Se i paleontologi del futuro studieranno i resti fossili della musica rock, non avranno difficoltà a rintracciare nella vecchia Londra dell'era beat e nell'Isola di Wight dei grandi raduni pop le origini di "Home Again", primo album di
Michael Kiwanuka.
Tutto lo
charme ingenuo della psichedelia pre-
Pink Floyd e il candore dei primi
folksinger inglesi, innamorati dell'America di
Bob Dylan e
Paul Simon, sembra rivivere nelle trame delle dieci canzoni.
Anche il fascino di un vissuto intenso e sofferto, nonostante la giovane età del Nostro (24 anni), ripropone vecchie immagini; il jazz-soul misto al folk, alla maniera di
Van Morrison, e il sapore epico che rimanda ai
Traffic sono amalgamati alla perfezione con la struttura più
black, che cita
Marvin Gaye ma accarezza il tono confortevole di Bill Withers e Terry Callier.
In tutto questo insieme di emozioni passate, sembra esserci poco spazio per la personalità di Kiwanuka, soprattutto per il tono sempre dimesso della voce che gioca più con le intonazioni che con le emozioni. E' pur vero che il vibrante furore etno-jazz che anima "Tell Me A Tale" è istantaneamente licenziato per un
sound più vellutato, ma la voce di Kiwanuka è sempre accattivante e la produzione di Paul Butler (
The Bees) trasforma in un raffinato tessuto le sfumature stilistiche dell'album.
"Tell Me A Tale" è stato in verità il primo biglietto da visita del musicista - l'Ep è ormai un oggetto da collezione (sfiora i cento euro). Le influenze afro e psichedeliche del robusto e corposo brano sono ricche di enfasi e slancio, ma non cercate altre pagine così granitiche, la malinconia alberga nell'animo giovanile dell'autore, che preferisce sussurrare più che gridare.
Non è un peccato se il
mellow-mood di "Rest" sembra già adulto e privo di mordente, non è la disperazione il fulcro emotivo di Kiwanuka, il soft-blues della splendida "Home Again" cattura questa splendida attitudine poetica e viaggia spedito verso il
cult-status con un
refrain memorabile.
Ogni traccia svela dettagli preziosi, il folk vocale di "Bones" è un mix di suggestioni da
songwriter alla
Paul Simon con inflessioni
doo-wop alla Sweet Honey In The Rocks e "Always Waiting" gioca con gli elementi pop senza perdere smalto.
Tentazioni sinfonico-orchestrali notturne e sofferte delineano "I Won't Lie", per poi assumere timbriche nostalgiche e soleggiate nella melodia quasi
evergreen di "Any Day Will Do Fine" che sembra uscire da un vecchio disco di Michel Legrand.
Kiwanuka possiede già elementi caratterizzanti che delineano il suo
songwriting, il soul acustico di "I'm Getting Ready" e il brio psichedelico di "I'll Get Along" hanno le giuste coordinate per appassionare un pubblico eterogeneo e conservano tutte le caratteristiche dei brani più famosi.
"Home Again" è un esordio maturo e ricco di personalità, quasi una versione maschile dell'esordio di
Tracy Chapman, con piccoli classici destinati a marchiare indelebilmente le vicende dell'anno in corso, e se avete ancora dubbi porgete l'orecchio e l'anima alle splendide note conclusive di "Worry Walks Beside Me", un blues il cui fascino e vigore non deve nulla alle grandi firme del passato e conferma tutte le buone credenziali del giovane londinese. Un brillante esordio.
P.S. Disponibile anche un'edizione limitata con tre inediti e due registrazioni
live.