Un tempo il termine indie aveva un significato preciso e prevedeva una presa di posizione non solo economica ma anche politica, mentre oggi, al massimo, indica un’estetica tanto mutevole quanto commerciabile, se orchestrata attraverso i giusti canali. Nessuno lo sa meglio di Jim Legxacy, canta-rapper noto per fondere la durezza della strada con una spiccata emotività lirica, creando un linguaggio percepibile come indie all’interno del grande quadro hip-hop.
Ma, implicite o meno, esistono ancora le cosiddette pressioni discografiche, il bisogno insomma di dover raffinare suoni e temi quando arriva il momento di uscire dal proprio guscio per presenziare di fronte a un pubblico più ampio. Lo si nota ascoltando “black british busic (2025)”, terzo mixtape in carriera e primo sotto il portale XL, un lavoro che, sin dal magniloquente titolo, offre una ricca palette di omaggi e idee, pur non sempre a fuoco. Con trentacinque minuti di durata, è la sua offerta più corposa e ufficiale in carriera, con tanto di “context” in apertura incaricato di illustrarne i contenuti.
Rimane a Jim la capacità di tessere sample e beat con una fantasia tutta sua, oltre a quella voce dolciastra e pungente come la gioventù affamata e confusa che rappresenta. È qui che incontriamo i momenti migliori in scaletta: “father”, l’amaro ruminare interiore di un ragazzino abbandonato al proprio destino (ma in cuffia ascoltava Mitski), e “stick”, geniale incastro corale per raccontare lo spaccato di società dal quale proviene e che invariabilmente dovrà lasciare alle spalle con l’avanzare della carriera. Impastando sopra tremolanti dembow quali “sos” e “big time forward”, quest’ultimo trattato con l’asciutta mano tipica di Burial, Jim allunga un romantico omaggio alla generazione caraibica arrivata in Inghilterra con la Windrush, e non manca un tocco folk con “issues of trust”, brano che più di tutti richiama i toni del sorprendente “homeless n*gga pop music” uscito due anni fa.
Stavolta, però, nel tentativo di catturare l’essenza della contemporanea black british music in tutte le sue forme, Jim spinge le proprie canzoni verso direzioni che possono suonare abusate; troviamo qui il lascivo bozzetto erotico di “sun”, il punk-pop alla YUNGBLUD di “’06 wayne rooney”, la rabbiosa motivazione finanziaria di “d.b.a.b”, snocciolata con un patois non proprio convincente, o l’altra vaga energia dancehall alla Drake della cantilena “new david bowie”. Momenti ben impacchettati e limati, nei quali però viene meno quel tocco di poesia che rendeva Jim il segreto meglio custodito in città.
Si rimpiange l’assenza di due singoli rilasciati negli ultimi mesi ma rimasti fuori scaletta: il felpato passo dance di “aggressive”, una delle sue interpretazioni migliori fino a oggi, e soprattutto la splendida “nothings changed (!)”, un emotivo omaggio alla sorellina prematuramente scomparsa – qui comunque ricordata con la mesta “brief”, brano che chiude l’ascolto con un lacrimevole cielo di tastiere e beat tenuto al passo: nei momenti più raccolti, Jim ha un cuore immenso.
Vedremo se sarà invece l’altro singolo “x3“, in coppia col ben più famoso Dave, ad aprire a Jim le porte del mainstream al quale adesso ambisce, anche se, a dirla tutta, la sua sensibilità per l’appunto indie mal si allinea a quello che è ancora un ambiente largamente testosteronico. In ogni caso, Legxacy è una voce singolare e ha fatto il proprio dovere: pur non essendo l’unico progetto d’ambizione stilistica versatile, vedasi i lavori di Pa Salieu, Kojey Radical o Loyle Carner, anche “black british music (2025)” racchiude efficacemente i suoni e i temi appartenenti a quella fetta di diaspora pan-africana sbarcata sulle coste d’Albione.