LEON VYNEHALL - In Daytona Yellow

2025 (Studio ooze)
electro-r&b, tech-house

E arrivò infine il momento in cui Leon Vynehall scoprì la voce. Era inevitabile, d’altronde: dopo un decennio in cui la sua arte lo ha visto esplorare a fondo i meandri di un ricercato e composito linguaggio tech-house, l’approdo a una dimensione dove l’elemento vocale non appare soltanto come materia campionata o cornice concettuale ma acquisisce autonomia espressiva era prossimo a venire. Questione di quando, insomma, un quando che ha visto prendere quota con il singolo “Shellac” e da lì trovare forma compiuta nei dieci brani di “In Daytona Yellow”. O sarebbe meglio dire incompiuta?

Sorta di inno agli errori e alle imperfezioni che dominano l’agire umano, il terzo album del producer inglese lo vede coordinare un fitto manipolo di collaboratori con fare da cantautore, per una raccolta che guarda oltre le strutture club a favore di una moodboard autunnale, dominata da pennellate pop e r&b. Con la voce subentra tutta una nuova striscia di emozioni, che Vynehall prova a descrivere nel pieno della sua vulnerabilità.

Vulnerabile, imperfetto, emozionale: difficile che un disco dominato da simili epiteti potesse suonare troppo compatto, troppo vicino all’organica densità concettuale dei dischi precedenti. E infatti non disattende le aspettative, rivelandosi esperienza ondivaga, piena di quella pensosità umorale che aveva contraddistinto “Nothing In Still” ma con un focus più metropolitano, tanto diversificato quanto le voci messe in campo. Introspezione urbana, che Vynehall fa propria dando voce a pensieri, turbamenti, angosce, con piena libertà di manovra.

Che sia sua la presenza vocale (un malmostoso crooning a cavallo tra parlato e cantato) o quella ben più incisiva dei collaboratori, fiorisce dalle crepe un bouquet di canzoni umbratili, piegate nella loro riflessività: la produzione, sempre abile nel muoversi in una terra di nessuno fatta di spunti neoclassici, pulsazioni (r)allentate e rarefazioni urbane, emerge però nuovamente come elemento di maggiore rilievo.

Per un disco ben più attento all’aspetto umano, che dovrebbe focalizzarsi più sulla scrittura e sui suoi contributi, questo si rivela un grosso limite: come se ancora ci fosse esitazione, ritrosia a effettuare completamente la transizione a un paradigma diverso, le melodie mancano spesso di spinta (l’r&b in levare di “Scab”, quasi schermato dal florido contesto sonoro che la circonda) o vengono filtrate all’inverosimile, come se non dovessero poi disturbare troppo.

“Slow Devotion” approssima la lezione del primo James Blake privandosi però della sua intensità soulful, “Whip” spegne tutta la carica del rap di Jeshi seppellendola in un ombroso disegno di bassi e campioni vocali, “You Strange Precious Thing” armeggia con una traccia che vorrebbe ambire all’emotività del migliore How To Dress Well ma si ferma a un passo dall’obiettivo.

Funzionano meglio il dinamismo di “Mirror’s Edge”, saggiamente scelto come singolo apripista, con la sua tensione a scoppio ritardato e la malia di Poison Anna a esprimersi con raffinata sottigliezza, o la linearità pop di “Romantica”, concepita senza grossi fronzoli produttivi.

E’ evidente, però, come la luce dalle crepe, quella che il recitato di Vynehall decanta a più riprese durante l’album, sia ancora troppo fioca per rischiarare l’ambiente circostante. Con un pizzico di convincimento in più, lo splendore abbaglierà tutto.

21/10/2025

Tracklist

  1. 1. Life Is Not Enough
  2. 2. Mirror's Edge (ft. Poison Anna)
  3. 3. A Jagged Promise
  4. 4. Scab (ft. TYSON)
  5. 5. Whip (ft. Jeshi)
  6. 6. Cruel Love (ft. Beau Nox)
  7. 7. Slow Devotion
  8. 8. Romantica (ft. Kenzie TTH)
  9. 9. You Strange Precious Thing (ft. Chratreuse)
  10. 10. New Skin / Old Body

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