Che colpo deve aver preso, Brent Rademaker, nel sentire "White Winter Hymnal" o qualche gorgheggio di Ed Droste nel suo
cubicle dell'Ikea in Florida, dove aveva trovato lavoro dopo lo scioglimento della sua band, i Beachwood Sparks, scomparsi nel nulla dopo un paio di Lp che molti devono aver maneggiato con una certa diffidenza, agli albori dei Duemila - per poi salutare con sperticate lodi l'arrivo di
Fleet Foxes e
Grizzly Bear.
"Questo l'abbiamo già fatto noi, e anche meglio!", deve aver pensato. Non che abbia ragione per forza; ma la loro storia in qualche modo richiede che dei "vecchi" (nel senso che non lo sono più) e dimenticati perdenti trovino un riscatto insperato. A suo modo questo "Tarnished Gold" è una conferma - del tutto non scontata - delle
good vibrations che avevano colto non solo Rademaker, ma anche il compare Gunst e, soprattutto, il batterista Aaron Sperske nel giorno della loro reunion – in questo caso puramente estemporanea, almeno nelle intenzioni, dato che doveva essere limitata al concerto celebrativo per il ventennale della Sub Pop avvenuto ormai quattro anni fa.
Sperske, che intanto aveva proseguito come batterista dell'esimio
Ariel Pink, tampinò gli altri - ormai con occupazioni più o meno stabili e "adulte" - fino all'esaurimento di ogni resistenza e fino alla promessa, nel 2010, di registrare un nuovo disco. Questa è in breve la storia della gestazione di "The Tarnished Gold".
In realtà, soprattutto alla luce di quest'ultimo lavoro, non è la presenza di Fleet Foxes o Grizzly Bear a giustificare una possibile maggior fortuna della band californiana. I Beachwood Sparks non hanno la stessa personalità vocale e compositiva, né quella stessa esuberanza artistica che ha permesso la creazione di una scena, di far notare la propria musica presso la massa critica dei giovanotti musicofili. Piuttosto, sono archeologi del Laurel Canyon come
Jonathan Wilson e, in misura
molto minore,
Father John Misty a rendere la situazione attuale più fertile per Gunst, Rademaker, Sperske, Knight, Cohen e Horne (questa la
line-up della reunion).
"The Tarnished Gold", pur confermando l'assoluta mancanza di audacia melodica, supplisce con la bellezza del suono - prodotto con effetto estremo di fluidità e "corpo" - e con la maniacalità degli arrangiamenti - non a caso c'è chi ha definito la loro musica "country visto attraverso un caleidoscopio".
Levato l'alone di maledettismo alla
Elliott Smith del cantautore di Lansdowne, "Sparks Fly Again" sembra
Kurt Vile che suona i
Byrds; ecco il mellifluo, pacifico incedere del sunshine-country di Gram Parsons della
title track; i
Coral che reinterpretano il country in "Mollusk"; ma emblematico soprattutto il caleidoscopio
seventies (tra country, soul e prog) dell'iniziale "Forget The Song".
C'è materiale in quantità, insomma, per chi si accontenta di un revivalismo calligrafico - e del tutto legittimo - che fa della tecnica e della classe le sue armi principali. Difficilmente "The Tarnished Gold" potrà far conquistare ai Beachwood Sparks nuovi ascoltatori, o un riconoscimento che derivi dalla "luce riflessa" di stelle che dieci anni fa non brillavano ancora.