Melvins

Melvins

Musica dalla palude

di Antonio Silvestri

La disorientante storia di una delle formazioni fondamentali del rock degli anni 80 e 90 è anche un'epopea fra le più influenti sulla musica "alternativa"

Forse non hanno mai pubblicato un'opera che racchiuda tutta la loro tentacolare, multiforme, imprevedibile forza creativa, ma gli statunitensi Melvins, provenienti dalla piccola Montesano (Washington), sono stati tra le formazioni fondamentali del rock "duro" a cavallo fra anni Ottanta e Novanta, in particolare per lo sviluppo del grunge e dello sludge-metal. I loro rallentamenti estenuanti, le loro sfuriate aggressive e schiacciasassi, la loro vena sperimentale sono stati il punto di partenza di decine di band di fine millennio, che da loro hanno preso ispirazione in modo più o meno esplicito, tanto che stilare un elenco esaustivo di band influenzate dai Melvins è un’impresa da esperti musicologi. Per citare qualche nome: i Nirvana, con Kurt Cobain amico e fan; l’eccentrico e parimenti imprevedibile Mike Patton dei Faith No More; i rumorosi ed eclettici Boris, che prendono il nome proprio da una loro canzone; i sacerdoti del drone Sunn O))); i sovrani dello sludge Neurosis. Un elenco sicuramente parziale, ma che basta a dimostrare l’influenza trasversale della formazione, con propaggini nel mainstream, attraverso il grunge di Seattle, oltre che nella sperimentazione metal in senso ampio.

Il loro limite più grande è stato quello crogiolarsi nel loro stesso immaginario eclettico, sfuggendo sì agli schemi e alle previsioni, ma anche dimostrandosi autoindulgenti, prolissi e tronfi, tanto da rendere l’esplorazione della lunga, frastagliata, disomogenea discografia un’impresa capace di scoraggiare anche gli ascoltatori più voraci. Vantano un
corpus imponente di pubblicazioni, nel quale può essere utile delineare una narrazione che aiuti a elaborare il prezioso lascito della band, oltre a permettere il pieno godimento della loro musica assordante e sperimentale, spesso stravagante e non di rado inaspettata, irriconoscibile, spiazzante. Una mera riproposizione integrale dei dati di pubblico dominio sulla lunga carriera è la via più breve verso una lenzuolata di nomi, numeri, specifiche su edizioni alternative e limitate: onestamente, una noia colossale. Meglio, quindi, chiedere al lettore il permesso di procedere a velocità variabile, proprio come i primi Melvins, alternando accelerazioni e rallentamenti, raccontando in dettaglio di alcuni lavori pivotali, descrivendo per sommi capi gli episodi minori. Ulteriore concessione: selezionare, fra le tante uscite limitate, i live, i singoli, le compilation e tutta la congerie di pubblicazioni che non siano album di studio, cosa sia necessario trattare.

1983 - 1986: le origini, fra grunge e hardcore-punk

La prima formazione nasce nel 1983 e comprende Roger “Buzz” Osborne, detto anche “King Buzzo”, alla chitarra e alla voce, Matt Lukin al basso e Mike Dillard alla batteria. Prendono il nome da un commesso, tale Melvin, disprezzato dai colleghi: è emblematico del loro modo provocatorio ed eccentrico di intendere l’arte. Si conoscono a scuola e suonano cover di Cream e Jimi Hendrix, oltre a pezzi hardcore-punk. Dillard abbandona la band, sostituito da Dale Crover, e inizia il processo inesorabile, e caratterizzante, che vede il sound farsi progressivamente più lento e pesante. Abbiamo un documento che fotografa questo primo periodo, la compilation “Deep Six” della C/Z Records (1986), che mette insieme sei band di Seattle e rappresenta ancora oggi un tassello interessante per ricostruire il puzzle del grunge. Oltre ai Melvins, compaiono in scaletta Green River, Soundgarden, Malfunkshun, Skin Yard e U-Men. Non è proprio la primissima pubblicazione grunge, perché “Come On Down” dei Green River risale all’ottobre del 1985, ma è la prima compilation del genere, e testimonia il fermento della scena locale. I nostri propongono quattro brani: “Scared” è ancora un prodotto ottantiano, mentre “Blessing The Operation” s’ispira al convulso hardcore-punk dei Black Flag, così come “She Waits”; “Grinding Process” non sfigura in una ricostruzione delle origini grunge, con il quale può confondersi.

Esiste un secondo documento che fotografa il primo periodo, e si tratta di
Melvins (1986), meglio conosciuto come Six Songs. Contiene “Easy As It Was”, la versione mostruosa e assordante dei Kiss, oltre a un hardcore-punk miniaturizzato e cervellotico come “Now A Limo” o quello più scalmanato di “Snake Appeal”. La stentorea avventura hard-rock degna dei Black Sabbath in grave crisi d’astinenza di “At A Crawl” diventa il loro primo accenno al paradigma lento e pesante che dominerà parte della discografia. Nel tempo questo primo documento è stato esteso, fino a diventare 26 Songs (2003), un totale di 71 minuti di materiale sicuramente preziosi per chi voglia recuperare rarità del primo periodo.

1987 - 1992: dall’esordio al contratto con una major

L'esordio vero e proprio, Gluey Porch Treatment (1987), già dal titolo un'opera bizzarra, istituzionalizzò il loro rock al rallentatore, vicino alla stasi: pesante, magmatico, pachidermico, tensivo. È una musica che suggerisce angoscia e dolore, dolore e rabbia, che esprime una violenza fotografata, cristallizzata, resa lancinante nell'alternarsi tra pause ed accelerazioni improvvise. I Melvins incatenano, ed è un evento spettacolare e inedito, la furia dell'hardcore-punk, di cui rimane soprattutto il formato miniaturizzato, in un rock poderoso e nero, marcio e spiazzante. Il lavoro più interessante è forse quello della batteria, asimmetrica e destabilizzante, mentre la chitarra gracchia riff rumorosi e la voce urla liriche quasi incomprensibili. Niente sembra essere al suo posto, ed è come se i Black Flag di "My War" fossero andati a sfracellarsi contro i Black Sabbath, lasciando sulla strada i rottami dei rispettivi sound.
Poche altre le ispirazioni possibili per un approccio tanto atipico alla materia harcore-punk:
Flipper e Butthole Surfers, in seguito tributati dalla band, sono fra i pochi gruppi che rileggono lo stile in maniera tanto personale. La splendida "Eye Flys", di sei minuti abbondanti, è un lamento di chitarre che rimarrà uno dei loro capolavori, solenne apertura dell’opera e grande esperimento di tensione. Seguono altri sedici brani, tutti più brevi, che dondolano tra atroci smorfie hard-rock e furiose accelerazioni, in un ottovolante per i timpani che ha pochi paragoni.
Le varie, e brevissime, "Exact Paperbacks" (43 secondi), "Glow God" (51 secondi), "Big As Mountain" (57 secondi) e "Flex With You" (54 secondi) rappresentano forse la presenza più strana della scaletta: micro-composizioni che propongono gesti di sporco, assordante, deflagrato rock’n’roll. I brani appena più lunghi, come “Heaviness Of The Load” o “Over From Under The Excrement”, sono il vangelo di tante formazioni stoner-rock, doom-metal e sludge-metal. Immersi nella palude del rock, l'hardcore-punk e il proto-doom ne escono sconvolti. E dire che è solo l'inizio.

Dopo che Crover ha suonato con i primi Nirvana, permettendo inoltre a Kurt Cobain e Krist Novoselic di conoscere Dave Grohl per tramite di Osborne, la band si divide: Lukin rimane a Seattle e fonda i più marci e hardcore fra i gruppi grunge, i Mudhoney; Osborne e Crover si trasferiscono a San Francisco, California. Lori “Lorax” Black subentra al basso, in tempo per partecipare al secondo album di studio.
Ozma (1989) replica ed estremizza, già con l'iniziale e mastodontica “Vile”, un hard-rock lento e deforme. Il lavoro sulla ricerca del suono più potente e pesante prosegue gloriosamente, come dimostra “Oven”, ma non è l’unica direzione creativa. Si fa strada anche una ricerca sempre maggiore di soluzioni compositive labirintiche, veri campionari hard-rock di gesti e soluzioni, come “Let God Be Your Gardener” o “Love Thing”. Se la batteria ruba spesso la scena, e se la voce sembra spesso una versione grottesca delle pose hard & heavy, la chitarra singhiozzante di “Koollegged” supera in gotico persino i Candlemass.
L’album aggiunge anche numerosi nuovi elementi al loro canzoniere breve e possente, quali le varie “Green Honey”, “Agonizer” e “Raise A Paw”, ma a rubare la scena è la lunga “Revulsion/We Reach”, che sembra sul punto di dover collassare sotto la propria mole colossale. La musica dei Melvins è ormai ostica, a tratti quasi punitiva, ma regala a chi le dedica un ascolto attento e paziente un intenso, inedito e monumentale esercizio sul lato più malsano e mostruoso del punk e del metal. Il viaggio dell’ascoltatore è difficile e tortuoso, e i loro brani sono una continua sospensione a mezz'aria fra esplosione e implosione, uno stato intermedio dilaniante che crea un sound cadenzato e cupo, sinistro e violento, ruvido e ossessivo. In poche parole,
Ozma è puro terrore sonoro.

Bullhead (1991) mette semplicemente a frutto le esperienze dei primi due album, riducendo la frammentazione della scaletta. Se prima i Melvins proponevano numerosi brani brevi, accoppiati a pochi episodi più estesi, questa volta totalizzano solo otto pezzi. Le spiazzanti intuizioni degli esordi sono diventate un preciso, chirurgico metodo operativo, che la formazione inizia a spingere verso le sue estreme conseguenze. La spaventosa “Boris”, da cui prende il nome l’omonima band giapponese, è un colosso di otto minuti e mezzo che si muove a passo d’elefante ed è conclusa da un blues dell’orrore recitato da un Osborne invasato.
Emotivamente, è un album esasperato e ossessivo, come dimostrano “Anaconda” e “Ligature”, ma questo non toglie che ci sia spazio per altri esercizi sull’hard-rock, come “It's Shoved”, o sul punk-metal, come “Zodiac”. Almeno in “If I Had An Exorcism” e “Your Blessened”, che si sublimano in un climax
thriller guidato dal feedback la prima e in una danza tribale assordante la seconda, la band sembra pronta a far crollare l’impalcatura dei brani, diventando più una formazione sperimentale che un trio di rocker in fissa con gli amplificatori. Forse Bullhead è l’apice dell’intera discografia, l’album che meglio fotografa le varie anime della formazione, nel momento in cui ancora era implacabile la loro forza creativa.

Eggnog (1991) è un Ep che si fa ricordare soprattutto per i mastodontici 13 minuti di “Charmicarmicat”, un'altra delle loro perle più preziose e l’ideale estremizzazione di “Boris”: il drone-metal prenderà a piene mani da questo brano che rimane ancorato alle frequenze bassissime, procedendo a passo di lumaca fra urla e contorsioni di chitarra distorta.
Nello stesso anno pubblicano anche
Your Choice Live Series Vol.12 (1991), registrato dal vivo. Pochi mesi dopo arriva anche il documento live Salad Of A Thousand Delights (1992), in formato video, dal 2003 riedito come Dvd, dove compare il nuovo bassista Joe Preston al posto di Lorax.
Non contenti, i tre pubblicano altrettanti Ep, imitando quanto fatto dai Kiss nel 1978.
King Buzzo, Dale Crover  e Joe Preston sono tutti del 1992. Nel primo suona Dave Grohl e nel quarto e ultimo brano Osborne neanche compare; il terzo si chiude con uno dei primi casi di drone-metal senza compromessi, “Hands First Flower” (23 minuti), che poco deve invidiare al suono dei primi Earth o ai più estremi Sunn O))).

Il successivo album omonimo del 1992, conosciuto come
Lysol o “Lice-All”, porta alle estreme conseguenze la loro musica grezza e violenta. Gli undici minuti scarsi di “Hung Bunny”, i sette strazianti minuti di lentezza di “Roman Bird Dog” e la stasi della rallentata cover dei Flipper “Sacrifice” valgono tutta l'opera e sono una sorta di punto di non ritorno in quanto, dilatati e pachidermici, i loro riff sembrano essere arrivati al culmine della loro maestosa imponenza.
Facile che l’opera di una band come gli Electric Wizard possa sembrare meno originale, dopo aver ascoltato quest’album. Finito di lavorare col martello e lo scalpello, ormai la band si concentra sui dettagli. La seconda parte dell'album, ad ogni modo, presenta alcune cover di
Alice Cooper e un breve brano originale che poco aggiungono all'ascolto.

Nel 1992 nel mondo del rock
mainstream arriva la rivoluzione del grunge, attraverso il successo mondiale di "Nevermind" dei Nirvana.  Durante le numerose interviste, la band cita ripetutamente i Melvins come ispirazione e tanto basta a trasformare una formazione underground, ostica e imprevedibile, in un nome chiacchierato, a un passo dal vasto pubblico di ascoltatori casual. Neanche a dirlo, la Atlantic, del gruppo Warner Music, decide di metterli sotto contratto, garantendo comunque la piena libertà creativa.

1993 - 1996:  outsider nel mainstream

Houdini
(1993), primo loro album su major, recupera la musicalità, senza perdere ferocia e violenza ("Hooch"). La direzione del drone-metal è stata sostanzialmente esclusa, forse perché appariva come un vicolo cieco. Il passo militare di "Night Goat", la tranquillità inaspettata di "Lizzy", la furia thrash-stoner di "Honey Bucket", i sette minuti della lenta e trucida "Hag Me', che non sfigurerebbero in Bullhead o Ozma, nobilitano un'opera che non manca di episodi meno creativi del solito, come la coppia "Set Me Straight" o "Sky Pup" o la conclusiva e prolissa “Spread Eagle Beagle”.
È, soprattutto, un ritorno verso un, pur marcio, paradigma rock, un timido riallineamento; producono anche dei video musicali, da affiancare ai singoli. Più facile che mai notare la vicinanza alla scena grunge, non solo perché Kurt Cobain è citato come co-produttore e suona (poco) in due brani, ma perché certifica i Melvins come affini al suono alternativo e indipendente da cui emerge il
Seattle sound. Lorax è citato come bassista, ma di fatto non sembra aver davvero partecipato alla session. L’album vende 110 mila copie, e persino Gene Simmons dei Kiss li raggiunge sul palco per rifare la sua “Goin Blind”. Nel giro di tre anni, la band suonerà persino al celebre festival musicale itinerante “Lollapalooza”. A modo loro, sono famosi.

La transizione dall’underground alla strana terra di mezzo dell’
alternative è tutt’altro che indolore per la formazione americana. Kurt Cobain viene allontanato già durante le registrazioni di Houdini e la formazione appare instabile. Mark D è il nuovo bassista, buono per permettere alla band di seguire i folli Primus in tour.
La reazione discografica a quanto accaduto nell’ultimo biennio prende forma in due album contraddittori. Ad aprile arriva
Prick (1994; doveva chiamarsi “Kurt Kobain”), accreditato con nome specchiato, tanto che qualcuno lo considera degli inesistenti “Snivlem”, è un dispettoso album che, travestito da sperimentazione rock, suona come un gigantesco vaffanculo ai propri ascoltatori. Quarantatré minuti di field-recordings, loop ed elettronica, e persino un minuto di semplice silenzio: un gioco stramboide che è sintomatico di come la formazione abbia reagito scompostamente al (modesto) successo, rinchiudendosi in una weirdness senza capo né coda.

A bilanciare la provocazione di
Prick, arriva uno Stoner Witch (1994) che è, seppure nella relatività del loro universo, un album di normalizzazione. L'hard-rock di “Queen” è sostanzialmente mansueto, il thrash'n'roll entusiasmante di “Sweet Willy Rollbar” suona spassoso senza essere cervellotico e la ballata di “Roadbull” non è tanto imprevedibile quanto ci si potrebbe aspettare da loro, tanto che l'esplosione è meno spaventosa e scioccante del previsto.
D'altro canto, vicino a questi brani di buona fattura ma non così personali si affiancano episodi come l’anemica e soffusa “Goose Freight Train”, la cacofonica “Magic Pig Detective”, la lunga e fragorosa psichedelia di “At The Stake”, il trip cosmico di “Shevil” (che richiama “Planet Caravan” dei Black Sabbath) e la conclusiva Lividity, 9 minuti fra
feedback e silenzio, chiusi da un muro assordante: non tutti momenti ispiratissimi, ma testimonianza di una continua tensione a ripensare il proprio sound, mantenendo aperte numerose strade. Nonostante gli anni d’esperienza accumulati, i Melvins continuano ad avere un’attitudine caotica ed eclettica, riassumibile in qualche modo nello slogan “perché no?”: ogni stravaganza è possibile.

Nella discografia “minore” questa tendenza
naif a registrare qualsiasi cosa si concretizza in documenti come Tora Tora Tora (1995), un Ep che raccoglie i litigi della formazione con il pubblico. Il rapporto con le persone accorse ad ascoltarli, o magari ad ascoltare band più seguite e celebrate di loro, è quantomeno conflittuale e i Melvins reagiscono mettendo in atto comportamenti irritanti, frustranti o demenziali.

Stag (1996) sfrutta la stessa logica di Stoner Witch, alternando il loro peculiare grunge-sludge-metal con altre trovate eccentriche. “The Bit” è un altro mattone angosciante degno dei tempi migliori, a dimostrare che sono tutt’altro che ammorbiditi dall’inaspettato e temporaneo successo. “The Bloat” butta altra benzina sul fuoco con uno stentoreo heavy-metal pieno di tensione e “Googles” aggiunge tonnellate di rumore e distorsioni, in una deformazione dai tratti quasi industriali dei loro classici lenti e pesanti.
Tocca però prendere con filosofia un interludio come “Hide”, che gioca con echi e riverberi della chitarra, o la bomba di rumore bianco di “Yacob’s Lab”, e magari farsi una sana risata sull’heavy-metal martoriato dagli ottoni e da effetti elettronici di “Bar-X The Rocking M”. Se “Lacrimosa” è un incubo sonoro da avanguardia, che scuote i timpani con esplosioni che emergono fra mille miasmi e lamenti, c’è persino un fronte parodistico dei modelli pop-rock (“Skin Horse”), hard-rock (“Berthas”), blues (“Cottonmouth”) e country (“Black Block”).
Stag, invece di prendere una chiara direzione, continua a percorrere contemporaneamente varie traiettorie, tanto da apparire incoerente. Di fatto, questa mancanza di un disegno, di un vero e proprio progetto, sta diventando per i Melvins un, paradossale, limite: la loro musica senza regole, che unisce idiota e brutale, sperimentale e viscerale, si fa sempre più confusionaria e progressivamente meno interessante per chi non abbia la dedizione di seguirli costantemente.

L’opera di auto-sabotaggio, comunque, può dirsi pienamente riuscita nel 1997, quando la Atlantic li abbandona dopo soli tre album.
Prick è stato pubblicato, infatti, dalla più piccola e sperimentale etichetta Amphetamine Reptile, che li prende con sé per l’album successivo.

1997 - 1998: l’autocelebrazione underground

Su Honky (1997) non mancano, neanche questa volta, di diluire il loro genio in mille rivoli creativi, arrivando anche a chiudere la scaletta con 25 minuti di silenzio totale: non hanno imparato la lezione, anzi ora che hanno distrutto ogni occasione di successo non sembrano esserci motivi per rinunciare alla propria stravaganza incorreggibile, anche a costo di dilungarsi in momenti demenziali come “"Laughing With Lucifer At Satan's Sideshow" o “Grin”.
La suggestiva "They All Must Be Slaughtered" estrae dalle vecchie, lente, torturate e assordanti composizioni solo l’atmosfera, distillata in uno spettrale paesaggio di fantasmi a cui contribuisce la voce di Katherine Bjelland delle
Babes In Toyland. “Lovely Butterfly” prende in prestito il blues-rock deflagrato di Captain Beefheart per farlo incontrare con il rumorismo estremo. “Air Breather Deep In The Arms Of Morpheus” impiega 12 minuti, fin troppi, per giocare con dark-ambient ed elettronica, da accoppiare a qualche nuovo magmatico riff di chitarra, preso dalla stessa palude da cui hanno pescato molti dei loro classici.
“How--++--” è semplicemente un
climax ascendente per batteria heavy-metal e "Harry Lauder's Walking Stick Tree" un rantolo cantato da un fantasma, mentre la conclusiva "In The Freaktose The Bugs Are Dying" ravviva il loro rock’n’roll corazzato con noise-rock e sintetizzatore: è un po’ poco, per una formazione che dovrebbe ripagare la pazienza dell’ascoltatore con una debordante creatività, ma conferma comunque i Melvins come una bestia strana del rock.

Ad agosto del 1997 pubblicano anche la compilation
Singles 1-12, che raccoglie le pubblicazioni a cadenza mensile del 1996, per un totale di 93 minuti. Sono i Melvins nel loro periodo più autocompiaciuto, liberi di attardarsi anche negli esperimenti più sconclusionati, ripescare brani da loro stessi ritenuti brutti, pubblicare vecchi live, esercitarsi in cover come una band di adolescenti o semplicemente prendere in giro gli ascoltatori definendo la tediante registrazione con urla femminili di "Theresa Screams" il loro brano dei Melvins preferito. Solo per fan, o per chi è in cerca di stravaganze.
Non c’è limite al loro narcisismo: inseriscono persino una cover della loro “Zodiac” fatta dai
Brutal Truth. Non contenti, pubblicano nel 1998 anche Alive At The Fucker Club, testimonianza di un concerto australiano dell’anno precedente.

Anche con queste pubblicazioni, o forse proprio per la stravaganza del catalogo e l’espansione vertiginosa del repertorio, sono diventati una band di culto di una generazione più giovane, quella dei
Tool, per i quali aprono i concerti a fine millennio. Partecipano anche al festival itinerante ”Ozzfest”, sullo stesso palco dei System Of A Down e dei Motorhead, poco distanti dal “main stage” animato, fra gli altri, dai suddetti Tool insieme a Limp Bizkit, Soulfly, Deftones, Megadeth e lo stesso organizzatore Ozzy Osbourne.

1999 - 2003: l’approdo in Ipecac, la “trilogia” e il paradosso della creatività

Sarà Mike Patton, con la sua Ipecac, a pubblicare nuovamente il vecchio catalogo della formazione, garantendole la possibilità di continuare a fare musica senza alcun filtro. Neanche a dirlo, nel 1999 pubblicano “The Trilogy”, ovvero The Maggot, The Bootlicker e The Crybaby. I tre lavori, con Kevin Rutmanis (ex-Cows) al basso, richiedono tanta dedizione o, a seconda della sensibilità, pazienza. Il primo capitolo è una versione aristocratica, verrebbe da dire quasi altezzosa, dello sludge-metal, declinato secondo una sensibilità sperimentale che la band mostra con grande piacere nelle ultime pubblicazioni. Regala soprattutto i dieci minuti di “See How Pretty, See How Smart”, assordante, psichedelica e imprevedibile.
The Bootlicker
è il capitolo più ispirato, un'opera visionaria, astratta e allucinata. “Let It All Be” e “Prig” sono due brani, rispettivamente 10 e 9 minuti, che assieme a “Jew Boy Flower Head” costituiscono l'ossatura dell'opera. Tre composizioni assai differenti, con “Prig” affogata persino in cascate di rumore cosmico, ma che ben restituiscono il carattere di un album che richiama alla psichedelia inglese e americana, rinuncia ai classici fendenti assordanti di chitarra e riesce, per una volta, a non divagare in direzioni incoerenti. Se ce ne fosse bisogno, dimostra che, al netto della loro leggendaria autoindulgenza, sono davvero una band dalle infinite possibilità. The Crybaby raccoglie rifacimenti di brani altrui e collaborazioni, buone per i completisti.

Nel 2001 pubblicano altri due “album”:
Electroretard, con rimaneggiamenti di vecchi brani, stramberie e anche una devastante cover di “Interstellar Overdrive”; il loro definitivo manifesto "snob" ed "elitario", il live Colossus Of Destiny che contiene un’ora di rumori di varia natura. Si uniscono ai Fantômas di Mike Patton per il live album Millennium Monsterwork 2000 (pubblicato nel 2002), poi con Hostile Ambient Takeover ritornano dalle parti della miscela esplosiva di stili di inizio anni Novanta, riletta alla luce delle infinite deviazioni intraprese nel decennio successivo. Ne scaturiscono, fra le altre cose, l’imponente doom con coda elettronico-psichedelica di “The Fool, The Meddling Idiot” e l’allucinato sludge-punk-blues di “Foaming”, ma inevitabilmente i Nostri si attardano in “The Anti-Vermin Seed” (16 minuti!) e ovviamente si esercitano in un eclettismo sbandierato e, ormai, risaputo.
La Atlantic pubblica nel 2003
Melvinmania: Best Of The Atlantic Years 1993–1996, compilation che cerca di trarre il meglio da un periodo non così fortunato per la band. D’altronde manca poco al ventennale della fondazione, celebrato nel 2004 con il libro di 228 pagine (con foto, illustrazioni, scritti di Osborne) “Neither Here Nor There”, accompagnato da una compilation con brani selezionati dalla formazione.

Il paradosso della creatività dei Melvins sta nell’aver dedicato buona parte della carriera a dare spazio a qualsiasi idea compositiva, anche la più
naif e autoreferenziale, diluendo il loro genio in un’infinità di pubblicazioni, scalette prolisse, composizioni che non meritano di stare vicino ai loro brani migliori. Così facendo, si sono ritagliati un ruolo inattaccabile di freak e weird, che ha alimentato il culto e l’interesse di artisti affini, e ugualmente folli, come Mike Patton.
Nel processo, però, si è perduta quella forza dirompente e rivoluzionaria che ha fatto di
Gluey Porch Treatments, Ozma, Bullhead, Lysol e Houdini un quintetto di album capaci di influenzare il rock, l’hard-rock e l’heavy-metal in modo profondo e duraturo. Se pure questi lavori non sono opere rifinite nei minimi dettagli, coese o granché coerenti, bilanciano tali mancanze con un disegno complessivo, una narrazione per così dire “orizzontale”, che in sei anni e cinque album ha indicato la via d’uscita dalle ovvietà musicali di generi e sotto-generi ormai maturi.
Coniando la formula per fondere hard-rock, heavy-metal, punk e sperimentazione i Melvins hanno suggerito la via a formazioni che, nei lustri successivi, hanno saputo articolare quelle intuizioni in modo assai più proficuo di loro, senza perdersi in una discografia disorientante. Troppo spesso, si pensi a
Prick o Colossus Of Destiny, la creatività e l’eclettismo sono diventati pretesti per giustificare pubblicazioni onestamente prive di sostanza, che sembrano oggi appannaggio dei fan incalliti o degli amanti dello strano a ogni costo. Questo è tanto più vero se si considera, nel computo, la loro discografia estesa a Ep, raccolte e singoli. Evidentemente, all’altezza del 2002, persino loro hanno sentito il bisogno di una pausa, giustificata dalla suddetta celebrazione del ventennale di carriera.

2004 - 2010: collaborazioni e l’approdo nella Billboard 200

Quando tornano nel 2004, lo fanno collaborando prima con Lustmord (Brian Williams), in Pigs Of The Roman Empire e poi, nei due album Never Breathe What You Can’t See (2004) e Sieg Howdy! (2005), con il cantante dei Dead Kennedys Jello Biafra. Nella prima collaborazione si finisce per diluire il sound classico, quello lento e pesante, dei Melvins, con le dilatate creazioni dark-ambient di Lustmord, generando la lunga composizione che dà il titolo, un colosso di 22 minuti che rappresenta una proficua contaminazione tra due progetti musicali non privi di sovrapposizioni (fra cui anche una certa prolissità).

Jello Biafra riattiva invece l'anima punk dei Melvins, ed è tanto carismatico ed esperto dietro al microfono da riuscire a fronteggiare, e completare, l'assalto assordante degli strumenti. Sul politicizzato
Never Breathe What You Can't See le sue febbricitanti grida sono sorrette da un punk-metal terremotante, tanto che pare di ascoltare il degno seguito degli ultimi Dead Kennedys. Forse per un ritrovato briciolo di umiltà, i Melvins suonano sempre funzionali al cantante, senza esprimere mai la loro passione per le più eccentriche divagazioni e facendo trapelare poco del loro stile: sono una eccezionale backing-band, ma artisticamente sembra soprattutto un parto di Jello Biafra.
Sieg Howdy! è un seguito assai minore, allungato da remix e registrazioni dal vivo. Fra il 2005 e il 2006 i problemi con Rutmanis si acuiscono, tanto che il bassista viene dato per “scomparso” dalla band e inevitabilmente esce dal gruppo.

Il successivo
(A) Senile Animal (2006), senza nessun collaboratore a dividerne la titolarità ma con l’arrivo in formazione di Coady Willis (batteria) e Jared Warren (basso, chitarra, voce), ritrova la forza tellurica in episodi come "The Talking Horse" e "You've Been Right", degni eredi del primo periodo. Il duetto finale di "The Mechanical Bride" e “A Vast Filthy Prison”, con quella punta di eccentricità per cui si ama un band come questa, è degno erede del discorso di Houdini. Per una volta invece di spiazzare e confondere l’ascoltatore, lo conducono in un viaggio senza grandi sorprese, che farà muovere la testa a tempo a tanti metallari, più o meno giovani.
Sulla stessa linea si muove anche
Nude With Boots (2008), con la stessa formazione a due voci e due batterie e ancora più chirurgico nel suo suono lento e pesante, stentoreo e inossidabile, spesso spudoratamente classico. Dà particolari soddisfazioni nella musica da western psichedelico del doom di “Dies Iraea”, che riprende la “Symphonie Fantastique” di Hector Berlioz trasfigurandola. “Dog Island” e “Smiling Cobra” sono invece possenti cannonate di stoner-metal, senza grandi pretese di innovazione ma con un tiro invidiabile dalla maggior parte della scena loro contemporanea.
A proposito di classici e di nostalgia del proprio passato: pubblicano in questi anni anche un documento live dove suonano per intero il loro album del 1993,
Houdini Live 2005: A Live History Of Gluttony And Lust (2006), e una compilation di brani circolati in modo più o meno illegale o totalmente inediti, Mangled Demos From 1983 (2005), oltre al curioso Manchild 3: The Making Love Demos (2007), bonus-cd di rarità preistoriche venduto insieme a un fumetto di Brian Walsby. Materiale per collezionisti, certamente, che però testimonia l’interesse a guardarsi spesso e volentieri dietro le spalle, alla ricerca del proprio presente nel passato.

Fanno capolino nella “Billboard 200”, pur all’ultima posizione, con
The Bride Screamed Murder (2010), che replica la fusione di heavy e weird delle ultime uscite in studio. Un pizzico di sperimentazione destabilizza le composizioni (“Hospital Up” si chiude con musica circense!), riducendo l'onnipresenza delle chitarre e sviluppando assalti ritmici e variazioni. Così “The Water Glass” si interrompe al centro per lasciare spazio a un musical demenziale e tribale ed “Evil New War God” è una versione irrequieta dello stoner-doom. Non manca di acrobazie nemmeno “PigHouse”, su quella grammatica che loro stessi hanno teorizzato.
La seconda parte dell'album è però meno convincente, comprensiva com’è di una lunghissima cover di “My Generation” degli
Who (quasi 8 minuti di noia) e un finale come “PGx3”, superfluo e prolisso.

Ormai sembra difficile pretendere altro da una band che si avvia ai trent’anni di carriera, e così si accettano bonariamente anche episodi meno brillanti, come il documento
Sugar Daddy Live (2011), che in realtà i veri collezionisti saranno felici di possedere nel suo formato di 13 split-album. Solletica la curiosità sentire chi è accorso alla corte dei Melvins per spartirsi i vari capitoletti, e parte del divertimento dell’appassionato è proprio veder passare, brano dopo brano, nomi come Butthole Surfers, Mudhoney, Fucked Up e Napalm Death.

Per l’Ep
The Bulls & The Bees (2012) si baloccano con la neoclassica e il dark-ambient, sempre interpolati con il sound granitico di cui sono titolari. È uno dei tanti episodi nel formato Ep pubblicati nel periodo 2007-2020, che comprende anche collaborazioni con Isis e Mudhoney, da affiancare a una manciata di documenti live.

2012 - 2020: Melvins Lite e il lungo crepuscolo

Alleggeriti, manco fossero uno snack confezionato, in versione “Melvins Lite”, con Trevor Dunn al contrabbasso e i soliti Osborne e Crover a chitarra-voce-batteria, pubblicano Freak Puke (2012), un album alternative-rock-metal dove sembrano parodiare, o peggio scopiazzare, parte della scena che è nata dalle loro geniali intuizioni di vent’anni prima e al contempo omaggiare il loro mecenate Mike Patton.

La benzina sembra davvero finita, e la raccolta di cover
Everybody Loves Sausages (2013), che un po' come Sugar Daddy Live è fruibile anche in un nonetto di 7”, lo conferma tributando altrettante band (a onor del vero, e per la gioia dei collezionisti, i nove volumetti lasciano fuori tre brani della raccolta: per non farsi mancare nulla, si devono ottenere entrambi i formati).
D’altronde, ormai, solo agli appassionati sembrano rivolgersi anche con il successivo
Tres Cabrones (2013), il primo album con l’originario batterista Mike Dillard, con Dale Crover al basso e Osborne alla solita coppia chitarra-voce. Si raccolgono numerosi brani che hanno avuto limitata circolazione, più qualche inedito, che arricchiscono un catalogo sempre più ingestibile.
Hold It In (2014), con Buzz Osborne e Dale Crover insieme a Paul Leary e Jeff Pinkus dei Butthole Surfers, cerca con l'unione con altri deliranti creativi del rock di ravvivare la ben conosciuta formula dei Nostri. Il risultato è stravagante, per esempio nella lunghissima "House Of Gasoline", ma nella storia della band anche un episodio simile rientra nella normalità.
Segue il recupero di una collaborazione del 1999 con Mike Kunka dei godheadSilo,
Three Men And A Baby (2016), che suona come loro stessi reinterpretati secondo l'estetica alt-metal fra i due millenni.

Con l'aiuto dei vari ex-membri avvicendatisi nel precedente decennio, pubblicano
Basses Loaded (2016), che ha il pregio di far ascoltare brani altrimenti difficili da reperire, quindi sperimentano il formato del doppio album con A Walk With Love And Death (2017): metà colonna sonora per il cortometraggio di Jesse Nieminen omonimo, all'insegna di un rumorismo e un astrattismo spinto, spesso ingenuo; metà brani tradizionali, nel loro più elegante stile grunge di sempre. Ancora una volta, è difficile capire il disegno complessivo. Più facile inquadrare una nuova collaborazione con Pinkus dei Butthole Surfers, Pinkus Abortion Technician (2018), caratterizzata dai due bassisti: punk-metal un po' weird e sicuramente alternative che ammicca agli appassionati, ma che fornisce poco più che un bignami della loro incorreggibile carriera.

Ritornano nel 2021 con Working With God, e arrivati al ventiquattresimo album di studio in solitaria, sempre più vicini ai quarant'anni di carriera, i rocker di Montesano danno ampio spazio al loro lato più chiassoso, divertente e spensierato. 
Lo mette subito in chiaro l'opener "I Fuck Around", reinterpretazione dissacrante dei Beach Boys di "I Get Around" che diventa immediatamente uno dei più spassosi momenti della discografia. Il consiglio spassionato è questo: alzate il volume al massimo e fate partire questo ennesimo album, per ritrovare tutta l'immediatezza tipica di certo rock sporco e cattivo, ma anche irresistibilmente divertito e divertente. Non ci sarà nulla di nuovo, va bene, ma se vi piace questa musica sarà un'esperienza rigenerante, che potrebbe lasciarvi sul volto un bellissimo, impagabile sorriso. 

In chiusura, consideriamo nel suo insieme il vasto
corpus di pubblicazioni del terzo millennio. In due decenni i Melvins hanno dimostrato di poter collaborare con tanti artisti, con risultati mai davvero esaltanti, ma senza che li si possa accusare di solipsismo. Hanno tentato di uscire dal vicolo cieco dell'eclettismo dispersivo smontando, rimontando e alterando la formazione, entrando in una dimensione che è in grado di riconoscere la classicità del loro celebre sound senza per questo rinnegarlo. Se questi sono i meriti di tanto lavoro, è anche difficile considerare una qualsiasi di queste pubblicazioni all'altezza dei loro primi cinque album di studio. Ancora più evidente, per chi vi scrive, è che l'impatto sul mondo rock e metal degli ultimi vent'anni di discografia è destinato a essere trascurabile, a differenza della sensazionale influenza avuta nel primo decennio. Ma, pesando sulla bilancia più i sentimenti del ragionamento musicologico, è difficile non continuare a provare affetto per questi imbiancati punk-metallari fuori di testa, che hanno fatto l'impossibile per rimanere sempre, cocciutamente, esasperatamente fuori.
Di tutti i gruppi usciti da quel periodo pionieristico del rock duro che sono stati gli anni Ottanta, i Melvins rappresentano l’ala che non ha mai trovato un compromesso e che, in definitiva, non ha mai perduto lo spirito anarchico, eccentrico, anticonformista della gioventù. Moriranno punk nell’anima, irriducibili e restii a ogni facile catalogazione: non è forse uno dei più grandi pregi che una band rock possa vantare?

Melvins

Musica dalla palude

di Antonio Silvestri

La disorientante storia di una delle formazioni fondamentali del rock degli anni 80 e 90 è anche un'epopea fra le più influenti sulla musica "alternativa"
Melvins
Discografia
Gluey Porch Treatment (Alchemy, 1987) 
Ozma  (Boner, 1989) 
Bullhead (Boner, 1991) 
Eggnog (ep, Boner, 1991) 
 Your Choice Live Series Vol.12 (live, Your Choice, 1991) 
 Salad Of A Thousand Delights (live, Box Dog, 1992) 
Lysol (Boner, 1992) 
Houdini (Atlantic, 1993) 
 Prick (Amphetamine Reptile, 1994) 
 Stoner Witch (Atlantic, 1994) 
 Stag (Atlantic, 1996) 
 Honky (Amphetamine Reptile, 1997) 
 Alive At The Fucker Club (live, Amphetamine Reptile, 1998) 
 The Maggot (Ipecac, 1999) 
The Bootlicker (Ipecac, 1999) 
 The Crybaby (Ipecac, 1999) 
 Electroretard (Man's Ruin, 2001) 
 Colossus Of Destiny (live, Ipecac Recordings, 2001) 
 Millennium Monsterwork 2000 (con Fantomas, Ipecac, 2002) 
 Hostile Ambient Takeover (Ipecac, 2002) 
 Pigs Of The Roman Empire (con Lustmord, Ipecac, 2004) 
 Never Breathe What You Can’t See (con Jello Biafra, Alternative Tentacles, 2004) 
 Sieg Howdy! (con Jello Biafra, Alternative Tentacles, 2005) 
 (A) Senile Animal (Ipecac, 2006) 
 Nude With Boots (Ipecac, 2008) 
 Houdini Live 2005: A Live History Of Gluttony And Lust (Ipecac, 2006) 
 The Bride Screamed Murder (Ipecac, 2010) 
 Freak Puke (Ipecac, 2012) 
 Tres Cabrones (Ipecac, 2013) 
 Hold It In (Ipecac, 2014) 
 Three Men And A Baby (Ipecac, 2016) 
 Basses Loaded (Ipecac, 2016) 
 A Walk WithLove And Death (Ipecac, 2017) 
 Pinkus Abortion Technician (Ipecac, 2018) 
 Working With God (Ipecac, 2021)
 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

MELVINS

Working With God

(2021 - Ipecac)
Trentasette minuti di divertimento in compagnia della mitica band di Montesano

MELVINS

Pinkus Abortion Technician

(2018 - Ipecac)
L'ennesimo disco della band di King Buzzo non brilla certo per inventiva, ma sferra i suoi colpi

MELVINS

Freak Puke

(2012 - Ipecac)
King Buzz riscrive per i 2/3 la pozione magica dei Melvins

MELVINS

The Bride Screamed Murder

(2010 - Ipecac)
Il solito hard-rock granitico e senza compromessi per la band di King Buzzo Osbourne

MELVINS

Nude With Boots

(2008 - Ipecac)
L'ennesimo lavoro dei padri del grunge, nel solco della tradizione

MELVINS

Houdini Live 2005

(2006 - Ipecac)

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