.
El Hefe porta novità importanti dal punto di vista del livello tecnico e della fantasia; chitarrista più dotato rispetto alla media dell’hardcore punk, capace di destreggiarsi bene anche in assoli e riff articolati, diventa presto la chitarra lead del gruppo (con Melvin che passa all’accompagnamento) e si presenta sin da subito con una personalità carismatica, istrionica e giullaresca, che ben si confà all’indole goliardica già sviluppata dai NOFX. Suona inoltre la tromba e il trombone e porta in dote un background musicale variegato, con influenze jazz, swing e soprattutto ska e reggae (che dal suo arrivo in poi saranno ampiamente esplorate dai NOFX, i quali - lungi dall’anelare alle derive apocalittiche dei Bad Brains - rivestiranno un ruolo rilevante nell’espansione delle sonorità ska-core).
Con l’ingresso di El Hefe, i NOFX riescono ad apporre i mattoni finali alla costruzione di una propria identità forte e riconoscibile, rifinendone l’approccio melodico e guadagnando una maggiore capacità di gestire l’irruenza e la velocità.

Nel frattempo, la Wassail cambia nome e intenzioni, trasformandosi nella Fat Wreck Chords, una vera casa discografica che Fat Mike lancia insieme a sua moglie Erin. L’inaugurazione dell’etichetta spetta, nel 1991, proprio a un Ep dei NOFX, The Longest Line, che segna anche il debutto ufficiale di El Hefe.
La maturazione è evidente, nel songwriting, nell’abilità esecutiva e nei testi. Nei cinque brani dell'Ep, le migliori intuizioni dei lavori passati trovano una forma organica e personale. I riff sono efficaci e taglienti, donando impatto e sostanza alle ritmiche sempre (per lo più) tirate all’impazzata. Le liriche si fanno narrazioni più profonde e ragionate. Ci sono cori doo-wop innalzati su muri distorti, cambi di tempo, bridge e outro in variazioni di andamento e armonie. La title track diventa un piccolo standard pop-punk, mentre con “Kill All The White Men” i NOFX iniziano a tastare i terreni del reggae, in una chiave autoironica che trasuda dal cantato farsesco affidato a El Hefe (che incide anche le linee di tromba).
Alcune asperità ed inconsistenze sono ancora ben visibili, ma si può dire senza timore di smentita che con The Longest Line prende concretamente il via l’epopea dei NOFX. Ma è solo un riscaldamento.

Il vero e proprio, tanto agognato, salto di qualità arriva un anno dopo, nel 1992. I NOFX escono con White Trash, Two Heebs And A Bean, sempre con la fedele Epitaph.
L’album si apre con un trittico al fulmicotone: “Soul Doubt”, dove trova libero sfogo la vena chitarristica di El Hefe, “Stickin’ In My Eye”, staffilata d’assalto che rappresenterà il perfetto vademecum di skate punk e melodic hardcore, e “Bob”, scoppiettante pop-punk con un azzeccato interludio ska (con tanto di fiati) che resterà a vita uno dei più celebri e amati brani dell’intero repertorio della band.
Basterebbero queste tre tracce a spingere i NOFX definitivamente nell’olimpo del punk-rock che conta, come effettivamente succederà. Ma White Trash… non si ferma qui; seppur con qualche palese riempitivo, il disco mette in luce un sound che ha finalmente trovato una sua dimensione unica e inconfondibile nel panorama punk. C’è la rabbia, c’è il cazzeggio, c’è il tiro hardcore e la melodia pop; i NOFX, dopo innumerevoli tentativi, ma comunque ancora giovanissimi, si attestano tra i maestri nel mescolare questi elementi. In White Trash… compaiono episodi di puro divertissement (che non mancheranno mai nei dischi dei NOFX) come “Johnny Appleseed”, “Buggley Eyes” e “Straight Edge” (parodia in chiave swing del celebre brano dei Minor Threat da cui l’omonimo movimento, alla cui ideologia i componenti dei NOFX sono con tutta evidenza ben poco affini). Fat Mike dimostra le sue capacità di narratore in salsa punk (“Liza And Louise”) e di canzonatore umorista (“Please Play This Song On The Radio”), in due brani dove torna a presidiare la cattedra del pop-punk con piglio e carisma.

White Trash… riscuote un successo enorme nell’underground di inizio anni 90, attestandosi tra le migliori vendite dell’Epitaph fino a quel momento insieme agli album dei Bad Religion (che nel frattempo, erano anche migrati verso una major). Tutto ciò accade in un periodo abbastanza caldo per la scena punk; del mondo hardcore del decennio precedente era rimasto ben poco e la già menzionata frattura tra chi aveva proseguito su territori post-hardcore e chi aveva invece intrapreso la svolta pop rappresentava un vero e proprio spartiacque. Le band (o costole di esse) appartenenti alla prima categoria si erano addentrate nel sottobosco in evoluzione (e in fibrillazione) delle varie forme di alternative rock (che l’hardcore degli anni 80 aveva contribuito in maniera decisiva a forgiare). Quelle appartenenti al secondo gruppo (tra cui i NOFX), per lo più giovani e sopravvissute, si trovavano invece a essere in prima linea nel battaglione del cosiddetto revival punk, pronto a esplodere a breve in forma più o meno mainstream, ma il cui boom già si iniziava ad avvertire fortemente nell’aria.
Principalmente, tutta la nuova comunità ruotava attorno a tre etichette: la Epitaph ovviamente, la Lookout! (che annoverava Screeching Weasel, Queers, Mr. T Experience, e in cui avevano trovato i natali Green Day e Rancid - prima sotto le spoglie degli Operation Ivy) e proprio la Fat Wreck Chords (No Use For A Name, Lagwagon, Good Riddance, Propagandhi); da notare che i NOFX continueranno a lungo a pubblicare album con la Epitaph, utilizzando la Fat Wreck per sfornare una lunga serie di Ep, album dal vivo e raccolte di B-side.

Il primo colpo grosso di mercato arriva nel 1993 con “Unknown Road” dei Pennywise, con cui la Epitaph piazza duecentomila copie vendute (una cifra apparentemente esorbitante per quel mondo, ma ancora nulla rispetto a quanto succederà solo un anno dopo). I gruppi punk iniziano a salire sui palchi di festival di prim’ordine e non più strettamente settoriali. C’è un sottile gioco di equilibri tra la concessione alla fama mainstream e il mantenimento di una certa ortodossia a cui tutti devono sottostare; alcuni finiranno per cedere alle offerte delle major (in primis i Green Day), altri cercheranno di preservare gli ultimi rimasugli di status hardcore. Tra questi, i NOFX, che dichiarano di rifiutare categoricamente per il presente e per il futuro di firmare per una major e di rifiutare altresì di trasmettere i propri video su Mtv o su altre emittenti commerciali. La Epitaph garantisce comunque una sufficiente promozione e distribuzione e, nel frattempo, anche la stessa Fat Wreck era rapidamente cresciuta, facendo di Fat Mike una personalità di spicco (per non dire, a suo modo, una “potenza”) di una comunità punk in continuo allargamento.
Con queste premesse si entra nel 1994, l’anno di non ritorno. I “traditori” Green Day, “rei” di aver firmato per la Reprise (succursale Warner), vendono dieci milioni di copie con “Dookie”.  In risposta, la Epitaph cala il tris, a partire dalla sua gallina dalle uova d’oro, “Smash” degli Offspring, che eguaglia le cifre di “Dookie”, stracciando qualsiasi record passato e futuro di vendite per un disco pubblicato da un’etichetta indipendente. A fare compagnia a “Smash” per la scuderia di Brett Gurewitz ci sono “Let’s Go” dei Rancid e soprattutto Punk In Drublic dei NOFX.

In Punk In Drublic non ci sono singoloni da classifica come in Smash e Dookie. Anche per questo, l’album vende molto meno rispetto ai due “avversari”, sebbene negli anni arriverà a superare il milione di copie, risultato che (escludendo Smash, che rappresenta un unicum fuori statistica) resta comunque da capogiro per un disco indipendente. Eppure, molto più degli altri due, Punk In Drublic lascerà un segno indelebile e rappresenterà l’influenza primaria e imprescindibile per tutta la produzione punk e pop-punk degli anni a seguire, nel bene e nel male (sì, inclusi Blink 182 e Sum 41 - e chi scrive non li sta associando al “male”).
Inizia così a plasmarsi la “generazione NOFX”; quel sound veloce, martellante, accattivante, divertente, incazzato, si configurerà come la formula più utilizzata (e abusata) del pop-punk. Che poi, a dirla tutta, di pop i NOFX avevano sicuramente maturato il talento melodico, ma decisamente con questo termine null’altro hanno mai avuto da spartire; men che mai l’attitudine, né tantomeno l’approccio stilistico più puntualmente inteso. Prima, durante e dopo Punk In Drublic, raramente i NOFX hanno seguito i tratti tipici della forma canzone radiofonica o la struttura dell’album da hit parade. Insomma, pop loro malgrado potremmo dire, poiché dall’estetica pop si sono sempre tenuti ben distanti.
Fatto sta che con Punk In Drublic mettono in fila diciassette inni punk-pop-skate-melodic-hardcore-o-quello-che-vi-pare. Comunque lo si voglia appellare, il risultato non cambia. E che questa declinazione di punk-rock- la si ami o la si odi (o, più comunemente, la si snobbi), è indiscutibile che Punk In Drublic ne sia l’opera magna.
“Linoleum” apre le danze e rimarrà per sempre il loro monumento; una intro in cavalcata epica che sfocia in un vortice fulmineo di due minuti, nessun ritornello, una brevissima pausa per rifiatare e via con il sing-along da stadio finale. La ascolti una volta e non ti lascerà mai più. Questi sono i NOFX. “Linoleum” è la lectio magistralis (appunto) su come scrivere un pezzo pop (tale in quanto indimenticabile già dal primo ascolto) contravvenendo a qualsivoglia schema pop (ma… chi è che strilla? Che è ‘sto casino? E il ritornello?). “Linoleum” diventerà anche la canzone punk più coverizzata e tributata, soprattutto dal vivo, degli ultimi venticinque anni.
Lungo Punk In Drublic ci si trova catapultati in una girandola di brani memorabili, dove è difficile imbattersi in momenti deboli. Anche la componente lirica si fa sempre più acuta e consapevole. Fat Mike si dimostra una penna eccellente e intelligente nel descrivere episodi  (anche nonsense) di vita punk (“Linoleum”, “Dig”, “Leave It Alone”, “Fleas”, “The Brews”), così come nel raccontare storie, tra il serio (“Lory Meyers”, “Happy Guy”) e il faceto (“Jeff Wears Birkenstocks”, “Punk Guy”), o nel lanciare invettive socio-politiche, pungenti in “Don’t Call Me White”, “Dying Degree” e “Reeko”, più improntate al luogo comune in “Perfect Government” (che è in realtà una cover di Mark Curry, cantautore americano di modesto successo che fu compagno della prima band di El Hefe negli anni 80). “Don’t Call Me White” assurge al rango di grande classico, “The Brews” scimmiotta in una divertita e divertente interpretazione corale l’Oi! e lo street punk, “Dying Degree” (aperta in preludio metalcore da “The Quass”) e “Lory Meyers” (cantata in duetto con la compianta Kim Shattuck dei Muffs) sono cazzotti allo stomaco potenti nella musica e nei testi.
“Reeko” si apre come una ballata reggae, si rilassa in un assolo folk suadente e si scatena furibonda nell’ultima strofa. Segue in chiusura del disco “Scavenger Type”, gemebondo singhiozzo di chitarra acustica e voce. Tra l’altro, non è noto ai più che proprio questi ultimi due brani entreranno qualche anno più tardi nella colonna sonora di “Nirvana”, film di distopia cyberpunk di Gabriele Salvatores.
Fat Mike trova il connubio tra volume e intonazione della voce, Melvin urla sguaiato in ottava di sottofondo, El Hefe si sbizzarrisce nei suoi riff (e trova il suo immancabile momento clownesco nelle movenze caraibiche di “My Heart Is Yearning”), Sandin pesta come una macchina da guerra. Lo stile è variegato, senza più inciampare su faticose ridondanze.
I NOFX arrivano alla prova di Punk In Drublic finalmente pienamente consci delle proprie potenzialità e partoriscono la pietra angolare della nuova leva di punk-rocker.

L’hardcore punk non è più un affare da reietti rifiutati dalla società e dimenticati da un qualche dio, bensì si trova a vivere la sua era di auge popolare, ricolmo di quelle sfumature melodiche che per i puristi ne minano l’essenza, ma che fungono da vettore per la massa. Il mainstream più strettamente inteso sfocerà man mano in una deriva sempre più marcatamente catchy e adolescenziale, ma c’è anche un substrato florido di band che (almeno all’apparenza) mantengono qualche sfocata connessione con la filosofia indipendente dei padri fondatori. Tra queste, i NOFX sono ormai i leader riconosciuti. Ciò, anche per la rilevanza sempre maggiore della Fat Wreck all’interno della scena. Proprio con la Fat Wreck, i NOFX pubblicano nel 1995 I Heard They Suck Live!, loro primo album dal vivo, con un titolo che stigmatizza ironicamente la presunta scarsa capacità concertistica della band; cosa d’altronde più o meno vera, considerando i nuovi standard da main stage dei grandi festival, che rappresenta però un ulteriore segnale di mantenimento di una concezione ancora profondamente radicata nella visione punk che, pur ormai traslata in contesti generalisti, continua a prediligere irruenza e contatto con il pubblico rispetto all’esecuzione impeccabile.
Delle uscite Fat Wreck risultano comunque più interessanti i numerosi EP e B-side sfornati negli anni a corollario degli album veri e propri, in cui i NOFX disseminano una miriade di brani dando soprattutto libero estro al proprio humour grottesco e politicamente scorretto (“I Wanna Be An Alcoholic”, “Timmy The Turtle”, “Drugs Are Good”).

Proprio con la burla di “Hobophobic” inizia Heavy Petting Zoo del 1996. Dal brano d’apertura e soprattutto dalla dissacrante copertina (che porterà a diverse censure), potrebbe risultare facile pensare che i NOFX abbiano definitivamente concentrato la propria rotta sull’impronta cinica e sarcastica. Invece l'album si rivela il più oscuro dell’intera produzione di Fat Mike e soci. Forse sazi della colossale sbornia di Punk In Drublic, i quattro decidono di mutare le atmosfere; prevalgono sonorità molto più gonfie e opprimenti rispetto al passato, che poco e niente cedono stavolta al gusto pop.
L’album viene accolto in maniera ambivalente; con scetticismo dai più, con approvazione da chi cerca di vedere un recupero di almeno parte della radice hardcore. La verità sta in realtà nel mezzo. Heavy Petting Zoo è un fisiologico disco di passaggio che segue una “grande abbuffata” (similmente a quanto accaduto ai Green Day con “Insomniac”). Qualche brano è indubbiamente interessante (“Hot Dog In The Hallaway”, “What’s The Matter With Kids Today?” e soprattutto la conclusiva e malinconica “Drop The World”) e l’album in generale riesce a trovare un suo senso d’esistere. Tuttavia non rappresenta un nuovo corso e rimane, come detto, una tappa di mero transito.

Un nuovo capitolo importante della discografia dei NOFX arriva nel 1997 con So Long And Thanks For All The Shoes, il cui titolo è preso in prestito da “So Long And Thanks For All The Fish”, romanzo di Douglas Adams (quello di “Guida galattica per autostoppisti”, per intenderci). I NOFX si danno alla pazza gioia, mettendo insieme tutto il retaggio maturato fino a quel momento, e producendo l’album più divertente e istrionico della propria carriera. Si parte a rotta di collo con “It’s My Job To Keep Punk Rock Élite”, in cui con un pizzico di satira Fat Mike sembra volersi giustificare dell’apertura mainstream del punk-rock a cui in fondo egli stesso aveva fortemente contribuito, rivendicando una certa posizione ancora radicale. “So Long…” si districa tra gli strascichi di Heavy Petting Zoo (“Kids Of The K-Hole”, “Dad’s Bad News”), apici di puro pop-punk (“All His Suits Are Torn”, “Quart In Session”), innumerevoli goliardate (“Monsyllabic Girl”, “I’m Telling Tim”, “Flossing A Dead Horse” e il giochino di puerile anarchismo di “Murder The Government”). In particolare, in So Long… lo ska core (“180 Degrees”, “All Outta Angst”, “Champs Elysees”) e il reggae (“Eat The Meek”) diventano pilastri portanti e non più semplici digressioni.
Lo status di punk rock élite evocato da Fat Mike rimane certamente concreto sotto il profilo attitudinale, ma il risultato musicale è, quanto mai prima di allora, variegato e allo stesso tempo votato all’easy listening. Ciò non toglie che So Long… rappresenti una delle uscite più godibili del panorama punk-rock del suo tempo, con svariati brani che diventeranno tra i più amati del repertorio dei NOFX e in generale di tutto il mondo ad essi attiguo. Con So Long… si chiude anche la saga Epitaph della band, che da lì in poi si affiderà esclusivamente alla Fat Wreck, con l’etichetta di Gurewitz che curerà in certi casi solo la distribuzione sul mercato statunitense.

Tuttavia, in quel periodo, sembra che proprio quello spirito della “punk rock élite” si stia iniziando a mettere un po’ troppo in discussione. I NOFX sono ormai diventati un totem intoccabile, ma con l’avanzata di un circuito commerciale pronto a fagocitare il punk in chiave pop anche da un punto di vista culturale (laddove proprio quella “punk rock élite” riusciva ancora ad opporre resistenza) e con alle spalle un disco più recente brillante ma forse troppo “facile”, Fat Mike e i suoi si trovano a dover dare un messaggio identitario forte, per evitare di finire inghiottiti (anche nolenti) in un calderone della cui mentalità, nonostante tutto, continueranno a non condividere nulla.
Per fare questo, la via maestra è quella di riportare il punk a una dimensione sociale e politica; non è però plausibile pensare di rifugiarsi negli ululati anarchici e nichilistici dei padri fondatori del punk e dell’hardcore della generazione precedente. Sarebbe nettamente fuori tempo massimo e per niente credibile. Ormai non c’è più alcuna rivoluzione da condurre, alcun sistema da ribaltare; è solo il momento adatto per una presa di coscienza.

I NOFX riescono in tale ambizioso intento con un Ep del 1999, The Decline, un atto di gloria punk-rock di diciotto minuti, irripetibile nella storia dell’intero genere. L’arringa di Fat Mike rifugge la retorica spicciola del “fuck authority”, non si spreca nello sforzo di identificare buoni o cattivi, non si dichiara pro o contro obiettivi prestabiliti, non canta riscossa, non cerca redenzione. Ciò che ne esce fuori è un ritratto di disagio sociale potente ma anche rassegnato, popolato dal senso della frustrazione e da personaggi emarginati. La sua poetica politicizzata si colloca a metà tra quella erudita di Greg Graffin e quella ragionatamente eversiva di Jello Biafra; da entrambi differisce però in quanto più allusiva e agiografica, concentrata su ciò che a Fat Mike riesce meglio; raccontare storie. La narrazione snocciolata nei quasi venti minuti di The Decline ne fa un cantico della decadenza ipocrita, alienata e disillusa della società americana, affogata in un moralismo armato. Anche musicalmente, il lavoro svolto per The Decline è mirabile; le atmosfere si diradano e si comprimono e sono in quest’alternanza egregiamente soppesate, i cambi di scenario perfettamente calibrati, il tutto fa il pari con la teatralità del racconto, tra accelerazioni scavezzacollo, attimi di riflessione e parentesi claustrofobiche.
Il plauso è unanime e i NOFX si rivelano in stato di grazia, rivendicando la propria posizione di distanza dalla metamorfosi sempre più rapida del punk verso il mainstream.

Pochi mesi più tardi, nel giugno del 2000, l’uscita di Pump Up The Valuum rafforza le istanze di tale rivendicazione. I NOFX abbandonano qualsiasi velleità ska, reggae, et similia, e producono un album di puro skate punk/melodic hardcore, dritto, di gran tiro e senza fronzoli, quasi a sottolineare per l’ennesima volta la propria natura e le proprie origini. Nonostante il clamore ancora vivo di The Decline, Pump Up The Valuum non ha alcun connotato di album politico e i NOFX non rinunciano comunque al proprio lato satirico e grottesco, in particolare in “My Vagina”, nel pop-punk stellare di “Thanks God It’s Monday” o nella conclusiva “Theme From A NOFX Album”, che da sola vale tutto il prezzo del biglietto; per metà polka ubriacona e per metà vertiginoso boogie-punk, dove i quattro fanno il punto sarcastico e autoironico dell’essere punk-rocker ormai un po’ agée (perché a trent’anni nel punk-rock lo si è già).
Forse proprio questa consapevolezza, sdoganata tra le risate, fa in realtà trasparire anche una certa dose di smarrimento; la scena ha ancora qualcosa da dire, da raccontare? Probabilmente no. E Pump Up The Valuum è il disco che incarna esattamente questo. Un ottimo album di hardcore melodico, ben scritto e ben suonato, ma che - salvo qualche passaggio - stenta a offrire spunti effettivamente interessanti; per il semplice fatto di riferirsi a un genere ormai incapace di proporre alcunché di attrattivo. L’esperienza artistica cede il passo a un manierismo ormai consolidato, ma piuttosto insipido.

Nonostante tutto, i NOFX sono all’apice della fama. Ci rimarranno per tutto il primo lustro degli anni 2000, insieme a tutta l’ondata “revival punk”, che in parte aveva ormai pienamente abbracciato la cultura pop nel suo più ampio significato con l’esplosione dei Blink e dei Sum 41 (e di miriadi di epigoni ben più imbarazzanti); cosa di cui aveva però di riflesso beneficiato anche l’ala leggermente più ortodossa di scuola Epitaph e Fat Wreck - con i NOFX a fare da capofila - tra comparsate sulle OST di Tony Hawk Pro Skater e ospitate più o meno fisse nei grandi palinsesti festivaleschi americani e europei (e persino orientali).
Allo stesso tempo, a cavallo tra i due millenni si era aperto un periodo politicamente turbolento; i collettivi nati sulla scia popolo di Seattle ergevano barricate contro il capitalismo e la globalizzazione, la tragedia dell’11 Settembre apriva una ferita profonda nell’Occidente, ricominciavano i conflitti in Medio Oriente. Negli ambienti pop e rock era partita una rincorsa (a volte sincera, in altri casi ruffiana) alla politicizzazione, tra l’appoggio ai movimenti no global, la dialettica anti-militarizzazione e “no war” e una rinnovata vocazione che mostrava (o spesso semplicemente millantava) attenzione ai temi civili e sociali, con George W. Bush jr (da poco alla Presidenza degli Stati Uniti) a fungere da bersaglio prediletto. Anche l’area punk-rock, per quanto da un lato nel pieno della sua nuova veste disimpegnata come mai prima, non poteva rimanere indifferente; gli stessi Green Day troveranno nuova linfa e rilanceranno la propria carriera nel 2004 con un album “politico”, “American Idiot”.

Fat Mike non rimane a guardare, ma sviluppa un’ossessione morbosa contro Bush che sfocia in un qualunquismo scialbo. Vara il pur lodevole progetto Punk Voter, mirato ad avvicinare i giovani alla politica e a contrastare un astensionismo elettorale molto marcato negli Stati Uniti e che storicamente aveva sempre favorito i conservatori repubblicani. Lo fa soprattutto con una serie di compilation della Fat Wreck, “Rock Against Bush”, che riuniscono il gotha del punk dell’epoca (tra gli altri, Offspring, Green Day, Pennywise, Alkaline Trio, Rise Against, Anti Flag, Sum 41, Against Me!, No Use For A Name e ovviamente gli stessi NOFX) nel tentativo di mobilizzare una campagna anti-Bush in vista delle successive elezioni del 2004.

Più o meno contestualmente, nel 2003, i NOFX pubblicano The War On Errorism. Al di là del contesto in cui l’album viene calato e della copertina (che ritrae un’illustrazione di un Bush-clown sullo sfondo della bandiera americana) che fa piombare le buone intenzioni in un esercizio piuttosto infantile, il disco conta in realtà pochi episodi marcatamente “politici”; in questi, tuttavia, la capacità di analisi, invettiva e critica sociale di cui Fat Mike aveva sempre saputo dare saggio in passato (trovando il culmine in The Decline) naufraga in una scrittura tracotante populismo che segna i brani di “protesta” del disco (“Re-gaining Unconsciousness”, “The Idiots Are Taking Over”, “American Errorist” e il singolo power pop “Franco Unamerican”, che non trova indulgenza nel citare Chomsky e Zinn).
Le narrazioni di personaggi borderline che avevano sempre rappresentato il perno della poetica più impegnata di Fat Mike (incluso The Decline) vengono soppiantate da tentativi di propaganda banale e semplicistica. Del resto, il punk in sé come strumento di propaganda non risulta né efficace, né particolarmente affascinante.
Come detto però, The War On Errorism non è un album prettamente politico. Musicalmente segna un ritorno agli schemi di So Long…, riesumandone la varietà stilistica (inclusa la vena ska) ma non riuscendo a replicarne i refrain irresistibili e anthemici.
In particolare, emerge un elemento nuovo per i NOFX: la nostalgia. Segno ineluttabile di un passato che ha ormai definitivamente compiuto il suo percorso e fa sentire il suo peso. Ci sono i tributi ai compagni di viaggio in forma di “progetti per la vecchiaia” (“Mattersville”) e alle fonti di ispirazione della generazione hardcore precedente (la già citata “13 Stitches” e “Two Jealous Again”). C’è soprattutto l’amara constatazione di “The Separation Of Church And Skate”, che apre l’album con il monito della chiusura del cerchio (“When did punk rock become so safe?/ When did the scene become a joke?/ The kids who used to live for beer and speed now want their fries and coke”). È un canto di resa, forse trattenuto già troppo a lungo e con in pancia una mezza ammissione di concorso di colpa; nonostante gli strenui tentativi di preservare un’attitudine almeno conscia delle proprie radici, i NOFX prendono atto che la festa punk sia ormai terminata. Con The War On Errorism cercano di godersi gli ultimi scampoli, quantomeno in termini di popolarità. Per quanto l’album risulti generalmente poco entusiasmante, rappresenta in un certo senso il canto del cigno dei NOFX.

In linea con le previsioni, la scena punk (o quel che ne rimaneva) andrà sfaldandosi nel giro di pochi anni. I NOFX rimarranno in sella, ma ormai consapevoli di poter solo ambire a rivestire il ruolo di padrini e non più di alfieri di un movimento senza più carica, se non rispetto ai moti nostalgici di chi ne ha fatto parte tra il 1994 e il 2004.
La produzione tra il 2006 e il 2021 (Wolves In Wolves Clothing, Coaster, Self Entitled, First Ditch Effort e Single Album) non aggiunge davvero nulla al discorso; il tutto è ormai mera copia di sé stessO e si riduce a solleticare ricordi adolescenziali e giovanili di chi si ritrova cresciuto, imborghesito e con prole.
Da tale punto di vista, sono apprezzabili alcune ultime iniziative di celebrazione della memoria. Tra queste, l’esecuzione di The Decline in chiave orchestrale, lo split di cover incrociate con il cantautore inglese (ex-voce dei Million Dead, nonché grande ammiratore e amico della band) Frank Turner (“West Coast vs Wessex”, che segue lo schema già adottato con i Rancid nello split promosso dall’etichetta B.Y.O. nel 2001) e il simpatico scherzo di “Linewleum”, una rivisitazione del loro brano più celebre (contenuta in Single Album del 2021) in collaborazione con gli amici Avenged Sevenfold, nel cui video i NOFX fanno un collage di centinaia di esibizioni di “Linoleum” (anche quelle molto amatoriali) caricate su YouTube, elargendo un commosso e commovente regalo ai propri fan.

L’importanza storica dei NOFX non può in ogni caso essere contestata. In primis, perché Fat Mike e i suoi hanno contribuito - più di qualsiasi altra band ad essi contemporanea - a delineare l’estetica (musicale e non) dello skate punk, nucleo preponderante di tutto il filone revival degli anni 90, esercitando un’influenza decisiva per l’evoluzione del genere che si è ripercossa finanche all’approdo nei lidi più commerciali e succubi dell’immaginario dello star system pop e rock, che sebbene abbia portato alla materializzazione della massima eresia del punk, ha rappresentato in ogni caso un fenomeno culturale e di mercato per niente trascurabile. E proprio mentre ciò accadeva nei primi anni Zero, l’incontro con i NOFX ha assunto un ruolo di fondamentale tappa di passaggio nella formazione dei giovani (aspiranti) punk-rocker; punto di ingresso in una scena che (per quanto già azzoppata) manteneva comunque un certo orgoglio di controcultura e una sana pretesa di indipendenza e radicalità, stazione di transito necessaria per arrivare a comprendere il punk dei mostri sacri di due decenni prima. L’errore più comune, che porta spesso a sminuire il valore dell’operato dei NOFX, è quello di metterlo in rapporto a ciò che l’hardcore è stato negli anni 80 e non di ciò che il punk-rock è diventato (nel bene e nel male) negli anni 90 e 2000. Ignorare questo significa non riconoscere una fetta consistente dell’epopea punk, che - criticabile o meno - è comunque esistita e ha rivestito una rilevanza notevole, se non altro in chiave iniziatica per chi negli anni 80 era appena nato.
Al netto dei giudizi di merito, i NOFX sono riusciti a far sopravvivere il loro concetto di “punk rock élite”, forse da un lato tenendolo anche più del dovuto attaccato in rianimazione, ma con la capacità (e il pregio) di permettere a tutti i millennials di accedervi.

NOFX

Punk rock Úlite

di Giovanni Epistolato

Paladini dello skate punk californiano, goliardici e politicamente scorretti, i NOFX sono riusciti a coniugare meglio di qualsiasi altra band la velocità hardcore con un gusto melodico di pronta accessibilità, imponendosi come massima istituzione della scena dei loro tempi e dettando, nel bene e nel male, le regole del filone revival punk che ha imperversato dagli anni 90 in avanti. ..
NOFX
Discografia
 Liberal Animation (Wassail, 1988)

4

 

S&M Airlines (Epitaph, 1989)  

5

 

Ribbed (Epitaph, 1991)   

5,5

 

The Longest Line (Ep, Fat Wreck Chords, 1992)    

6

White Trash, Two Heebs And A Bean (Epitaph, 1992)

7

Punk In Drublic (Epitaph, 1994)
 8
 Heavy Petting Zoo (Epitaph, 1996)

5,5

 So Long And Thanks For All The Shoes (Epitaph, 1997)

 6,5

The Decline (Ep, Fat Wreck Chords, 1999)

 8

 Pump Up The Valuum (Fat Wreck Chords, 2000)  

6

 The War On Errorism (Fat Wreck Chords, 2003)
 5,5
 Wolves In Wolves Clothing (Fat Wreck Chords, 2006)  

5

 Coaster (Fat Wreck Chords, 2009)

5

 Self Entitled (Fat Wreck Chords, 2012)

4,5

 First Ditch Effort (Fat Wreck Chords, 2016)
 4,5
 Single Album (Fat Wreck Chords, 2021)

5

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