Seconda prova discografica per la band afro-jazz Kokoroko, settetto fondato da Sheila Maurice-Grey e Onome Edgeworth, due musicisti che si sono conosciuti in Kenya prima di dare vita a uno degli ensemble più in voga della scena londinese.
Con “Tuff Times Never Last” i Kokoroko accennano una verve sperimentale più decisa, nello stesso tempo l’amalgama tra afro-jazz, soul e funky scorre con naturalezza e una fluidità a tratti forse troppo confortevole, eppur non priva delle giuste sfumature di colori e toni indispensabili per la resa finale dell’album.
La perfezione degli incastri vocali e la mai pedante abilità strumentale dei sette musicisti sono pura delizia per le orecchie. Anche l’accantonamento delle matrici afro più vigorose non allenta la tensione spirituale e sensuale dell’album, già dai primi passi più incline a una jazz-fusion avvolgente (“Never Lost”) non priva di slanci armonici che si evolvono tra tempi ritmici danzanti e intrecci tra sax, tromba e trombone di eccellente fattura (“Sweetie”).
Lo spettro delle influenze è decisamente più ampio in “Tuff Times Never Last”, la band si tuffa nel brio pop degli anni 90 con “Just Can’t Wait”, elabora a proprio modo le sonorità del psych-soul in “Together We Are”, per poi sintetizzare il tutto in una versione contemporanea dello smooth-soul di Sade e affini (“Idea 5 (Call My Name)”).
Pur solido nella sua placida e soffusa natura neo-jazz, il secondo album dei Kokoroko è valorizzato da una buona e variopinta scrittura: l’intenso gospel di “My Father In Heaven” e il deciso passo dance di “Three Piece Suit” rappresentano i due poli entro i quali trovano spazio lo swing chitarristico dell’ottima “Closer To Me”, la leggerezza r&b di “Da Du Dah” e la ben strutturata “Over/Reprise”, quasi sette minuti di esuberanza tecnica e raffinata messa a punto degli elementi esplorati nell’arco dell’album, ed è proprio in questa lunga escursione che emerge la maturità raggiunta dal gruppo, sempre più abile nel tenere fuori la ridondanza di molta musica smooth-jazz.
09/08/2025