Prosegue l’avventura di Francesca Stella Riva, Alessandro Midlarz, Simone Mattiolo e Luca Freddi a firma Satan Is My Brother con la pubblicazione del loro quinto album, il secondo per la Dissipatio di Nicola Quiriconi. Una produzione che segue tempi dilatati – sono passati tre anni da “How Far Can You See?“ – senza che l’efficacia della formula da loro elaborata perda un minimo di incisività ed efficacia.
L’armamentario è quello consueto, fiati, basso, percussioni e inserti elettronici incastrati a generare un interplay virtuoso nel quale convergono fumi jazz plumbei, ambient tendenzialmente noir e una marcata attitudine alla narrazione filmica, con tanto di sfumature psych. Un mix sulfureo accattivante pensato questa volta per tracciare le diverse fasi di una discesa in un infero privato alla ricerca di una nuova consapevolezza di se stessi.
Un moto che si sviluppa a partire da una trama strumentale dall’incedere blando, costantemente sporcata da interferenze sintetiche che ampliano il tratto lisergico del suono (“Na+/K+”). È l’accesso verso uno sprofondare obliquo, un viaggio interiore attraverso un buio incombente, degno dell’inquietudine di quell’“Ascensore per l’inferno” tradotto in immagini da Alan Parker.
Ogni parte del tutto si muove in equilibrio precario senza predominare, attenta a disegnare l’atmosfera in modo adeguato. La sezione ritmica è netta, ma mai incalzante, i fraseggi di sassofono/trombone/clarinetto modulano la tensione senza deflagrare (“Dive”), l’elettronica si insinua tra le pieghe offrendo dettagli e sfumature (“Null”). Ne viene fuori una caduta in un abisso ammaliante, una traiettoria trascinante che conferma nuovamente le qualità di una sinergia brillante. Toccherà aspettare ancora possibilmente, ma ne varrà sempre la pena.
11/02/2026