Nei pochi frammenti a noi pervenuti, Esiodo racconta la tragica storia delle Eliadi, le figlie di Elio e Climene, inermi di fronte all’atroce destino del fratello Fetonte. Disubbidendo al padre e tentando di guidare il carro del sole, perse il controllo dei cavalli e si avvicinò troppo alla terra, provocando una lunga siccità. La ribellione provocò l’ira di Zeus, che fece annegare il giovane nel fiume Eridano e scatenò il dolore inconsolabile delle sorelle. Mosso a compassione, il re dell’Olimpo trasformò le fanciulle in pioppi, e le loro lacrime si tramutarono in ambra. Ambra, eléktron in greco antico, come Electra Hernández (meglio nota come Javiera Electra) tiene a ricordare nel brano omonimo del suo album d’esordio. Come una lacrima che giunge da tempi antichi, la giovane cantautrice cilena trae spunto dalla mitologia classica e dalla ricchissima eredità folk latinoamericana per raccontare la sua storia, la sua visione dell’amore e della perdita. Lo fa con estrema incisività, Eliade dotata di voce e coraggio: nell’abbandono, parole che spezzano il silenzio.
Folk, si diceva. In un abbraccio indissolubile tra le proprie radici, infuse di cumbia cebollera e appassionate rancheras, e una visione a più ampio spettro, che contempla l’intera America ispanofona, Hernández gestisce la materia in piena scioltezza, spostandosi di latitudine e modificando gli assetti ritmici a suo piacimento. Attenzione però a rilevare in Electra soltanto l’attitudine da cantautrice folk: se è vero che il viaggio dell’Eliade avanza a passo di cueca, bolero e cumbia, è difficile non notare come l’assetto melodico presenti spiccate caratteristiche pop, così come gli arrangiamenti, talmente ricchi e variegati da giustificare l’appellativo “progressivo”.
È un approdo espressivo naturale per un’artista in adolescenza nutritasi dei dischi delle più grandi dive pop del pianeta, e che poco dopo si trova immersa nei circoli controculturali di Valparaíso, a esplorare la propria identità trans assieme ad altri personaggi fuori da ogni schema. È un mélange necessario, che scava nella memoria di affetti da tempo perduti, di relazioni compromesse, tempeste emotive che l’autrice riconosce nella loro complessità, dotandole del linguaggio opportuno.
In questa narrazione a cornici concentriche, ben inquadrata da brevi interventi sulla resistenza umana di due figure centrali della poesia queer latina (Claudia Rodriguez e Susy Shock), Hernández si muove con strappi netti, scatti di forza che ora inscenano una minaccia incombente (la cueca elettrificata di “Espada”), ora si consumano in una pioggia infinita, la tempesta perfetta che brucia l’ambra fino alla dissoluzione (la composizione bipartita di “Ámbar”, svelta folktronica che dà il via a un cataclisma art-noise di dimensioni epiche, prima di una breve ripresa finale).
Il mito diventa vita, ricordo di un’amicizia spezzatasi troppo presto, la “Lagrima del sol” segna un pianto inconsolabile, una codardia ad abbracciare la luce che l’ambra ha donato. Che l’intera operazione prenda la strada di una baldanzosa cumbia, irrobustita da un ricco organico orchestrale, fa sì che il brano si ricongiunga a elementi di vita vissuta, al trasporto caloroso di Mon Laferte, che ha dato pieno sfoggio delle sue qualità nel genere e che Electra ha spesso menzionato come riferimento. E quando il registro diventa più piano, non rinuncia comunque a farsi veicolo di una passione straripante, sui passi cadenzati di un bolero lento come il mare (“Del campo a Mar”).
Ben più interessato a lasciare scoperto il fianco rock del suo stile, il lato B di “Helíade” si presenta come lunga fuga d’amore, non da intendersi in senso romantico, quanto piuttosto come lunga trafila di momenti di riflessione e ricordo. Rimpianti, separazioni nette, figure familiari osservate come ectoplasmi di tempi andati: come se si trattasse di una suite in cinque atti, il set che va da “El tiempo y la distancia…” (il momento più convenzionale, per quanto carico di una dolorosa intensità) al breve commento conclusivo “Me retiro” analizza il tema dell’abbandono con impatto man mano più straziante, come se il lamento dell’Eliade giungesse alla sua inevitabile deflagrazione. In un crescendo che dal fulmineo inno arty “(Te voy) a’mar” attraversa il lamento funebre di “Sangre oliva” (il fratello estraniato a coincidere con la figura di Fetonte) per approdare sulle violente mareggiate strumentali di “Helíades; Roma, mar y sol” (summa concettuale dell’intero progetto) Javiera Electra esorcizza anni di fatica e sconforto, mettendoli al servizio di una carica sonora che non intende fare prigionieri. Per guardare avanti, per sfrondarsi finalmente del dolore: attendono il futuro altri misteri.
18/12/2025