I've always seen my music as The 7th Plain as love songs with a lot of melancholy
Così dichiara Luke Slater parlando di 7th Plain, lo pseudonimo che ha utilizzato per le sue produzioni più intime. "The 4 Cornered Room" ha l'obiettivo dichiarato di tradurre in suono qualcosa che sta oltre il terzo piano di coscienza. Un album che nessuno capì davvero all'uscita e che è rimasto sepolto per decenni, fino a diventare un oggetto di culto. Il titolo suggerisce una stanza a quattro angoli: lo spazio fisico e limitato da cui si parte, il piano ordinario da attraversare per raggiungere qualcosa di più alto.
Luke Slater nasce nel 1968 e cresce nel Sud dell'Inghilterra. Il padre suona il pianoforte e ama le big band del jazz; in casa c'è un vecchio registratore a bobine (reel-to-reel) con cui il piccolo Luke inizia a pasticciare, registrando il pianoforte scordato e manipolando i suoni. Le lezioni di piano lo annoiano presto. Passa alla batteria, forma un gruppo rock da adolescente, e quando un tastierista abbandona la band lasciando dietro di sé un Roland 808 e un sintetizzatore, Slater li prende e non li lascia più.
La scossa arriva con un disco: la raccolta "Street Sounds Electro Hip-Hop Vol. 1" del 1983. È la prima volta che sente musica dance che non segue strutture standard. Da lì tutto si accelera: trova la scena acid house londinese, inizia a frequentare le feste Troll al Soundshaft, fino a diventarne dj residente nel 1988 e 1989. Trasferitosi a Brighton, apre il negozio di dischi Jelly Jam insieme a Dave Clarke e al collaboratore storico Alan Sage, da cui nasce l'etichetta omonima.
Nei tre anni successivi pubblica le prime produzioni sotto vari alias, in un laboratorio che oscilla tra Detroit techno devozionale, acid sfrenata e isterie rave. Nel 1992 il primo 12" come Clementine sposta l'asse verso il contemplativo: "The Opening" abbandona l'euforia della prima techno per puntare sulla melodia. Un passo che rende già visibile lo Slater del 7th Plain. Dall'inizio del 1993 Slater inizia a pubblicare su General Production Recordings (GPR), etichetta britannica che ospita anche i Black Dog.
Il genere veniva chiamato listening techno, oggi noto come ambient techno, reso popolare dalla Warp e dalla serie "Artificial Intelligence". Slater non registra mai per Warp, ma 7th Plain si inserisce in quell'universo. Il sodalizio con GPR dura fino al 1996, quando l'etichetta collassa. Parallelamente, gli aka si moltiplicano: su Peacefrog costruisce Planetary Assault Systems, su DJax continua come Clementine, su Irdial come Morganistic. Ogni pseudonimo risponde a un bisogno emotivo preciso.
Il 1994 è l'anno più denso della sua carriera. Escono Ep d'acciaio come "X-Tront Vol.3" e "Planetary Funk Vol.3", l'Lp "Fluids Amniotic" come Morganistic e poi, dall'altra parte dello spettro emotivo, due album come 7th Plain: "My Yellow Wise Rug" e "The 4 Cornered Room". Il nome "7th Plain" non è un vezzo estetico; in senso esoterico, il settimo piano è associato al livello dell'amore puro e della coscienza del Creatore. Slater, poi, ha parlato di musica come mezzo per accedere a stati di coscienza diversi.
Parliamo di un progetto nato dal tentativo di tradurre in suono qualcosa di difficilmente raggiungibile e ancora più difficilmente descrivibile. "If you're convinced you have", ha dichiarato in un'intervista rilasciata a Fabric London nel 2018, "then you probably haven't". Sul packaging compare la dicitura "Numeral System - © B.C. 3400 Egypt", riferimento ai sistemi numerici dell'antico Egitto: forse, come a dire che questa musica non nasce dall'elettronica britannica ma da qualcosa di molto più antico.
La citazione nel booklet, "As summer comes and winter goes a path to follow, a tale behold. I will return with grace", funziona come una promessa ciclica: c'è una direzione, c'è un ritorno. E l'ultima parola è "grace", il titolo dell'ultima traccia. Quanto a generi, "The 4 Cornered Room" è ambient techno e Idm, ma resiste a entrambe le etichette con un'anima che guarda oltreoceano. Ci sono sempre un basso che tuona sotto le strutture, progressioni ritmiche propulsive, melodie sottili che emergono per accumulo.
"Time Melts" apre trionfale con accordi di synth caldi e immediati, ottimismo condensato in otto minuti: è un biglietto da visita brillante, che racchiude la fiducia tecnologica che avrebbe caratterizzato il decennio a venire. "Reality Of Space" butta tre umori diversi nella stessa struttura, con quei pad in tonalità minore che, pochi anni dopo, diventeranno il manifesto di artisti come Nuron. Non è techno da club, eppure non è separabile dal dancefloor, parte integrante dell'esperienza collettiva che la circonda.
"Surface Bound" costruisce lentamente un'armonia epica e tragica sotto i canoni di un immaginario sci-fi. "Lost" porta il peso di Detroit e lo reimmerge in una nebulosità tipicamente britannica, frenetica e onirica allo stesso tempo. I punti di riferimento sono il futurismo cerebrale dei primi Autechre, l'ambient lenitiva di Aphex Twin nella fase "Selected Ambient Works 85-92", l'acido interplanetario degli Orbital e la dilatazione psichedelica di Alex Paterson e gli Orb. Con bassi più pesanti di tutti loro, e una personalità cupa che non è mai minacciosa.
"Seeing Sense" è la traccia più spirituale, dove è possibile percepire echi della kosmische musik sotto beat di scuola Warp. L'influenza della scuola tedesca è percepibile in "Real Life Ceremony": sopra un basso ribollente, una successione dilatata di matrice progressive. A differenza dei suoi lavori futuri, l'opera procede con fare massimalista, con atmosfere massicce che esplodono con vigore contraddittorio rispetto al chillout da cui traggono linfa.
Ma è con "Lost" che l'autore raggiunge il punto più alto. La nenia procede tra accordi malinconici e un basso tellurico che la rendono una propulsione postmoderna; le percussioni avanzano sotto una pioggia sintetica e accordi di matrice orchestrale. Se in altri momenti l'immaginario è quello di un viaggio interstellare, "Lost" disegna il collasso della capsula spaziale.
All'uscita il disco non fu un successo commerciale. La copertina è considerata esteticamente poco accattivante, un giudizio ricorrente che ne ha limitato la visibilità. GPR collassò intorno al 1996. Il terzo album 7th Plain, "Playing With Fools", fu distribuito solo come test pressing vinilico prima che l'etichetta cessasse l'attività. Molti artisti rimasero intrappolati in un limbo legale: i contratti li legavano a un'etichetta morta che si rifiutava di liberarli.
Il materiale 7th Plain rimase fuori catalogo per oltre vent'anni, con l'unica eccezione di "Lost", ristampata su una split per l'etichetta Delsin. Ciononostante, "The 4 Cornered Room" è l'apice di Slater e una delle stelle più luminose della scena ambient techno: la via umbratile verso l'universo degli Autechre di "Incunabula". Una rivalutazione lenta ma inesorabile, che sarà sancita nel 2013, quando i Daft Punk citeranno Slater in "Teachers" accanto a Derrick Carter e Robert Hood.
Il lavoro non è mai stato realmente ristampato: le sue tracce sono emerse nel tempo attraverso la serie "Chronicles", tre volumi pubblicati su A-Ton nel 2016, che affiancano i classici a inediti recuperati dai DAT originali. Di undici tracce che compongono l'originale, tre rimangono assenti dall'intera trilogia: "The Needs Of The Many", "7th Plain" e "Trite", come se Slater avesse scelto di lasciare qualcosa sepolto.