Vera Daroda, in arte True, non arriva da un percorso lineare e probabilmente non sarebbe stata nemmeno interessata a costruirsene uno. La sua storia passa dalla scena underground romana alla Londra della Cargo Records, dagli incontri con Peter Doherty e Dan Treacy alle frequentazioni della scena antifolk newyorkese, fino all’elettronica che oggi rappresenta il centro della sua ricerca. In mezzo ci sono Sonic Youth, The Fall, Talking Heads, la no wave, l’etichetta Kill Rock Stars, Sebadoh e Pavement. “Thank U F**k U” nasce dentro questa storia, ma non prova a riassumerla. Al contrario a lei piace piuttosto attraversarla con sampler, drum machine, elettronica minimale, voce e una certa attitudine lo-fi che impedisce ai brani di assumere una forma troppo definita. Ed è proprio questa libertà a rappresentare contemporaneamente il pregio e il limite del disco.
La chitarra è ormai sullo sfondo. Al suo posto arrivano sequenze, campionamenti, drum machine e sintetizzatori, ma il passaggio non produce una vera frattura con il passato. Cambia la strumentazione, non l’atteggiamento: restano la sensibilità punk, l’istinto della No Wave e quella particolare libertà dello spoken word che privilegia il gesto rispetto alla perfezione formale. I brani sembrano spesso costruiti per accumulo di piccoli elementi: un beat, una voce, un suono, una frase, una ripetizione. “French Girl”, “Dance With Me” e “Visa” mostrano bene questa tendenza, mentre “Flower” e “Sushi” introducono una componente più leggera e straniante. In “Game Over”, “Get Ride Of U” e “Police” emerge invece il lato più nervoso e meccanico del progetto.
Il progetto True non cerca quasi mai la grande canzone nel senso tradizionale del termine, ma creare situazioni sonore, frammenti, piccoli cortocircuiti tra ritmo e parola. Il problema è che non tutte queste intuizioni hanno lo stesso peso. In diversi momenti la sensazione di spontaneità diventa anche quella di un materiale che avrebbe avuto bisogno di essere maggiormente sviluppato. Alcuni brani sembrano fermarsi proprio quando potrebbero trovare una direzione più precisa; altri si affidano alla ripetizione senza riuscire sempre a trasformarla in tensione. Quella stessa ruvidità che in certi passaggi restituisce immediatezza, altrove rischia di apparire semplicemente poco elaborata.
È una distinzione importante, perché l’irregolarità non è automaticamente sinonimo di libertà creativa. Nel caso di “Thank U F**k U”, a volte lo è; altre volte sembra invece il risultato di una scrittura che non ha ancora trovato completamente il proprio equilibrio. Anche la voce occupa uno spazio particolare. True non la utilizza necessariamente per costruire melodie, ma come elemento narrativo e ritmico, avvicinandosi allo spoken word e a una tradizione che ha radici profonde nella cultura underground. È una scelta coerente con il progetto, anche se non sempre riesce a dare ai brani quella necessaria tensione interna.
I testi delle varie tracce aiutano a comprendere la traiettoria del disco. Dopo anni trascorsi tra indie noise, punk, no wave e circuiti underground, oggi la sua ricerca si è spostata verso sampler, drum machine, synth e software, con l’intenzione dichiarata di muoversi sempre più verso l’elettronica sperimentale e la techno. appartiene proprio a questo momento di passaggio. Non è ancora la fotografia definitiva della nuova True elettronica. È piuttosto un disco nel quale il passato continua a farsi sentire mentre strumenti e immaginario guardano altrove. La chitarra può essere diventata, nelle parole della stessa Vera Daroda, qualcosa di “troppo retrò”, ma quello che quella chitarra rappresentava come l’attitudine punk, il gusto per il margine, la libertà di fare le cose a modo proprio, è ancora presente.
Il risultato è dunque interessante ma discontinuo. Ci sono intuizioni, episodi riusciti e momenti nei quali la musica trova una sua particolare immediatezza, ma anche passaggi nei quali la scrittura avrebbe potuto andare più a fondo o trovare una forma più incisiva. Questo lavoro, uno dei tre concepiti e realizzati in breve tempo, non è un disco perfetto e probabilmente non aspira nemmeno a esserlo. È il documento di un’artista che continua a cambiare strumenti senza rinunciare alla propria direzione. Rimane, a margine dell’ascolto, la curiosità per gli sviluppi futuri del progetto dopo il trasferimento a Berlino.
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16/10/2026