“Dream Horizons” è il portale lucente di Polygonia, al secolo Lindsey Wang, producer di Monaco attiva dalla fine degli anni Dieci, inizialmente dedita a geometrie deep techno condite di ambient e astrazione minimale. Il moniker si presenta come un sistema multidimensionale che intreccia arti sonore e visive, tentando un’alleanza tra residui analogici e sortilegi digitali. Le dodici entità qui contenute, pubblicate per Dekmantel, non sono soltanto dei tool, ma spedizioni bio-digitali verso sistemi quantizzati.
Il mainframe si dipana in una costellazione ritmica cangiante. “Metaphysical Scribbles” esibisce, con il suo amen-break sezionato, un’affinità con i collage sonici di Upsammy, mentre la successiva “Set Me Free” pare una versione post-melodica del primissimo Dj Koze. “Gate To Amygdala” prospera su tensione nervosa e una percezione dislocata del tempo, mentre “Mindfunk” usa una frase synth storta e ciclicamente deformata per sovvertire le convenzioni. E a tutto questo si aggiunge la componente strumentale: voce, sassofono, flauto, violino e percussioni registrati da Wang in prima persona, per iniettare vitalità organica negli spazi surreali.
“Dream Horizons” è un prisma tropicale emesso da un reame vivace e sintetico, dove fondamenta progressive trovano riparo tra evanescenze afro-futuristiche sospese tra Idm di scuola inglese (“Flakes Flying Upwards”). Le dodici tracce fluttuano tra downtempo e jungle, con impulsi e deframmentazioni che sembrano microparticelle organiche generate da stringhe binarie, anziché una semplice somma di macchine. Chiude “Essential Breath” con una combinazione di respiro e sax che suona come un mantra: un album che, tra algoritmi e formule danzanti, trova il passo giusto più spesso di quanto non lo perda.
15/07/2025