“Zarathustra Style”, il joint album di Fabri Fibra e Neffa, è uno di quei sogni proibiti che ogni appassionato di hip-hop italiano ha cullato almeno una volta. Quando Neffa ha mollato le rime ha ceduto le basi proprio a Fabri Fibra, in una specie di passaggio di testimone. Un pioniere assoluto della scena nostrana ha dimostrato con questa cessione di beat la sua stima per quella che era una giovane promessa, destinata a diventare uno dei più rivoluzionari e celebrati rapper italiani di sempre. Due generazioni a confronto, all’epoca, mentre oggi Fabri Fibra è arrivato a cinquant’anni e Neffa ne ha nove in più: entrambi decisamente old school, rispetto ai giovanissimi che impazzano. Insieme si presentano con un progetto che è contrario alle logiche del mercato, senza grandi hit, senza collaborazioni che pure sarebbe stato facile ottenere per due pezzi grossi come loro. Più di tutto, “Zarathustra Style” punta sull’atmosfera e i beat a passo medio, i giochi di parole e l’attenzione a metrica e flow, come se fossimo ai tempi degli Uomini di Mare o di “Neffa e i Messaggeri della Dopa”.
L’emozione, al primo ascolto, è innegabile. L’introduzione, con un boom bap classico e la voce ipnotica di Fabri Fibra che ripete ossessivo il ritornello, impone attenzione all’ascoltatore. Nella prima vera canzone, “Trip”, i due sembrano in buona forma, e Neffa sembra all’altezza del suo progetto “Canerandagio” (2025): una base piena di bassi, un alternarsi delle due voci al microfono con buon dinamismo, un intricato testo in un italiano insaccato di termini inglesi. Il clima cupo prosegue nella lugubre “Jay-Z”, nell’ancora più spettrale “Alienazione” e presenta l’aspetto più interessante dell’album: due rapper che affrontano lo spettro della morte, del malessere, del nulla che minaccioso si affaccia ai margini della vita e della carriera.
Certamente Fabri Fibra può ancora picchiare duro, come nella più veloce e aggressiva “Stupefatti” o in “Fatti avanti”, ma soprattutto Neffa è spesso intento a esplorare le proprie ombre, come nella malinconica e pop-soul “Promesse di agosto”, o in incubi allucinati in rima come “Demoni”.
Giuro che mi sembra un film horror
Gioco le mie carte, Io molotov
Dentro me legioni combattono
[…]
E giuro che non sono il tipo
Ma è il caso di avere paura
Quando viene il mostro, tu non parli
Hai dentro un grido come Thriller, ah, Michael Jackson
Walking Dead, zombies come gli eroi inumani
Ce la vedono coi demoni
All’altezza del decimo brano, la trascurabile “Le date”, diventa evidente che “Zarathustra Style” è semplicemente prolisso, un totale di 23 brani per un’ora di ascolto. Troppo simili le atmosfere, i contenuti dei testi, il flow e in sostanza le idee che i due mettono in musica. Il problema di una “Strada buia” non è di essere di per sé censurabile ma di arrivare diciassettesima in un album che ha già proposto messaggi, sound e rime simili più volte, arrivati a quel punto. Non può essere una dimostrazione di tecnica come “Carta pazza” a rappresentare la svolta che servirebbe a un album troppo lungo e monocorde, si arriva stanchi anche alla più dinamica “Money”, un buon colpo di coda. Neffa e Fabri Fibra possono anche divertirsi insieme a noi in “Alfa Omega” ma un simile brano dinamico e variegato non può essere l’eccezione, dovrebbe essere la regola. Alla fine “Zarathustra Style” funziona ma non stupisce, quindi delude: quando si hanno due fuoriclasse al microfono, l’occasione è perfetta per scrivere un joint album che fa la storia. La tentazione è di estrarre i brani migliori e metterli in una playlist.
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16/10/2026