“Super Sonic Youth” di Nils Keppel arriva dopo anni di Ep, di concerti e di notti nei club: undici brani, poco più di mezz’ora, con la sensazione costante che la giovinezza sia già un reperto archeologico.
Inserito nel calderone della Neue Deutsche Welle, Keppel in realtà usa la lingua tedesca (il deutsch più crudo e diretto, talvolta attraversato da slogan quasi punk) come veicolo emotivo, non come feticcio revival. Le coordinate sono chiare: gothic-rock, post-punk e l’ombra della new wave che praticamente si allunga su tutto il disco. Ma più che un’operazione di citazionismo, “Super Sonic Youth” è un tentativo di tradurre l’ansia generazionale in suono.
La prima metà dell’album è nervosa, scorticata. “Platzangst” si apre con un riff garage che sa di claustrofobia urbana. La giovinezza scivola via e con lei l’illusione di controllo. In “Keine Zukunft” il richiamo al no future non è semplice slogan: tra bassi cupi e chitarre che si rincorrono su linee sintetiche, Keppel fotografa una generazione cresciuta tra crisi permanenti, con il paradosso di una libertà improvvisa eppure senza prospettiva.
“Natural Born Killers” gioca invece con l’immaginario pulp e cinematografico, ma lo fa spostando l’asse sull’alienazione da tour. Hotel, stanze numerate, sostanze, fantasmi che restano dopo la fine dello show. È un brano che alterna tensione e vuoto, quasi a simulare quei picchi emotivi estremi che lo stesso Keppel ha raccontato: l’euforia del palco e il ritorno a un punto zero emotivo, spiazzante.
Con “Fremder Traum” l’album entra in una dimensione più onirica. Qui emergono influenze shoegaze e dream-pop: chitarre avvolgenti, ripetizioni ipnotiche, una scrittura che oscilla tra desiderio e minaccia. Il sogno non è fuga ma entità ambigua, capace di rubare tutto se gli si concede troppo spazio. È uno dei momenti in cui la componente art-rock si manifesta con maggiore chiarezza, nella costruzione circolare e quasi teatrale del brano.
La seconda metà del disco vira progressivamente verso territori più atmosferici. “Feuer” è probabilmente il pezzo più catartico: un crescendo che usa il fuoco come simbolo di distruzione e rinascita, con un refrain ripetuto come un’esortazione a bruciare per poter brillare. In “Du, mein Soldat” il tono si fa ancora più spoglio: guerre interiori, dipendenze, amori rapidi e consumati. Il linguaggio germanofono qui diventa quasi lirico, con immagini che richiamano tanto la tradizione romantica quanto una sensibilità post-industriale.
Il duetto “Raus in die Welt” con Lilli Belle introduce un barlume di calore: le due voci si intrecciano in un invito a perdersi nel mondo, a lasciarsi andare anche quando tutto sembra crollare. Non è una vera consolazione, piuttosto un gesto condiviso di resistenza. “Sonnenkind” chiude il disco in modo più fragile, quasi elegiaco: l’immagine delle ali che non si trovano diventa metafora di una crescita incompiuta, di un potenziale che fatica a prendere il volo.
La produzione riesce a mantenere un equilibrio tra organicità e stratificazione sintetica. Le batterie sono spesso in primo piano, le chitarre oscillano tra wave tagliente e shoegaze nebuloso, i synth non invadono mai ma sostengono l’atmosfera. A tratti la scrittura insiste su immagini simili e alcune soluzioni melodiche tendono a ripetersi. Tuttavia, è proprio questa ostinazione, questa fedeltà a un immaginario coerente, a dare al disco una sua identità riconoscibile. Nils Keppel dimostra così che c’è ancora spazio per un’interpretazione personale e romantica.
14/03/2026