Josh Griffiths, alias Ship Sket, è un ventiseienne inglese che, trasferitosi a Manchester, ha trovato il contesto ideale per dare sfogo alle sue visioni. "Initiatrix", debutto su Planet Mu, prende forma da un lavoro istintivo fatto di tentativi e ricombinazioni continue, come se ogni traccia venisse evocata più che costruita. La tecnica resta marginale; a emergere è un'alchimia irrequieta tra drill martellanti e dub deforme. Sporcizia sonora? Sì, tanta; forse troppa. Flusso espressionista? Senza dubbio, se lo si immagina come una creatura tecno-demoniaca del nuovo millennio.
Ciò che affiora è un impasto di tessiture stregate e frame degenerati, un crogiolo sonoro che a volte si incanta e altre si sfalda. La verve creativa è evidente, con un potenziale fuori norma, ma il sound design è selvaggio e non sempre rende giustizia. È UK bass infestata ("Permanent Kigurumi"), modellata come se fosse generata da un organismo per metà sintetico che, per liberare la propria carica, si scompone in mille diramazioni ("Casting Call") nervosamente elettrificate. Archi in loop emergono avvolti da glitch fangosi, evocando un ectoplasma disturbante. E quando arriva "Mimikyu", con il suo collage marziale di voci e percussioni, l'opera sembra varcare un altro strato di realtà.
Eppure, nel complesso, la cartografia visionaria di "Initiatrix" intriga senza trovare sempre un punto di messa a fuoco. Più che un manifesto compiuto, assume la forma di un rito introduttivo che tende a disperdersi in sé stesso. Il passo di Ship Sket potrebbe essere quello decisivo, quando l'intuizione della sua post-deconstructed troverà una forma più stabile e rivelativa. Per ora, "Initiatrix" rimane un calderone di idee che devono ancora condensarsi del tutto.
12/12/2025