È la prima volta che scrivo di un album postumo e provo un certo imbarazzo.
Mark Stewart è morto nel 2023 a 62 anni quindi non c'è un futuro artistico o di carriera di cui discettare e questo rende incerto il pensiero, claudicante l'incedere della scrittura. E allora come uscirne? Se il futuro non c'è, allora bisogna parlare del passato (le innumerevoli influenze della musica di Stewart) e del presente (il dato di fatto di un album autoriale tutto da godere).
Quando si parla del
post-punk britannico di fine
70/inizio
80 è naturale accennare a Mark Stewart perché fu il sognatore che diede vita a una delle band più influenti del periodo, il
Pop Group. Coacervo di indomiti sovvertitori del verbo
punk, lo trasformavano in un suono intriso di chitarre taglienti e sincopate, ritmi funk e reggae, evaporazioni dub e tanta politica nei testi. Vibrazioni inedite che aprivano una strada diversa da tutte quelle generate dal post-punk (
dark, elettronica, synth-pop, industrial,
guitar pop). Con "
Y" (1979) il Pop Group diventava faro illuminante per generazioni di musicisti e Mark Stewart ne era l'alfiere.
Per capire quanto il loro suono è stato influente basta andare a riprendere il rinascimento rock newyorkese di inizio 2000 (
Yeah Yeah Yeahs,
Strokes,
Lcd Soundsystem,
Rapture) o ascoltare con attenzione alcune delle band del
nuovo post-punk britannico,
Yard Act in primo luogo. Passando per tutte le scene e gli artisti con cui il musicista di Bristol ha lavorato negli anni, dai
Massive Attack ad Adrian Sherwood, da
Trent Reznor ai
Primal Scream (
Nick Cave disse che la musica del Pop Group aveva "cambiato tutto"). Tutti debitori a Stewart di una certa voglia di sorprendere, urticare, cambiare le regole del gioco. Anche con le sue diverse incarnazioni, come
Mark Stewart+Maffia.
Non sorprende, quindi, che nel corso dei decenni si fosse fatto influenzare dai suoni del momento, dalla techno all'industrial al trip-hop e che avesse continuato a produrre musica fino alla sua scomparsa. Ed ecco il presente, "The Fateful Symmetry". L'album, appena uscito per Mute, è fatto di tutte le mutazioni e interazioni musicali a cui Stewart era arrivato negli ultimi anni e ne è un compendio. Non proprio un testamento ma una sintesi della sua sensibilità: un'eredità, forse. Prodotto da Adrian Sherwood e mixato da Youth (
Killing Joke), regala canzoni d'autore del livello di
Nick Cave,
Gavin Friday e
Peter Murphy, veterani delle scene citate e assurti a custodi dell'intimo significato del rock. Il livello delle composizioni è alto e la musica cattura in modo diverso da canzone a canzone, rappresentando il "manifesto per un mondo migliore".
L'iniziale "Memory Of You" avvolge nelle spire fatte di giri di
sequencer pulsanti e linee di basso da Electronic Body Music che lo rendono ballabile e coinvolgente. La voce imponente di Stewart canta: "No matter what I say, No matter what I Do, I cannot erase the memory of You". "Neon Girl" cambia totalmente registro e si presenta come un trasandato alt-rock dal ritornello alcolico, mentre "Stable Song" è un trip-hop talmente evanescente che farebbe felici i
Portishead. L'arpeggio di chitarra accompagna, fruscii vari rendono il tutto vintage e la voce è tanto filtrata che sembra arrivare da un'altra dimensione. Un delicato lamento, un accarezzare il dolore in modo che non faccia troppo male.
"Twilight's Child" fa riprendere ritmo e tensione con il suo tempo spezzato, gli archi incombenti e la potente linea di basso. Le sonorità vicine alle vecchie esperienze del musicista inglese sono rappresentate da un brano acido come "Crypto Religion", in cui la chitarra taglia l'aria a fette mentre synth analogici creano
refrain alieni e Stewart canta delle nuove cripto-religioni.
Abbandonarsi a "The Fateful Symmetry" è cedere alla classe di chi il rock degli ultimi 40 anni lo ha ispirato, per cercare rifugio ma anche per intravvedere possibili traiettorie musicali per il futuro.