Nel 1973 il progressive rock italiano è ormai consolidato come entità di primo livello, da tempo non più considerabile un semplice fenomeno di importazione. Lavori di grande impatto culturale come “Collage” de Le Orme, l’omonimo album del “Banco del Mutuo Soccorso” – per non parlare dell’impressionante doppietta “Storia di un minuto” e “Per un amico” della Pfm – avevano dato nei due anni precedenti uno scossone alla scena nazionale e preparato le basi per il definitivo successo internazionale del movimento.
L’onda creativa è quindi tutt’altro che in discesa, aprendo la strada a capolavori personali come “Felona e Sorona”, “Palepoli” o “Arbeit Macht Frei”, contribuendo negli anni a venire a rendere il prog del Belpaese il più amato e collezionato al mondo dopo quello di matrice albionica.
Tuttavia, in questa epoca d’oro, un lavoro vede la luce nella primavera, destinato a diventare noto come uno dei più sfortunati, in proporzione al suo valore, della storia della musica nostrana. “Zarathustra” diventerà contemporaneamente l’esordio, il capolavoro e, tutto sommato, l’epitaffio dei suoi autori.
L’Italia vive una fase politica e sociale tumultuosa, tra contestazioni, movimenti studenteschi ed eventi violenti degli anni di piombo, con ancora freschissima la ferita di Piazza Fontana. Il prog, vissuto fuori dal nostro paese prevalentemente come una fuga dalla realtà, viene interpretato da artisti e ascoltatori italiani come un atto sovversivo verso l’ordine costituito. Così come la forma canzone classica dei padri viene ridiscussa, destabilizzata e spodestata: i temi trattati dai suoi testi abbracciano spesso e volentieri gli aspetti della protesta sociale e dello scontro ideologico.
L’impegno politico non è decisamente nelle corde del Museo Rosenbach. La band ligure sembra ben più attratta da tematiche filosofiche, coerentemente con il percorso di studi del suo bassista, pianista e principale compositore Alberto Moreno. La formazione nasce due anni prima dalle ceneri del complesso di Bordighera chiamato Quinta Strada, composto dal citato Moreno insieme al batterista Giancarlo Golzi (futuro Matia Bazar) e al tastierista Pit Corradi, e dall’unione con il chitarrista Enzo Merogno (ex-Il Sistema) e con il cantante genovese Stefano Galifi, detto “Lupo”. L’esperienza dei cinque è sostanzialmente composta dall’esecuzione dei successi di altri artisti, tra cover di Santana, Black Sabbath, Led Zeppelin, Jimi Hendrix e Cream. Una gavetta, tra l’altro, familiare anche ad altri illustri colleghi del tempo, vedi la Premiata Forneria Marconi con le sue radici affondate nel repertorio dei King Crimson.
Deciso il nome della band, che cita l’editore di libri tedesco Otto Rosenbach, Moreno inizia a proporre le sue idee pregresse al resto della band, trovando terreno fertile per le nuove velleità di produzione di brani propri. In breve tempo il gruppo compone abbastanza musica da poter proporre un disco e ottiene sorprendentemente da Ricordi Records uno sbalorditivo contratto per tre album in tre anni. Proprio dall’etichetta nasce la proposta di “Zarathustra” come tema trainante della prima opera dei cinque, ispirandosi al celebre “Così parlò Zarathustra” del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche.
Impossibile resistere alla tentazione di sposare il metodo classico del concept-album, tanto caro al progressive di ogni epoca. Nasce quindi in poco tempo un long playing composto dalla title track, un’ambiziosa suite in cinque movimenti che va a occupare il lato A del disco, e tre brani riservati all’altra facciata, con testi sempre collegati al contesto generale.
Con questo strepitoso esordio, i Museo Rosenbach dimostrano di occupare una posizione peculiare nel fertilissimo panorama progressive autoctono. Al tempo non mancano pietre di paragone già illustri: la Pfm privilegia soluzioni dal timbro estremamente ampio, in un’impressionistica composizione di violini, flauti e acustiche. Il Banco possiede la teatralità di Francesco Di Giacomo, mentre le Orme costruiscono il loro stile sinfonico sulla preminenza delle tastiere. Infine, gli Area si muovono fuori dagli schemi tra jazz-rock, avanguardia e radicalismo politico. Tuttavia, i liguri seguono una via più scura e fisica rispetto alla loro rispettabile concorrenza. Partendo dalle idee di Moreno, spesso sviluppate al pianoforte, fondendole con un embrione melodico portato in dote da Merogno, il resto della band si scatena, arricchendo di idee e interventi le strutture dei brani. Il risultato è un gioco costante tra salite, momenti epici, tuffi nel silenzio ed esplosioni fragorose.
“L’ultimo uomo” è il manifesto perfetto di questo approccio. L’apertura del Mellotron suonato da Corradi crea subito la giusta atmosfera solenne di sacralità, per poi piombare in un cupo motivetto chitarristico che sembra provenire da un altro mondo. Su questo tema, l’ospite Walter Franco – vecchia conoscenza di Moreno – introduce il dialogo con Zarathustra. L’idea è infatti quella di strutturare testi e voci come in un dialogo immaginario di confronto tra l’uomo comune e il profeta, straordinariamente impersonato nel timbro graffiante di Lupo Galifi. La sua voce diventa quasi abrasiva quando grida “nell’attesa di un’alba diversa”, innescando Golzi a far esplodere le pelli e catapultare tutto il resto della band in una memorabile fuga in pieno orchestrale.
Uno dei segreti che distingue la band ligure dalla massa sta probabilmente nell’eterogeneità dei suoi componenti, ciascuno con le sue passioni e il suo percorso personale, che hanno saputo andare oltre le proprie individualità: Corradi, grazie al suo passato da chitarrista solista, era influenzato da Jimi Hendrix e Jimmy Page; Merogno univa esperienze beat alla classica di Mussorgskij; Golzi era un talentuoso e versatile batterista rock, appassionato di Elton John, Giles e Beatles; Lupo portava con sé e nel suo timbro vocale la passione per il rhythm & blues, mentre Moreno si muoveva tra Pink Floyd e Bob Dylan.
È così che “Il re di ieri” regala uno struggente sottofondo dove rintocchi di pianoforte a coda – nelle mani di Moreno – e l’immancabile Mellotron ricreano un mood gotico, mentre stavolta è Golzi a introdurre un dialogo cantato sulla contrapposizione tra il Dio cristiano e il Lupo-Zarathustra, prima dell’immancabile risposta accompagnata da una cavalcata prettamente rock.
Un nuovo drastico cambio di scenario arriva con “Al di là del bene e del male”, dove stavolta Corradi sfoggia un più dinamico Hammond a far da contraltare alla voce dinamica di Lupo, in un sincopatissimo movimento di quelli che fanno impazzire gli amanti del prog. È interessante la soluzione canora scelta per rappresentare la fazione della morale dogmatica religiosa, declamata dai componenti del Museo in un coro dal sapore sacerdotale. La tesi della morale religiosa impone il suo dogma, con l’uomo non autorizzato a produrre autonomamente i propri valori:
Tavole antiche, divini voleri han
Diviso nel tempo già il bene dal male
L’uomo da solo lontano da Dio
Non può costruirsi la propria morale
Fuggi la tua volontà!
Ciò che rende fenomenale e immortale questo esordio sta nelle sue contraddizioni. Ad esempio, lo stesso Moreno dichiarerà di aver accolto con scetticismo quel cantante dal forte accento genovese che dichiarava di amare James Brown, sognando in realtà di trovare il suo personale Francesco Di Giacomo. Eppure, proprio quell’infermiere dai baffi folti diventa uno degli assi nella manica del collettivo. Invece del distacco ieratico che ci si aspetterebbe nell’approcciare un concept filosofico, Lupo propone una vocalità ruvida, animalesca e tormentata, che squarcia le eleganti orchestrazioni sintetiche che avvolgono le composizioni. Per non dimenticare l’enorme lavoro ritmico di quel motore a scoppio che è Golzi, capace di caricarsi sulle spalle tutta l’opulenta e velocissima fase strumentale di “Superuomo”, dopo la presa di coscienza dello stesso Zarathustra che scopre dentro di sé la tensione interna per raggiungere la trasformazione nell’Oltreuomo nietzschiano:
Solo e senza forze
Mi perdo nelle mie parole
E forse chi cerco
Ha camminato sempre accanto a me
“Il Tempio delle Clessidre” riprende con prepotenza il tema evocativo de “L’ultimo uomo”, seguendo la classica struttura dove il Mellotron si fa carico della melodia portante attorno alla quale tutto il resto della band svaria, con particolare lode al lavoro di Merogno alla chitarra elettrica. Questo auto-riferimento, unito alla simbologia della clessidra che rappresenta la ciclicità del tempo, chiude la suite nel concetto de “l’eterno ritorno”: il tempo non conduce verso una redenzione finale e un punto di arrivo definitivo ma ripercorre eternamente il proprio anello.
Sebbene la maratona di “Zarathustra” sia il fiore all’occhiello dell’opera, sarebbe un errore trascurare il lato B, i cui brani non formano una suite, ma percorrono comunque un secondo itinerario concettuale complementare a quello della title track. “Degli uomini” si concentra su volteggi tastieristici giocosi, ricordando in effetti le note ispirazioni ai Nice di “Elegy”, senza negare inevitabili rimandi indiretti ai coevi Genesis ed ELP. È paradossale pensare che l’ottima coda vocale, una riflessione sulla violenza che domina l’umanità, sia stata creata in poco tempo e aggiunta last minute per far raggiungere al disco un minutaggio minimo.
“Della natura” è il brano dall’impronta rock più marcata. La dichiarata ispirazione alla band jazz-rock inglese If è identificabile negli inseguimenti reciproci tra l’Hammond e la batteria di Golzi, strepitoso in questa sede nell’articolare, guidare e spezzare la struttura di questa cavalcata sonora. La tensione rimane alta lungo tutti gli oltre otto minuti del brano, creando quella che resterà la composizione più ambiziosa, insieme alla nota suite di apertura. Non è un caso che le liriche tocchino un tema centrale dell’opera del filosofo tedesco, il discorso “Delle tre metamorfosi”. Nella funzione rivelatrice della natura vengono identificate le tre tappe del cambiamento umano: il cammello, il leone e il fanciullo, citato nel testo.
“Dell’eterno ritorno” chiude il platter partendo da un’idea presa dal primo album dei Gentle Giant, ma acquisisce una personalità propria e ben distinta. L’andamento tumultuoso fa da eco allo sgomento e alla crisi dell’uomo che fatica ad accettare la mancanza di risposte assolute al significato della vita. È la prospettiva negativa dell’uomo comune che crolla sotto il peso della ciclicità dell’esistenza, ancora legato a una concezione lineare del senso della vita:
Non posso più cercare una via poiché la stessa ricalcherò
Muoio, senza sperare che poi qualcosa nasca, qualcosa cambi
La storia dei testi del concept ha un risvolto curioso: sono tutti opera di Moreno, seppur accreditati a nome dell’amico e scrittore Mauro La Luce per via della mancata iscrizione alla Siae del bassista come paroliere, oltre che come compositore.
Come ogni concept che si rispetti, la copertina ricopre un ruolo fondamentale nel suo sviluppo. L’idea proposta dalla band è quella di un volto costruito da un collage di immagini che vorrebbe parlare di libertà, povertà e sopraffazione. L’idea viene accolta da Ricordi, ma viene modificata e rielaborata: compaiono immagini di un carcere, bambini poveri e – con una mossa ingenua – il volto di Mussolini. Un riferimento coerente con il tema della sopraffazione, rinforzato dal retro di copertina con i due pugni incrociati: uno con una siringa in vena, l’altro con un orologio d’oro mentre schiaccia una persona, simboleggiando i soprusi dei potenti sui più deboli.
Purtroppo, nel clima teso del periodo storico, la combinazione del volto del Duce, il titolo nietzschiano e la parola “Superuomo” – concetti negli anni Settanta ancora considerati ispiratori dell’ideologia nazista – porta di fronte ai Museo Rosenbach un percorso pieno zeppo di mine. L’opinione pubblica etichetta la band come filofascista e la Rai effettua sostanzialmente uno sbarramento, castrando ogni possibilità di diffusione e promozione del suo disco, con rare eccezioni. Inutili sono le prese di distanza dei componenti da ogni possibile simpatia verso l’estrema destra, situazione paradossale anche considerando la loro storica amicizia con un certo Francesco Guccini.
È così che il disco gode di un’ottima risposta della critica, ma di una feroce contestazione, portando a vendite talmente deludenti da provocare controversie interne, scoraggiamento e, infine, il dietrofront della Ricordi Records, che dà il benservito alla band, portandola così al precoce scioglimento.
Gli anni successivi vedranno Golzi raggiungere, dopo il servizio militare, il successo con i celebri Matia Bazar. Moreno completerà gli studi in filosofia e intraprenderà la carriera di insegnante, senza mai abbandonare del tutto la musica e mantenendo contatti anche con l’ambiente dei Matia Bazar. Corradi e Merogno seguiranno distinte carriere lavorative al di fuori della musica, così come Galifi, pur continuando a cantare in progetti come Il tempio delle clessidre (nome decisamente non casuale). Nel 2000 un nuovo disco intitolato “Exit” uscirà a nome dei Museo Rosenbach, in formazione ridotta Moreno-Golzi, riscuotendo scarso successo anche per via delle enormi differenze stilistiche con lo storico debutto.
Bisognerà aspettare il 2012 per un ritorno alle ambizioni prog di un tempo. Con Galifi nuovamente al microfono, 40 anni dopo “Zarathustra” uscirà il seguito spirituale “Barbarica”.
Purtroppo, ogni velleità di una riapertura stabile del Museo andrà in frantumi con la prematura dipartita di Giancarlo Golzi nel 2015. Citando le parole di Moreno al riguardo: “Giancarlo era la forza propulsiva, lo spingeva una grande passione ed era in grado di alternare pop e prog con grande abilità […] Con la sua dipartita, però, è venuta a mancare la spinta motivazionale, e ora come ora credo che sarà difficile ricreare un nuovo Museo”. Eppure, se il Museo non potrà più essere ricreato, il suo tempio continua a resistere al tempo. Opera forse irripetibile, nata dall’incontro fortuito di cinque personalità che insieme seppero spingersi ben oltre la somma delle proprie influenze, condannato alla nascita da un destino tanto rapido quanto ingiusto, “Zarathustra” conoscerà negli anni il proprio eterno ritorno, riemergendo dall’oblio per conquistare il posto che gli spettava tra i capolavori del progressive italiano.
09/08/2026