GOAT (JP) - Without References / Ciny Van Acker

2025 (Latency)
math-rock, totalismo
Storicamente, la categoria di math-rock ha avuto a che fare più spesso con una sensazione di precisione e tagliente calcolatezza che con un’effettiva enfasi “matematica” della musica. Tutto sommato, chiunque sappia contare fino a 7 dispone delle nozioni aritmetiche necessarie per analizzare le intricatezze ritmiche di un pezzo dei Don Caballero o degli Shellac o dei 65daysofstatic. Con i giapponesi Goat, quest’anno al loro quarto album, potrebbero se non altro servire numeri più alti.

Tipo 60. 96. 247. O rinunciare a contare. La musica del terzetto, chitarra-basso-batteria suonati con un’austerità che quasi annulla il possibile elemento rock, è strutturata su successioni e sovrapposizioni di cellule ritmiche minimali: moduli da 3, 4, 5 battiti che si incastrano sfalsati generando, battuta dopo battuta, tensioni sempre diverse – e tornano a ripresentarsi identiche solo dopo un grande numero di beat (60, nell’esempio con 3, 4 e 5). Lo schema è in fin dei conti semplice, ma l’effetto generato è una regolarità imprendibile, una mutevolezza magnetica che trova il suo fondamento nella ripetizione anziché nella varietà.

La costruzione poliritmica non è un’innovazione: è stata esplorata negli anni da diverse band progressive rock, post-rock, math, e da molto prima presente nelle musiche tradizionali di diversi paesi asiatici (il caso del gamelan indonesiano è il più noto e influente). Con i Goat, tuttavia, è l’operazione di estrema sottrazione alla base del tutto a far risaltare l’architettura. In “Without References/ Cindy Van Acker” – e a ben vedere anche nei dischi precedenti – non c’è altro che questa sorta di gamelan per power trio, suonato con efferata lucidità e nessuna apparente flessione espressiva.

Le tracce sono sei, con una durata compresa fra i poco meno di tre minuti di “Throne hh” e gli oltre dieci di “Orin”. La prima, “Quest”, è l’esempio del 3-4-5, affidati a seconda dei casi a hi-hat, cassa, corde di basso stoppate, rim click, brevissimi passaggi sui tom. Sonorità sempre percussive e ispide, sia quando provengono dalla batteria che quando coinvolgono altre sorgenti: metallofoni, scatti elettronici (“Factory”) oppure i due strumenti a corda che completano il terzetto. Evitando accuratamente ogni accordo o accenno melodico, infatti, i componenti della band si indaffarano a cavar fuori da basso e chitarra esclusivamente armonici dissonanti e singulti anomali.

In diverse tracce, comunque, il radicalismo arriva a imporre la presenza di un singolo strumento. La ieratica “Orin” prende il nome da un tipo di campana rituale buddista, protagonista pressoché unica del pezzo con la stratificazione di due figure da 19 e 13 battiti rispettivamente: “.-..-..-.-..-..-” e “..-.-…-.-“. Potrebbe apparire codice Morse, sulla scia della celebre intro di “YYZ” dei Rush, ma se il secondo schema potrebbe leggersi ikeite (“disporre” in giapponese) per il primo si presentano solo opzioni poco credibili: Aeralnet (?), rain ddt, redkit o un alquanto improbabile Red TedX. Realisticamente, nulla di tutto ciò: il pezzo, come l’album, è destinato a restare un ipnotizzante enigma di formalismo e alienità.

15/07/2025

Tracklist

  1. 1. Quest
  2. 2. Throne hh
  3. 3. Factory
  4. 4. G-H-S
  5. 5. Orin
  6. 6. CR

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